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piedi della croce, dove si raccoglie il sangue di Gesù, rinasce la

06/feb/2006 09.57.16 Segreteria di redazione Contatta l'autore

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IL DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO NELL’ARTE SACRA DI GIOVANNI BONALDI

Nel
cammino, ancora lungo e non privo di incomprensioni, verso l’incontro
tra la Chiesa e gli artisti contemporanei, talvolta ci si imbatte negli
esiti straordinari che un dialogo aperto tra la religione e i linguaggi
artistici del nostro tempo può produrre. Così accade per la nuova
Cappella dell’Oratorio di Mozzo (Bg), spazio sorto dal lavorare fianco
a fianco tra la committenza religiosa, l’architetto e l’artista: da una
parte don Davide Rota, parroco di Mozzo, convinto della necessità di
misurarsi con nuovi linguaggi; dall’altra l’artista bergamasco Giovanni
Bonaldi e l’architetto Paolo Pelliccioli pronti ad accogliere gli
stimoli fecondi della committenza pur senza rinunciare alla propria
sensibilità espressiva. La ricerca della bellezza, il tentativo di
parlare all’uomo di oggi con un linguaggio nuovo e una profonda
attenzione a un’opera d’arte che ti aiuti a riscoprire il messaggio
cristiano, sono gli obiettivi che si è cercato di raggiungere.
Mercoledì 8 febbraio alle ore 20,30 presso la ex sala consigliare di
via T.Tasso, 4 a Bergamo verrà presentato il catalogo (Silvana
editoriale) “L’ospitalità dell’Arca” che riproporrà, oltre alle operte
d’arte dell’artista Bonaldi, i testi critici e poetici di Franco
Bonilauri (direttore Museo Ebraico di Bologna), Carlo Chenis
(segretario Pontificio Consiglio arte sacra), rabbino Giuseppe Laras,
poetessa Alda Merini, biblista mons. Gianfranco Ravasi, teologo mons.
Pierangelo Sequeri, architetto Paolo Pel liccioli e don Davide Rota.
La
grande poetessa milanese Alda Merini, nel testo che compare sul
catalogo della Cappella, scrive: è estremamente piacevole entrare in
una cappella architettonicamente equilibrata, impreziosita da opere d’
arte di livello come quella dell’oratorio di Mozzo. Il piacere dello
sguardo sulla materia diventa anche piacere dello spirito. L’arte, l’
architettura che richiamano la vita dell’ebreo Gesù e l’infinita
grandezza di Dio mi aiutano a vedere la bellezza del Creatore. Come
poetessa ne godo visivamente e poi diventa una fatica distogliermi
dalla scena, dalla beatitudine, dalla grazia di quella visione. E’
auspicabile che il sacro torni a dialogare con l’arte contemporanea in
modo innovativo, creativo perché Dio parla all’uomo, attraverso l’
artista, anche con questo linguaggio. E l’arte sacra può tornare a
parlare di Dio solo quando il pittore, lo scultore, l’architetto ma
anche il poeta è ispirato dall’alto. Se l’artista si abbandona all’
ispirazione divina non può che creare capolavori.
Nello spazio della
cappella destinata ad accogliere soprattutto i più giovani, Bonaldi ha
tracciato un vero e proprio percorso tra i valori della fede, a
cominciare dalla porta d’ingresso sulla quale, come se l’entrata in
chiesa fosse un nuovo inizio, è dipinto il “bambino cosmico”, ancora
sospeso nel firmamento ma pronto a entrare nel mondo con le armonie del
suo battito cardiaco che si traduce in note musicali. Ecco perché ad
accogliere i fedeli in chiesa è il fascio di luce che cade sull’opera
dedicata al Battesimo dove il volto dell’uomo, corroso e deformato dal
peccato, è pronto a riscattarsi nell’acqua. Lo sguardo corre subito all’
altare dove la narrazione si accende di luci e colori nelle due grandi
vetrate in cui l’artista narra con raffinatezza rispettivamente lo
sprigionarsi della danza vorticosa della vita dalla parola di Dio e la
nascita, attraverso la morte, dell’Uomo nuovo universale, intessuto di
luce, cielo e terra. Al centro, sull’altare campeggia un drammatico
dipinto della Crocifissione dove a riunirsi attorno all’urlo lancinante
del Cristo, inchiodato tuttavia all’Albero della Vita, è un popolo di
poveri, anziani e soprattutto bambini, che stringendo nelle mani le
lettere ebraiche, gridano la speranza nelle radici della fede. Così ai
piedi della croce, dove si raccoglie il sangue di Gesù, rinasce la
vita; discorso che idealmente continua sotto l’altare, nell’opera
dedicata all’Eucarestia. Completano il suggestivo itinerario religioso
della cappella, il lavoro sul tabernacolo, sulla Cresima e il dipinto
che celebra la gioia attraverso l’immagine di Maria ancora una volta
attorniata dall’innocenza dei bambini. Colori, un originale sistema
simbolico, e soprattutto il coraggio di raccontare il cammino gioioso
della fede senza tacere la sofferenza.
Nelle opere presenti nella
cappella di san Giovanni Battista, è stato realizzato un ulteriore
sforzo da parte di Bonaldi. Seguendo la sua particolare vocazione al
dialogo ebraico-cristiano, il maestro ha inserito nelle pitture e nelle
sculture simboli e lettere ebraiche per restituire un “volto ebraico” a
Gesù e per non far dimenticare al cristiano le sue radici, come afferma
il presidente del collegio rabbinico italiano Laras nel suo scritto: L’
opera dell’artista Giovanni Bonaldi è una felice rappresentazione dello
stadio raggiunto dal Dialogo tra cristiani ed ebrei. In questi anni è
stato percorso un lungo tratto di strada che ha consentito al popolo
cristiano di vedere con altri occhi e con altro cuore gli ebrei,
riscoprendo nella loro lunga e misteriosa storia spirituale taluni
elementi comuni che spiegano e giustificano alcuni tratti dell'identità
religiosa dello stesso popolo cristiano; anche in questo modo dunque ci
viene data un’opportunità per conoscere meglio noi stessi, chi siamo,
da dove veniamo, dove siamo diretti. A ragione l’assessore alla cultura
del Comune di Bergamo, Enrico Fusi, nella sua introduzione sostiene che
l’opera dell’artista Giovanni Bonaldi si muove verso una direzione non
solo efficace dal punto di vista artistico, ma anche fruttuosa sul
piano del significato. La riscoperta di un’identità comune deve essere
la base per un dialogo tra comunità ebraica e mondo cristiano. In
questo cammino di incontro e di dialogo il linguaggio dell’arte resta
strumento fondamentale e insostituibile.
E’ per questo che Mozzo potrà
offrire ad altre comunità -afferma nella prefazione mons. G. Ravasi- un
modello e un appello a far sì che non solo si custodiscano chiesette,
cappelle, edicole del passato, ma anche si ritorni a concepire e ad
attuare altri segni di fede, di vita e di speranza conficcati nel cuore
della quotidianità, del frastuono, del gioco e del lavoro e persino
della distrazione e dell’esteriorità. Edifici che coi loro simboli e il
loro spazio hanno ancora una parola da dire all’uomo contemporaneo,
sono ancora capaci di offrire all’anima una sosta quieta eppur
fremente.


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