ORIENTATIONS

I lavori indagano la percezione personale e collettiva del tempo utilizzando i concetti di memoria, codice e assenza.

Persone Sylvia Plath, Ralph Scotese, Christopher Scotese, Marco Pezzotta, Stefania Migliorati, Rebecca Agnes, Michelangelo Buonarroti, Foka, Giò
Luoghi Berlino, Krakatoa
Argomenti cinema, arte, spettacolo

22/gen/2012 12.11.10 rebecca agnes Contatta l'autore

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Orientations

11.febbraio - 18. febbraio 2012,

orari di apertura Gio - Ven - Sab 15.00 - 19.00.

 

Vernissage: Sabato, 11. febbraio 2012, 19.00,

20.00 music performance TUNA PASE. 

Lavori di Rebecca Agnes, Stefania Migliorati, Marco Pezzotta.

 

Orientations (orientamenti) è una mostra dedicata ai punti di riferimento nel tempo e nello spazio. I lavori indagano la percezione personale e collettiva del tempo utilizzando i concetti di memoria, codice e assenza. Il loro dialogo emerge dalla stratificazione di impressioni, segni e durata. 

La nostra idea di tempo è codificata e scientificamente ristretta ad alcuni codici e sistemi che diventano visibili in oggetti comuni come calendari e orologi. Il tempo si misura secondo regole e concetti comunemente condivisi, ma la sua percezione può essere qualcosa del tutto personale e soggettivamente legata alle proprie esperienze, sentimenti, prospettive e memorie.

Il tempo sembra essere intimamente legato al movimento. Possiamo dire che il tempo è movimento, perché nel momento in cui tutto si ferma, il tempo sembra non esistere più. La percezione del movimento nello spazio è un processo connesso alla mente che ricostruisce i suoi percorsi, variazioni e mancanze. Quando tutto è semplicemente vivo.

 

stanza 1 

Rebecca Agnes, One year on earth, one day on another planet, Video di animazione 2D, 6”. Musica di Foka. 2011.           

Il video One year on earth, one day on another planet è, come suggerisce il titolo, un calendario. Nella parte destra dello schermo 365 disegni scorrono uno dopo l’altro. Rappresentano giorni, ove i numeri sono sostituiti da disegni di organismi vegetali inventati, come un calendario personale che utilizza simboli invece della divisione convenzionale del tempo. Sullo sfondo è visibile una montagna rovesciata, il paesaggio di un altro pianeta. Non c’è movimento, solo i cambiamenti di luce sulla superficie delle rocce, dall’alba al tramonto. Questo è il tempo necessario al pianeta per fare un giro completo sul proprio asse. Un giorno su questo pianeta corrisponde ad un anno solare. Un tempo così lungo che smette di avere senso per noi.

Stefania Migliorati, 500scars, 20 dipinti, acrilico su tela, 120x150cm. 2010. 

In 500scars i punti di riferimento sono sia temporali  che topologici. L’installazione ricostruisce la mappa dei toni di una delle immagini del Rinascimento italiano più famose al mondo, la Sibilla Libica della Cappella Sistina di Michelangelo, attraverso il segno stilizzato della cicatrice, traccia di aggancio tra presente e passato. La riflessione si snoda sull’idea di una memoria collettiva e storica del colore e di una sua eredità condivisa.  Al colore si accompagna una memoria che riveste il vissuto reinterpretandolo in continuazione e riadattando le valenze, le emozioni e le stratificazioni legate al colore stesso. La visione di una gamma di tonalità corrispondente a un periodo storico riporta alla mente un immaginario cromatico e causa un riconoscimento empatico, più o meno cosciente, che può essere accompagnato da ricordi e connessioni del tutto individuali del colore. 

Marco Pezzotta, Krakatoa, Stickers, carta, dimensioni variabili. 2012. 

In Krakatoa silhouette di cani da guardia si sovrappongono a sfondi abbondantemente decorati. Il titolo dell’opera viene dal nome di un vulcano indonesiano le cui eruzioni violente tendono a distruggere e ricostruire se stesso e l’isola sulla quale si trova. Si tratta di un lavoro sulla percezione del territorio attraverso un soggetto che lo abita e ne controlla i confini. Quanto sono stabili i concetti frontiera quando è il territorio stesso a cambiare forma violentemente? Ho voluto lavorare su una serie di elementi mobili, partendo dalla convinzione che non esista mai un solo soggetto attivo, ma che il contesto stesso può modificarisi– e con sé la percezione che i soggetti ne hanno. 

stanza 2

Rebecca Agnes, Earth, Ricamo a mano su cotone ,100 x 100 cm. 2012.                       

Le mappe ci aiutano a trovare la nostra posizione. Mostrano esattamente il punto dove ci troviamo così da poter tracciare il percorso per dove vogliamo andare. Oggigiorno le mappe di carta sono superate, sostituite da nuove apparecchiature tecnologiche. Una mappa non è solo un mezzo per controllare la direzione, l’orientamento, ma esprime anche un modo di pensare, una immagine della realtà legata al momento. Il ricamo è una mappa del nostro pianeta. L’aspetto della Terra si basa sul disegno di Christopher e Ralph Scotese che mostra come il nostro pianeta apparirà tra 250 milioni di anni nel futuro: una geografia non familiare e irriconoscibile. Sul ricamo è elencata una selezione di romanzi di fantascienza che hanno a che fare con uno scenario futuristico dove non c’è più la memoria di un pianeta chiamato Terra o esiste soltanto come leggenda.

Stefania Migliorati, Keeping-losing money, Lettere in gesso 70x70 cm, e monete incollate sul marciapiede di fronte alla galleria.

Ripercorrere uno spazio attraverso l’esperienza di un incontro con un oggetto che richiama un altro oggetto, con un punto esterno che si ricollega a un punto interno. Nell’installazione keeping-losing money alcune monete incollate sul marciapiede di fronte alla galleria trovano un riscontro nella scritta a pavimento posta nella seconda sala dello spazio espositivo. Nonostante il tragitto sia sempre lo stesso tra i due punti che compongono l’installazione, le modalità e il tempo di fruizione del lavoro e del percorso sono del tutto personali. L’opera affronta  la questione della soggettività della esperienza dello spazio e del tempo.

Marco Pezzotta, IHWIHWDWID, Video, 3’ 7”. Loop. 2011.

Nel video IHWIHWDWID la bassa qualità della ripresa si confonde col movimento continuo di una folla di calabroni su un campo di lavanda e con l’ondeggiare dei fiori sotto il peso degli insetti. Il titolo è l’acronimo di “If he were I, he would do what I did”: l’ultimo pensiero di un uomo sul patibolo nel verso conclusivo di una poesia di Sylvia Plath. La frase è un tentativo in extremis e privo di intenzioni di fare il punto, per quanto vago e frettoloso, di una situazione incontrollata. Quanto si vede nel video è uno scenario approssimativo nel quale, anche senza riuscire ad individuare una fonte, si cerca di intuire una direzione; pensando che è sempre una stratificazione di interferenze a costruire le immagini.

 

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