Mostra: Octavia Monaco - Francesca Popolizio

20/gen/2011 13.11.39 giada lomi Contatta l'autore

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Doppia personale di 

Octavia Monaco
Francesca Popolizio


28 gennaio - 28 marzo
 
 
a cura di 
Caterina Morelli

Inaugurazione 
venerdì 28 gennaio ore 18.30





un progetto di 
INA ASSITALIA PER I GIOVANI




INA Assitalia  Agenzia Generale Bologna Centro 
Via de' Pignattari, 3  Bologna
Telefono: 051 6405217
Orari: lunedì-giovedì, 9.00-13.00 14.30-17.30, venerdì, 9.00-13.00
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Comunicato


 

La pittrice ha impugnato il suo pennello: un racconto, uno spartito e la magnifica visione. La pittura è poetessa: geroglifica, mitica, onirica. La tela una divina proporzione, il suo spazio una scrittura sacra dove la narrazione non ha fine, dove il gioco della mente è dispiegato, dove l’ecosistema dell’apparizione è creatura annunciata. La tavolozza instancabile interprete dell’occulta dimensione, delle languide stagioni e del fiabesco incanto. La superficie una grafica incisione, un dono: di loto e di sterlizia, di sicomoro e di tamarisco, dell’upupa e della fenice, del leviatano e della chimera. Il capolavoro: il riflesso dell’attiguo egizio, della greca proiezione, della pagana cristianità; il pregio: la taciturna quiete e il bilanciato equilibrio; il sogno: uno sguardo interdetto; il varco: una nuance surreale. La tracciata divinazione: l’amplesso del nigredo e dell’albedo; i tondi: i riverberi dei quadrati, il chiasmo della flora e della fauna. Le opere: bibbie e papiri di sensuosi accorgimenti, crocevia di mito e leggenda, paleografia di un universo atavico. Dalle immaginarie riedificazioni mentali si avvicendano muliebri creature, pinguedini presenze amabilmente immerse nei remoti silenzi dove dame e ancelle, maliarde e fantesche, driadi e amadriadi rilasciano omaggi e fragranze lignee, succulente vivande, reconditi messaggi agli eletti astanti. La porpora: la magia di ciascun racconto, congiunzione tra poesia e cosmogonia, dell’eloquenza e della sensazione. La cornice: trapasso della luce e dell’ombra che divampa, confine che congela l’atmosfera, avvolge gli scenari, il valico verso la silvestre percezione. La dimensione della profondità: spettro delle sensazioni, soffio di narrate circostanze e di luoghi ameni, carichi di melodie e di trasognate atmosfere. La veglia: alternanza del sonno, nuova geometria, astrologia della storia, il simbolo e la proporzione, la metonimia e la chimera; e la sua voce: un capitolo da manuale di storia dell’arte. 

Lucas De Laurentiis

 

 

 

 

La fiaba di Francesca.

C’era una volta una piccola camera oscura, nel buio della memoria, nel chissà dove irrazionale, dove gli incubi di una bambina, venivano sciolti in liquido da una donna e fissati poi dalle sue due mani leggere nella forma solida e asciutta del disegno.

C’erano, in quelle creazioni evanescenti, mille e mille sentieri a perdersi tra qualche radice di albero, un lupo cattivo e la perturbante idea che sarebbe stato difficile tornare a casa.

C’erano, ancora, le lacrime grigie dell’infanzia, i labirinti in blu di Prussia, la sensazione ocra della fame, del capriccio, dell’abbandono, e il cerchio spiacevole della solitudine.

C’erano scale di carta e ringhiere di matita; l’illusione di una casa dopo avere percorso tanto bosco e, ancora, il timore di perdersi; c’era la volontà di galleggiare in acque vorticose o di scoprire qualche squarcio di sereno in uno spoglio autunno crepuscolare.

C’erano una volta due mani leggere di donna, le dita come ali a volare a ritroso in un tempo di carta e una bambina in cerca di una fiaba che la aiutasse a mescolare la fantasia rosa-azzurra, con la ruggine dei pensieri spaventosi. Così, in penombra, in quel mondo di mezzo che era la piccola camera oscura, strato su strato, le mani di donna tentarono di armonizzare ad arte i frammenti di inconscio in china, nella adulta rielaborazione degli impulsi primitivi e irrazionali che una bambina le suggeriva.

E fu antica magia, quella di riuscire a catturare le ombre che turbano il sogno d’infanzia, di donare loro un colore, di racchiuderle definitivamente in un tratto, di cucirle a fiaba, così da esorcizzarne la paura o renderla stra-ordinaria.

Fu il più puntuale degli incontri, quello che diede voce, tramite due mani, a una donna ormai cresciuta e alla sua bambina interiore, in quel “c’era una volta” continuo che attinge inchiostro dall’inconscio e lascia in fiaba e disegno tracce di sé.

Stefania Benizzi

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