DELL'ERRANZA

Queste note a margine, lungi dal pretendere d'esaurire, o soltanto approssimare, la scorta critica sul tema dell'erranza e del viaggio nella cultura occidentale, tendono esclusivamente ad annunciarne gli ambiti, nella consapevolezza di mancare ad ogni possibile risposta esaustiva, come anche ad una definizione circostanziata dell'argomento.

07/giu/2010 16.17.00 Galleria Roma Contatta l'autore

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DELL’ERRANZA.
IL TOPOS DEL VIAGGIO NELL’IMMAGINARIO LETTERARIO EUROPEO

di Salvo Sequenzia

«Il viaggio finisce qui:/ nelle cure meschine che dividono/ l’anima che non sa più dare un grido» (Eugenio Montale, Casa sul mare).
La dimensione del viaggio può essere assunta come cifra dell'esperienza esistenziale di ogni persona, in relazione con gli altri.
Queste note a margine, lungi dal pretendere d'esaurire, o soltanto approssimare, la scorta critica sul tema dell’erranza e del viaggio nella cultura occidentale, tendono esclusivamente ad annunciarne gli ambiti, nella consapevolezza di mancare ad ogni possibile risposta esaustiva, come anche ad una definizione circostanziata dell'argomento.
Si cercherà soltanto di tratteggiare, almeno per grandi linee, i contorni della questione - i suoi margini, per dirla con Edmond Jabès - così come essi s'inscrivono all'interno di un certo ambito del pensiero filosofico contemporaneo contiguo alla teoria della letteratura. Inoltre, si tenterà di fornire alcuni elementi utili a predisporre un possibile discorso su alcune figure - la soglia, l’elemento equoreo, la dimora e il confine - che ci sembrano rivelative del percorso ermeneutico che intendiamo offrire prendendo spunto dalle opere di alcuni scrittori, poeti, filosofi e cineasti contemporanei e non.
Il tema dell’erranza è di particolare rilievo in un tempo – il nostro - caratterizzato da incertezza e inquietudine, a motivo delle varie forme di mobilità, di migrazioni, di transiti. Infatti, lo scenario della contemporaneità - assunta qui come una categoria di permanenza ed insistenza della domanda esistenziale, filosofica, ermeneutica, piuttosto che come una semplice e tranquillizzante epoca storica - pur rilevando, al pari di ogni tempo, i segni della propria crisi, sembra comunque caratterizzarsi per una sorta di fuga dal problema del senso.
Esplorando le diverse modalità di “essere-in-cammino”, di cui si mostrano inautenticità ed aspetti positivi, questa conversazione vuole delineare la significatività dell'erranza per esprimere la complessità del rapporto tra realtà ed elaborazione dell’immaginario simbolico e letterario legato al topos del viaggio, che in ogni cultura ha radici ancestrali.
Alla nostalgia di Ulisse, che descrive il periplo da Itaca ad Itaca, si affianca - e, forse, si contrappone - la speranza di Abramo che, con il suo semplice «eccomi» (inanì), lascia Ur dei Caldei per mai più ritornarvi. È dunque il taglio, la ferita, il varcare la soglia, lo strappo della sedimentazione, a costituire il senso del dimorare, del narrare, dell’essere.
Una metabasi, dunque, quella della letteratura, che trasla universi di senso da un approdo possibile ad un altro, salvandoli; dove il senso consiste, appunto, nella possibilità che, in ogni approdo, avvenga l’incontro con l’Altro. Incontro di morte e di vita.
In una prospettiva semiologica, il topos del viaggio esprime il senso dell'attraversamento e dell'esperienza vissuta, l'importanza della direzionalità assiologica e teleologica, il valore dell'errore, la tensione al cambiamento, qualificando l'erranza come ricerca di senso. Sicché si profila, in tutta la sua pregnanza, il ruolo dell’autore, guida partecipe nel cammino, mistagogo, che fa del viaggio metafora e dimensione autre, straniata e straniante.
In una cornice fenomenologico-esistenziale, si esaminano le forme ed i vissuti dell'homo viator e le tonalità emotive che scaturiscono dall'essere-per-la-via all’interno di significative esperienze narrative contemporanee (Joyce, Svevo, Vittorini, Calvino, Montale, Quasimodo, Moravia, Jabès, Derrida, Levinas, Jankélévitch, Zambrano, Herzog).
«Andiamo, morte, è tempo di salpare». Così Baudelaire ne Le voyage, poesia che conclude Les fleurs du mal, perché è l'ultima poesia dell'ultima sezione de Les fleurs du mal, il cui titolo è La mort. E, ancora, uno dei testi fondanti il topos del viaggio, il canto XXVI dell’Inferno di Dante: «Oh, frati, dissi, che per centomila perigli siete giunti all'Occidente, a questa tanto picciola vigilia dei nostri sensi, che del rimanente non vogliate negar l'esperienza di retro al sol del mondo sanza gente, Considerate la vostra semenza. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
La dimensione del viaggio dimora, da sempre, nella parola.
Vi dimora come frattura ed allontanamento originario dal logos parmenideo – il logos che si fa dia-logos, dopo il “parricidio eleatico” compiuto da Platone. Vi dimora come sentimento di sradicamento e di nomadismo interiore. Vi dimora come attesa e messianesimo, come ineluttabilità e fato. Vi dimora come morte, spazio bianco, morta gora. Vi dimora come nostalgia e Wanderung.
Vi dimora, infine, come erranza. Che è cifra suprema che assume la libertà della letteratura da qualsiasi luogo, da qualsiasi tempo. Spaesamento, felicità, inabissamento, delirio, piacere. Speranza.
«e volta nostra poppa nel mattino, / de' remi facemmo ali al folle volo,… ».

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