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Il tempo, visto immancabilmente come lineare, è elemento fondamentale in questa riflessione: lo sguardo al passato si riflette in un futuro non contemplabile, dunque l'attimo diventa elemento di rappresentazione sostanziale: i volti, strutture tipiche delle arti plastiche, del Complesso della Mummia baziniano e, del resto, portatori dell'angoscia rappresentata dai toni cupi, della paura della morte, sono figure che mantengono e conservano la forma nel tempo; le parole sono flusso di coscienza, elaborate dalla mente scorrono naturalmente nel tempo, esaurendosi nell'istante in cui nascono: impresse di fianco alla figura diventano eterne.

30/lug/2010 11.51.48 Francoise Calcagno Art Studio Contatta l'autore

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Emiliano Borges

Qualsiasi superficie sar quindi un porto

A cura di Franoise Calcagno

20 agosto – 3 settembre 2010

Franoise Calcagno Art Studio

Campo del Ghetto Nuovo 2918, Venezia

Opening venerd 20 agosto, ore 18.00

Da marted a sabato dalle 14.30 alle 18.30 (e su appuntamento)

 

L’elemento che per primo incuriosisce, osservando un lavoro di Emiliano Borges, è la limitata
definizione che assumono i volti rappresentati, la loro confusione nei tratti somatici spesso
tracciati da scritte. Questi elementi appaiono immediatamente allo sguardo e assumono una
rilevanza particolare nella visione dell’artista, che affida al significato di volti e parole la
rappresentazione dell’esperienza umana:
“Il ricordo di un viso è scivoloso, tra sfondi sfocati e chiaroscuri contrastati […] È questa
dinamica permanente che costruisce la nostra memoria.”
“I nomi propri e le parole hanno significati preconcetti, ma al cambiare delle associazioni nel
tempo e nello spazio questi significati diventano sterili.”
Il tempo, visto immancabilmente come lineare, è elemento fondamentale in questa riflessione:
lo sguardo al passato si riflette in un futuro non contemplabile, dunque l’attimo diventa
elemento di rappresentazione sostanziale: i volti, strutture tipiche delle arti plastiche, del
Complesso della Mummia baziniano e, del resto, portatori dell’angoscia rappresentata dai toni
cupi, della paura della morte, sono figure che mantengono e conservano la forma nel tempo; le
parole sono flusso di coscienza, elaborate dalla mente scorrono naturalmente nel tempo,
esaurendosi nell’istante in cui nascono: impresse di fianco alla figura diventano eterne.
Si potrebbe affermare che la pittura di Borges, per quanto astratta e legata alle tendenze
contemporanee, riferisca il suo sentimento alla Sehnsucht romantica, a quell’anelito a qualcosa
di non ancora raggiunto. Non a caso la visione di un uomo spiritualmente in fieri, non ancora
completo (“Siamo lo stesso che fummo ieri? Saremo uguali tra una settimana?”) fa parte della
riflessione dell’artista, che scava nella coscienza, nelle relazioni e nell’esperienza per far fronte
alla spersonalizzazione che si produce davanti alla tela intonsa. È l’espressione che qui prende
il sopravvento, l’opera è frutto di una visione d’insieme dei molteplici Io che compongono la
nostra anima: “sono i miei riferimenti inconsci più attivi dei consci? Chi decide qui?”
Allora il significato della parola diventa indice di un’analisi interna, l’interpretazione del proprio
rapporto con il mondo si traduce nell’importanza di comprendere profondamente le dinamiche
che ci portano a vedere le cose con un occhio critico, non di stimolo vanificato, ma di
espressione correttamente indirizzata. È il superamento, la comprensione di ciò che
difficilmente si può discernere e non la sua concretizzazione libera, non filtrata. In questo
senso Borges si mette in gioco nei confronti dei significati e gioca coi significanti, lascia indizi
per farci desumere ciò che l’opera vuole esprimere, costretto dalle disparate interpretazioni
intrinseche in questi due elementi.
Ma se da un lato l’opera di Emiliano Borges si riflette nella cultura romantica ed espressionista,
dall’altro mantiene la sua attualità nel gusto estetico, nell’utilizzo delle scritte e dei colori, dei
materiali. Lo fa con una profonda intesa con la tela, anch’essa in divenire; lo descrive nei suoi
quaderni, dove riunisce le sue passioni e le indirizza in un’unica rappresentazione di sé:
“La mia opera è un tentativo di strutturare i miei distinti interessi, apparentemente sconnessi:
la scrittura, il disegno, il design grafico ed industriale, la pittura, il cinema e la scienza.”
Attuale è anche l’utilizzo del linguaggio, tramite il quale Borges non solo racconta e spiega, ma
anche scava profondamente nelle dinamiche del suo pensiero: come le parole hanno un lato
oscuro e non sono interpretabili in maniera unilaterale, anche la tela e di conseguenza l’Ego
dalla quale questa deriva non possono necessariamente avere una sola, singola lettura.
L’opera di Borges è prima di tutto un lavoro sull’artista e non sull’arte, una profonda
comprensione delle dinamiche tecniche e culturali per potersi svuotare totalmente da quello
che è l’imposizione formale della concezione artistica, senza che esistano tòpoi preconcetti,
come se all’esterno non ci fosse nulla che possa influenzare la propria produzione. Del resto si
coglie dai quadri come non ci sia il minimo accenno alle forme e alle strutture classiche,
nonostante di quando in quando si possa notare una certa precisione nei lineamenti raffigurati,
quasi a voler dimostrare che la forma non conta quanto la sostanza, in queste opere. Tuttavia,
l’estetica di questi dipinti intriga e piace, la tensione è ben resa da accostamenti di colore
ricercati che aiutano a dare senso alle parole, anch’esse ben disposte, ma spesso intricate,
coperte o sovrapposte, quasi a voler sottolineare la loro natura poco chiara, enigmatica.
La natura dell’opera di Borges, sia per la forma che per il pensiero che la costruisce, non
guarda al passato, ma allo svolgimento dell’attimo che, necessariamente, diventa futuro e nel
futuro si concretizza. La memoria è solo un vocabolo che nella mente si rivela come passato,
ma a ben vedere non è altro che l’impressione sulla tela, realizzata superando il conflitto con
una moltitudine di personalità che creano nell’artista quella concezione linguistica della parola.
“Io cerco di scappare dalla memoria e tento di partire sempre da zero, in fondo resto sempre
io. I ricordi si producono a partire dal presente, proiettati in avanti. Io sono un ricordo.”
Andrea Giacometti

 

 


 

 

 Franoise Calcagno Art Studio
Campo del Ghetto Novo 2918, Venezia
info@calcagnoartstudio.com

tel
: 041 5246039

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