MONOGRAFIA SU. ALBERTO RIZZI

28/feb/2010 17.34.15 Maurizio Ganzaroli Contatta l'autore

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Quando sarà il corpo nostro involucro di vermi

sbòccio di mimose

ti rivedrò anch’io con occhi differenti

e ti dirò basta al fiorir delle parole

Non ti si desti meraviglia in core

ora

solo paura per una verità già nota

che con le mani in là dai sensi tocchi

e che t’immerge oscura a luminart’il volto

paura cui non puoi risponder “basta”

ché Lei comanda e guida

e pei passi di chi è andato

ha pace ma non tace



















L’intruso è basso di statura

per disapparir di meglio fra gli estranei

malgrado segni indelebili sul volto

non ha cappello

possiede poche disperate cose

ha labbra fini che lasciano turbati

chiare

Ti dona il senso agli agguati che subisci

quelli che ti dan di crescere

nel passodopopàsso

Tenebra appare piatta

E’ questo ciò che vuoi

l’intruso accetta qualtuvòglia sfida



nei vari anni di attività si è cimentato in diverse sfumature ed espressioni artistiche come dimostra il suo curriculum http://www.comunicati.net/comunicati/arte/arti_figurative/39147.html

ed i suoi racconti brevi :



NEL BAGNO





Ho acquistato da alcuni anni una casetta in piena campagna, quattro stanze più un piccolo bagno e garage, senza nessuno nelle vicinanze, carinissima, appena sufficiente per le necessità di quel single che sono.



Perciò voi adesso state già pensando a chissà quali orribili storie di solitudine invernale, con la nebbia ed il buio, e i gufi che lanciano i loro lamenti nel più puro e banale stile gotico; oppure, visto il titolo, che dal sifone del water strisci fuori qualcosa di immondo, come in “Quello che uscì dalle fogne di Chicago”, chi si ricorda di certi vecchi classici di “Urania”? No, niente di tutto questo.



E’ solo che in bagno ciascuno di noi ci passa certi tempi “morti” (scusate lo humor nero involontario), e già che è lì unisce l’utile al dilettevole; non serve che vi faccia l’elenco dei passatempi inventati dalla mente umana e dai gusti dei singoli, per far scorrere quei minuti: per quel che mi riguarda - e ammesso che la cosa possa interessarvi - io mi limito ad osservare. Cioè, semplicemente sto lì seduto e mi guardo attorno, guardo fuori da uno spiraglio della finestra e vedo una striscia del campo a fianco, che cambia colore con le stagioni; o, più spesso, guardo i particolari della stanza: lo stato dei muri, se è ora di dare una pulita al lavandino o alla doccia, e così via.



Beh, lo so che l’avrete sentito dire già un’ira di dio di volte, ma le cose più nascoste sono quelle messe meglio in vista.



Il pavimento del mio bagno è di piastrelle, come penso sia la maggior parte dei bagni di tutto il mondo; non sono quadrate, ma rettangolari - come dei mattoncini, quanto a dimensioni - e sono nere con dei guizzi di smalto rosso che a me han fatto pensare subito a delle fiamme.



Però non ci ho mai trovato niente di inquietante, in questo, finché qualcos’altro non ha attirato la mia attenzione: in mezzo a quelle “fiamme”, in una piastrella c’era una faccia. Ho guardato e riguardato, ma davvero era la faccia smagrita di un uomo, disperata e perciò contorta nei lineamenti; poi - guarda e riguarda - eccone un’altra, tre piastrelle più a destra: poco più di un cranio, coi suoi bei buchi per le orbite e la bocca. E un’altra ancora, questa di profilo, su una delle piastrelle della fila di fondo alla parete, forse una donna dall’ampia capigliatura e con la bocca dilatata in un urlo. Alla fine ne ho contate diciannove.



A poco a poco, l’angoscia m’è cresciuta dentro; ed ora, davvero, non so cosa fare. Non faccio altro, ormai, che pensare e ripensare a come possano essere finite lì in quei pochi centimetri quadrati di ceramica; e a come tirarle fuori.



Per la prima cosa ho le idee ormai abbastanza chiare: il fuoco e l’anima, che è spirito, ovvero un qualcosa di sottile ma molto vicino al fuoco. Mi immagino il gran caldo del forno di cottura della fabbrica, il fuoco che si riflette sulla massa non del tutto solidificata delle piastrelle, anime che vagano - sono dappertutto, mica solo all’inferno o in paradiso - e che da quel fuoco, da quel calore sono attirate, come da un vortice che attira e giù risucchia ciò che di leggero v’è alla superficie dell’acqua. Anime che, attirate e trascinate da quel vortice, incapaci per un attimo di reagire, si sono trovate imprigionate in quella vischiosità; e che poi, fissate in un muto grido di dolore, altro non possono fare che fissarci nell’attesa di un aiuto.



Ma davvero, non so cosa fare, né per loro né per levarmi dall’angoscia che la loro vista mi dà, che mi sta facendo diventare insopportabili quei cinque minuti che almeno una volta al giorno mi capita di passar là dentro.



La cosa più ovvia e immediata che ho pensato sarebbe romperle: ma basterebbe, o non farebbe altro che aggiungere dolore a dolore? Oltretutto le piastrelle sono cementate al solaio, dovrei comunque svellerle ammesso che, così spezzata nell’immagine, l’anima riesca a liberarsi. Anche raschiare la superficie fino a cancellarle, non so se servirebbe: sarebbe più o meno la stessa cosa, l’anima riuscirebbe a ricomporsi, dopo? Senza contare, anche qui, il dolore, ancora peggiore che un colpo secco, provate voi a passarvi della carta vetrata sulla faccia, non so se rendo l’idea.



Non so. Fuoco contro fuoco. Riportare le piastrelle ad una temperatura che le fluidifichi di nuovo. Dovrei dare fuoco alla casa?





STORIA DI FRA UN PO’ DI TEMPO





Io sono convinto che ci si abitua a tutto, col tempo non ci si fa più caso e tutto sembra normale: come se ci fosse sempre stato.



Così io lo so, o meglio lo sento, questo paesino già povero di gente non era tanto deserto, tempo fa (qualche settimana? qualche mese? qualche anno?); eppure nessuno sembra farci caso ed anch’io ho l’impressione di abituarmi all’idea.



E apparentemente non c’è niente di mutato, nel paesaggio attorno: solo le case che, anche se sono in buono stato come prima, ora ti accorgi da un non so che, che pare non ci viva nessuno. E le poche persone che incontri per strada, fanno fatica anche a salutarti. Pare che continuino a vivere, ma solo per se stesse.



Poi - almeno a me - capita di vedere cose strane.



Due mattine fa tiro su la persiana di camera mia e vedo, sui campi qua dietro, una specie di piccolo dirigibile, che evoluisce in modo strano. Era fatto come un dirigibile, appunto, ma sarà stato lungo non più di una ventina di metri; e l’involucro era mezzo di plastica bianca e lucida, l’altra metà tutto sfinestrato e trasparente, come il cellophane di certi pacchetti di alimentari.



Dalle manovre che faceva si capiva che era in difficoltà: perché andava di qua e di là, ma con dei cambi di direzione che nessuno se li sognerebbe, in un veicolo del genere; e poi non riusciva ad alzarsi di più che qualche decina di metri dal suolo. Alla fine, quando ormai era vicinissimo a terra ed era chiaro che non poteva più farcela, è andato giù pian piano, negli ultimi metri, ondeggiando come una foglia secca; e, all’ultimo momento, tutte le parti si sono ripiegate su se stesse, fino a far venir fuori una struttura simile a quel marchingegno, il LEM, che nel ’69 scese sulla Luna.



Una volta che si era piantato così goffamente al suolo - e finalmente facendo un po’ di rumore - si apre un portello in alto e se ne esce un tizio, in tuta lucida, una via di mezzo fra quella di un pilota e quella di un motociclista, anch’essa bianchissima; si toglie il casco e appare una faccia giovanile e sorridente. Lui mi guarda e mi fa, scendendo la scaletta: “Beh, è un po’ da perfezionare… Non è così facile tenerlo su, ancora.”



E io: “Ma come fa a farlo muovere così?”



Quello mi fa cenno di seguirlo, sempre con quel sorriso aperto e rassicurante: “Se vuole saperlo, mi venga pure dietro: il laboratorio è proprio là in fondo.”



Lo accompagno e arriviamo dopo qualche centinaio di metri al laboratorio, un parallelepipedo basso e bianchissimo costruito quasi sotto l’argine del fiume che passa per di qua: non grande ma pieno di sale pulitissime e vuote di gente, solo computer e tantissima luce. Dentro ci si muoveva solo uno scienziato (lo si capiva dal camice), un uomo anziano basso di statura e con tanti capelli bianchi, un sorriso aperto e rassicurante.



Cortesissimo, mi ha spiegato diverse cose; ma che io sia dannato se me le rammento.



E poi, chi se lo ricordava che lì c’era un laboratorio per esperimenti di aeronautica? A me sembrava che fino al giorno (alla settimana? al mese?) prima, ci fosse una porcilaia.



Ma farò l’abitudine anche a questo. Come al paese ormai deserto, la maggior parte andata via - o forse morta? non so perché, ma ho l’impressione che in molti siano morti - con le botteghe vuote, ancora con i generi in vendita esposti alle vetrine e non un granello di polvere. Le poche persone che t’incontrano per strada e ti passano via senza dirti niente, anche se ti guardano, se ci guardiamo.



Curvi e affaticati, perlopiù. Forse anch’io appaio curvo e affaticato. Ma non abbiamo nulla da dirci.



Tornando indietro da quel laboratorio, son passato davanti ad una delle poche case ancora abitate. Ci vive una vecchia, è una delle poche persone che ancora parla un po’, almeno con me.



È un’anziana, appunto: una di quelle vecchiette sempre attive, non molto alta, vestita quasi sempre di bianco - o se no, di chiaro - tanti capelli bianchi, un sorriso aperto e rassicurante; quando la incontro mi viene in mente la nonna dei cartoni animati che in casa ha Titti.



Salgo da lei e parliamo un po’, mi mostra le sue piante, che cura con grandissima attenzione; confesso che ce ne sono di strane, che non mi ricordo di aver mai visto; del resto gliene avevo appunto portate un paio, che avevo raccolto tornandomene da quel laboratorio; e non chiedetemi perché erano strane: in fondo erano solo piccoline, con qualche fogliolina verde, impolverate; malridotte come se avessero avuto poca acqua. Ma, onestamente, io le sentivo strane, come se nemmeno quelle le avessi mai viste prima.



La signora mi ha offerto un the, mentre si parlava, mi ha ringraziato molto per quelle due piantine, che adesso - mi diceva - stanno crescendo una meraviglia; poi mi ha congedato, sempre con quell’amabile sorriso aperto.



Sono tornato a casa - che poi è poco più in là, dall’altra parte della strada - in questa giornata di sole, nessuna persona in giro; nessun’auto, nessuna bicicletta.



Nessun rumore nemmeno dal viadotto dell’autostrada a un paio di chilometri da qui; e sì che giurerei che una volta il traffico si sentisse di continuo, specie quando il vento soffiava da quella direzione.



Da quanto tempo (un giorno? una settimana? un mese? anni? da sempre?) sarà così, ormai? Non importa; ci farò l’abitudine.

I suoi cortometraggi visibili su youtube e presentati a diversi festival, hanno raccolto molte note positive, sia nella forma che nella sostanza dei corti in sé, che a volte sembrano die veri concentrati di vita (reale, fantastica, fantascientifica, ed immaginaria), dove nei pochi minuti occorsi per vederlo e si dipana tutta l’esistenza dei suoi personaggi, che tra ansie , depressioni, mancanza di memoria e via di fuga disperate riescono in qualche modo a dare delle speranze in chi li guarda, a far riflettere sui loro errori, e a chiederci se non li stiamo commettendo anche noi.

FIORI

http://www.youtube.com/watch?v=-hCVnlfVn-k



SAN VALENTINO

http://www.youtube.com/watch?v=DitTxNjPhkA



ESPLORANDO

http://www.youtube.com/watch?v=ZodSS07L1rk



NEL BIO E NEL SILENZIO

http://www.youtube.com/watch?v=RllnZECNU7c



CHI SONO IO

http://www.youtube.com/watch?v=e8TNVwVr_SI



LO SPECCHIO E LA PISTOLA

http://www.youtube.com/watch?v=jg2qpdVPEyQ























 

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