RIVOLUZIONE LAVORO E SANGUE nei canti popolari siciliani

Le misere condizioni del popolo siciliano attraversarono tutto l'ottocento e si esplicitarono in particolar modo nel campo del lavoro contadino e in quello dei rapporti sociali.

01/feb/2011 22.20.00 Galleria Roma Contatta l'autore

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2011: 150 anni dell’Unità d’Italia
80 giorni di mostre, convegni e spettacoli

Nell'ambito delle celebrazioni dei 150 Anni dell'Unità d'Italia, indette Dall'Associazione Culturale Nuova Galleria Roma, Corrado Di Pietro parlerà di "RIVOLUZIONE LAVORO E SANGUE nei canti popolari siciliani", giovedì 3 febbraio alle ore 18,30.
La storia degli umili e degli ultimi, le attese e le speranze dei contadini siciliani, le illusioni e il sacrificio del popolo che credette nel sogno unitario dell’Italia: tutto questo si può leggere anche nei canti popolari del nostro popolo che rappresentano i documenti più autentici, passionali e appassionati di quel Risorgimento che non abbiamo mai studiato.
Le misere condizioni del popolo siciliano attraversarono tutto l’ottocento e si esplicitarono in particolar modo nel campo del lavoro contadino e in quello dei rapporti sociali. I Borboni consumarono il loro disegno feudale, vessatorio e ‘schiavista’, ancorandolo a una stagnazione esasperata di ogni possibile dinamica socio-economica, gravando in modo pesante sulle condizioni del popolo che non ebbe mai la possibilità di un salario dignitoso, di una casa adeguata, di una scuola per far studiare i propri figli, di una decente assistenza sanitaria e di una giusta amministrazione della giustizia.
Da questa situazione nacque il sogno italiano nei latifondi siciliani; si attese Garibaldi come il salvatore e il sovvertitore e grande fu l’entusiasmo che accompagnò e sostenne l’avanzata dei mille sul suolo siciliano. Nacque così la protesta, la rivoluzione, l’atroce satira contro Ferdinando di Borbone, e si attese l’avvento del nuovo regno, quello di Vittorio Emanuele di Savoia, per sperare in un progresso socio-economico che stava infiammando tutta l’Italia.
Ma tutto cambia perché nulla cambi, si potrebbe dire parafrasando Tomasi di Lampedusa; e la Sicilia restò immobile e schiacciata come prima, come sempre. Nacquero così i fasci siciliani, le prime lotte contadine per la terra, i briganti e la mafia fino a sfociare in quella galassia di arretratezza sociale e culturale chiamata ‘questione meridionale’.
La poesia popolare siciliana non tacque e non chiuse gli occhi su questi fatti. Si fece denuncia e protesta, riso sarcastico e amaro, accorato canto di dolore e di sofferenza, preghiera e rassegnazione.
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