"RIFLESSI PARALLELI"

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19/mag/2011 16.49.09 Galleria Roma Contatta l'autore

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via Maestranza 110  Siracusa

 


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Scheda tecnica
 
 
Oggetto: Mostra personale di pittura
Titolo: Riflessi Paralleli
Autore: Antonella Reale
Presentazione Salvo Sequenzia
Luogo: Galleria Roma - via Maestranza 110
Data: 21-31 maggio 2011
Inaugurazione: 21 maggio 2011 ore: 18,30
Orario di Apertura: dal martedì alla domenica
17,00 - 20,30
   
Organizzazione e
Direzione Artistica:
 
Corrado Brancato
Addetto Stampa: Amedeo Nicotra
Ingresso Libero  
   
Info:

0931/66960 (orario apertura Galleria)
cell.338/3646560

corradobrancato@hotmail.com
www.galleriaroma.it

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via Maestranza 110
Siracusa


Sabato 21 maggio alle ore 18,30 il prof. Salvo Sequenzia presenta la mostra personale di Antonella Reale "RIFLESSI PARALLELI"
, durante l'inaugurazione sarà presentato il libro di  poesie "Orbis Chimaerae" illustrato dall'Artista.
 


ARRIVANTI, RITORNANTI, SUPERSTITI

Ritratto ed esperienza del volto nell’opera di Antonella Reale

In un passo illuminante delle Familiares (XXIII, 19), Francesco Petrarca coglie nel dialogo letterario con un altro scrittore, Giovanni Boccaccio, la complessa e vastissima costellazione di sensi e di significati che sottendono alla creazione artistica, definendola come somiglianza, «quella del figlio rispetto al padre, nei quali mentre spesso vi è una grande diversità delle membra, vi è una certa ombra che i nostri pittori chiamano aria, che si vede soprattutto nel volto e negli occhi».
Di «aria del volto» parlerà più tardi uno dei più raffinati e geniali prosatori della Roma barocca, il gesuita Agostino Mascardi, il quale, in questa folgorante metafora, racchiude un “movimento” («quando guardiamo qualcuno negli occhi, vediamo qualcosa che si muove»), e lo riferisce alla dinamicità della pittura e della scrittura, che pongono la somiglianza in quel che si muove, che in certo modo si nasconde. Al tempo stesso, cogliere somiglianze e differenze aiuta a muovere definizioni codificate.
In tal modo, un libro, un disegno, un dipinto divengono qualcosa di vivente, si fanno segno di altro, rinviano all’«aria del volto», svelano un’essenza nascosta, misteriosa, irriducibile, schiudendo ai nostri occhi un abisso di senso e di significato ai quali intrecciamo la nostra esperienza ed il nostro vissuto. Così un’opera viene ad arricchirsi di quel di più dell’esistenza che la memoria riscalda.
I “ritratti” di Antonella Reale, nella complessa costellazione di rimandi e di significati che essi esprimono, testimoniano una esperienza della figurazione in cui domina un’intensità che costruisce una dimensione poetica di energica dissidenza, in cui la relazione col mondo è segnata da una deliberata e ininterrotta destituzione di ogni «senso comune».
Ciò che l’artista “guarda” nei suoi ritratti, è quanto ricorda. Ciò che dipinge è formato nella sua facoltà di dare corpo alle ombre della memoria, manifestandosi in piena individuazione di luce e buio, ma pure di odori, temperature, liquidità di voci e suoni.
La straordinaria delicatezza di questa teoria di ritratti intende disconoscere qualsiasi ipotesi di struttura codificata o precostituita, ponendosi nel segno di una continua, estrema dilatazione dello sguardo che si mostra, senza mai nessuna sosta, tutto pervaso da un’urgenza stranita e in deliquio, il cui slancio visionario travolge e «buca», violentemente, tutto ciò che incontra e che rincorre.
Le figure sono colte in ogni luogo, nella fissità oracolare del frame fotografico. Esse si fanno diario di un transito, memoriale di accadimenti, archivio di un dis-astro, di un deragliamento, di un andare fuori asse del tempo che tutto travolge e che darà vita, in seguito, entro i limina di una ricerca e di una sperimentazione artistica appassionata ed esigente, alla saga de La stirpe di Andros. Di cui la ritrattistica è prologo.
Il segno definisce e pure nasconde le evidenze dei volti, le emozioni, il sostrato di figure a tutto tondo che sono gli altri, il prossimo perplesso nelle proprie isolate situazioni che Antonella Reale coglie con poesia ed incantamento.
Ciò che nelle nuances cromatiche sembra scivolare verso sensazioni morbide e fumose viene ripreso con una traccia innervata, come un colpo di redini, eccitata dall'ambiguità di presenze che sono insieme ferme e divaganti, libere dalla realtà e raccolte in pensieri privati, in giochi di rarefazione. E sembra quasi che l'artista, in alcuni ritratti, parta da una parola, anziché da una cosa vista: una parola come "solitudine", "fuga", "freddo", “desiderio”, “purezza”.
Antonella Reale ha approfondito il carattere polisemico e transfigurale del ritratto, che negli anni ella ha costruito come edificio espressivo senza cedere a superficiali deviazioni per catturare modernismi e deformismi: ha rinnovato sempre in profondo, aggiungendo in modo spontaneo nelle immagini quanto via via le sembrava coerente con il discorso di appropriazione che l'uomo contemporaneo intende riassumere per non far scomparire la propria rappresentazione sia dallo scenario figurativo dell’opera d’arte, sia dalla propria scena psichica e ideativa.
L'indagine dell'artista è densa di orditure sottopelle, lo spazio figurativo è innervato da fremiti e insistenze, il segno svuota e riempie il clima delle tensioni che si dipanano tra figura e figura; il volto è insieme rilievo umano e maschera teatrale: fatto interpretativo che concentra espressione classica e icona moderna. Il soggetto si offre e si nasconde, si ritrae nelle proprie valve di mistero.
Antonella Reale sa contenere in un alveo di rarefatte incidenze e coincidenze ciò che ha compreso, e che mantiene in un linguaggio di equivalenze alte, fuori e sopra le contingenze.
La sua opera, caratterizzata da una mirabile precisione esecutiva e sorprendente resa luministica, può essere letta come la storia straordinaria della dis-locazione, o “delocazione” dell’io - come le opere straordinarie di Claudio Parmiggiani ottenute col fumo e con le tracce dell’assenza delle cose - che connette la questione dello ritratto a quella dello spettro, o “spectrum”, e della specularità, dello “spaesamento”, dell’essere clandestini come condizione ontologica assunta dall’uomo contemporaneo, che sperimenta tragicamente il proprio nomadismo “oltre” la propria corporeità, nel vacillamento dell’Apocalisse del posthuman e della secolarizzazione del tempo, colti alla fine, al tramonto di ogni orizzonte mitico sulla scena del mondo.


Salvo Sequenzia
 

 

 

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