"I FEDELI D’AMORE E LA VIA INIZIATICA NELL’OPERA DI TURI ROVELLA "

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24/mag/2011 08.59.37 Galleria Roma Contatta l'autore

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COMUNICATO STAMPA/INVITO
 

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Scheda tecnica
 

Oggetto: Incontro Culturale
Titolo:
"I FEDELI D’AMORE E LA VIA INIZIATICA NELL’OPERA DI TURI ROVELLA"
Relatore
: Salvo Sequenzia
Presentazione:
Salvatore Zito
Luogo: via Maestranza 110  Siracusa

Data: 26 maggio  2011
Ore: 18,30
 
Organizzazione e Direzione: Corrado Brancato

Addetto Stampa: Amedeo Nicotra

Ingresso Libero
 

Info
:
0931/746931
0931/66960 (orario apertura Galleria)
cell.338/3646560
corradobrancato@hotmail.com

www.galleriaroma.it
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via Maestranza 110 Siracusa


Giovedì 26 maggio alle ore 18,30
"I FEDELI D’AMORE E LA VIA INIZIATICA NELL’OPERA DI TURI ROVELLA"
uno studio  di Salvo Sequenzia


Questo lavoro ripercorre i momenti salienti di una intensa ricerca che Turi Rovella condusse, intorno agli anni ’90, sulla poesia e sul linguaggio dei «Fedeli d’Amore» e sui rapporti che intercorsero tra questa cerchia ed i poeti del “regale solium”, la corte di Federico II.
Personaggio poliedrico ed eclettico, studioso ed intellettuale “engagè”, anima profondamente appassionata alla sua terra, Turi Rovella fu poeta, drammaturgo, etnologo, dialettologo ed anche filosofo.
Fine oratore, sapido e carismatico affabulatore, Rovella raccolse attorno a sé un gruppo di giovani intellettuali ed artisti, dando vita a quel cenacolo culturale, la “Baracca”, dove tentò di realizzare il sogno di instaurare il progetto campanelliano della Città del Sole e di abbattere le barriere tra un’arte e l’altra; di creare un sistema di interferenze fra politica, arte, e letteratura. Fu un personaggio sempre sopra le righe, come lo definirono i critici del tempo, esuberante nell’uso “gramsciano” della propria funzione di intellettuale, eppur altrettanto sensibile, assorto, contemplativo.
Ai «Fedeli d’Amore» Rovella dedicherà un ciclo di sei articoli apparsi nel 1998 sul quotidiano aretuseo “Libertà”. Nell’ottobre del 1998, invitato a Lentini a tenere una conferenza su Jacopo il Notaro, lo studioso getterà le basi per una interpretazione dell’opera dei «Fedeli d’Amore» e dei poeti della scuola federiciana nella quale confluivano forti elementi appartenenti sia al pensiero esoterico arabo, sia alla gnosi neoplatonica e al cabalismo ebraico.
Nell’ambito di questa singolare ricerca, in un denso articolo dedicato proprio alla scuola poetica siciliana ( “Un Anonimo poeta del XIII sec. tra i Fedeli d’Amore di Siracusa”), sulla base di argomentazioni glottologiche, Turi Rovella attribuirà la “villanella” (componimenti poetico ad argomento pastorale) “Part'io mi cavalcava” ad un’Anonimo poeta siracusano appartenente alla corte federiciana, e non a quel Ciacco dell’Anguillara, poeta fiorentino del XIII sec., ricordato da Dante e Boccaccio, come la tradizione e lo stesso critico Francesco De Sanctis avevano sostenuto. La critica contemporanea oggi concorda per l’attribuzione proposta da Rovella.
Ma l’analisi che il Nostro delineava nell’articolo citato non si esauriva con l’attribuzione siracusana dell’antico componimento.
Infatti, ad una attenta ricognizione testuale della poesia, di difficile interpretazione per le peculiarità linguistiche che la caratterizzano, Rovella individuava una costellazione di indizi, di simboli e di significati che, per lo studioso, attestavano, “in nuce”, un fase primitiva, embrionale di quel linguaggio esoterico ed iniziatico che sarà, in seguito, sviluppato dai “Fedeli d’Amore” toscani e dai poeti del “Dolce stil novo”. In definitiva, la lettura di Rovella, nell’individuare l’attività a Siracusa di alcuni rappresentanti della scuola poetica siciliana, identificava questi ultimi quali appartenenti ai “Fedeli d’Amore” e, così facendo, elaborava una proposta ermeneutica innovativa che rivoluzionava lo stato degli studi sull’argomento, e che privilegiava, sulla scorta di una puntuale disamina degli elementi testuali e simbolici rinvenuti nel componimento siracusano, la cosiddetta “linea orientale” �“ legata al sufismo, alla cabala ebraica e alla gnosi neoplatonica - nella ispirazione della poesia e del linguaggio dei “Fedeli d’Amore”, a discapito di quella interpretazione “occitanica” che voleva i “Fedeli” eredi della poesia dei trovatori e dei trovieri provenzali.
Per Turi Rovella l’allegorizzazione della donna e dell’amore terreni come contenitori di simbolismo divino risaliva, dunque, al “sufismo”, deviazione esoterica della religione islamica secondo la quale il traguardo dell’esistenza umana consiste nell’andare incontro alla Verità, attraversando i sentieri lastricati di “Amore Puro” e devozione assoluta. Molte poesie sufiche, infatti, gettano luce sull’idea di una purificazione del cuore da tutte le scorie derivanti dall’esperienza dell’immanente, al fine di sciogliersi e fondersi col trascendente.
Nel caso dei Fedeli d’Amore, cui Dante Alighieri si rivolge in più parti della “Vita Nova” quali destinatari privilegiati del proprio messaggio poetico, l’iniziazione era legata fortemente ad un’illuminazione interiore ed individuale che veniva antropomorfizzata sotto forma di amore per una Donna (o Dama) �“ la Donna Angelo - che acquisiva una valenza doppia: da un lato, ella era oggetto dell’amore del Fedele in quanto essere umano e, dall’altro, trasposizione simbolica di quell’anelito d’amore che conduce ad una ricongiunzione col divino.
Mistici musulmani e Sufi, operanti in Siria e in Persia tra il IX il il XV secolo, avevano scritto poesie in cui parlavano di una Donna in termini fisici e in declinazioni simboliche di Rosa, Gelsomino, Principessa Bianca, per intendere la Sapienza o Dio.
In questa produzione poetica la bocca, i capelli, il sorriso, il neo della donna avevano un preciso significato mistico ed iniziatico.
Turi Rovella, facendo propri gli insegnamenti e gli studi compiuti da Gabriele Rossetti, Guenon e, successivamente, da Luigi Valli, dimostra che questo modo di poetare “a doppio senso” era stato importato dalla Persia e dalla Siria in Europa dai manichei, dai catari e dai templari; e che i poeti siciliani della corte di Federico II e del figlio Manfredi avevano appreso proprio frequentando studiosi ebrei, spagnoli ed arabi accolti presso la corte “itinerante” federiciana, e successivamente sviluppati nell’opera di Pier delle Vigne e di Jacopo da Lentini. Dalla corte siciliana il “poetare” dei Fedeli d’Amore approderà, nell’Italia centrale, al bolognese Guido Guinizzelli e alla scuola toscana: Guido Cavalcanti, Dante, Cino di Pistoia (che per un certo tempo sospese ogni contatto con i con settari per paura di essere scoperto), Francesco di Barberino, Cecco d'Ascoli (che fu bruciato vivo nel 1327 per aver detto che il papa era l'anticristo), Lapo o Lajo Gianni ed altri come Dino Frescobaldi, Gherardo da Reggio, Dante da Majano, Nuccio Senese, Guido delle Colonne coevo del Guinizelli, Pannuccio dal Bagno Pisano. Per giungere, infine, a Boccaccio e Petrarca e, nel Cinquecento, a Torquato Tasso, passando attraverso la mediazione del pensiero neoplatonico ed ermetico dell’Umanesimo e del Rinascimento fiorentini con la scuola di Marsilio Ficino.
In tal senso, l’indagine condotta da Turi Rovella sulla poesia e sul linguaggio iniziatico dei “Fedeli d’Amore”, se da un lato si rivela sorprendente per la proposta metodologica ed interpretativa, rivelando le qualità eccelse di studioso di dialettologia e di glottologia da egli possedute, dall’altro essa non si esaurisce nella mera “lezione” da affidare al mondo degli studiosi ed alla storia della cultura.
Tale indagine diviene “altro”. Testamento spirituale di uno studioso, di un poeta che credeva in modo assoluto e senza infingimenti, nella “potentia” salvifica del linguaggio poetico e nella forza vitale dell’Amore, vissuti ed agiti come momento di un “transito” della vicenda umana, testimonianza di verità e di “fede” dell’uomo colto nel mistero irriducibile del cosmo.

 

Salvo Sequenzia

 

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