Mostra "Forme Coeve": intervista ad Antonio Milana

04/mar/2012 00.19.04 Manuela Giammarioli Contatta l'autore

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Antico e contemporaneo, la poliedrica Roma e i suoi meno conosciuti (ma non meno affascinanti) dintorni: sono solo alcuni degli elementi che trovano un punto d’incontro in “Forme coeve”, la mostra di Antonio Milana visitabile fino all’11 marzo presso la Sala Orsini del Palazzo Chigi di Formello. Circa cinquanta dipinti su tela, tavola e carta, realizzati fra il 2004 e il 2012, illustrano il percorso dell’artista e la sua ricerca sul colore, segno e materia. Nel rinascimentale spazio della Sala all’interno di Palazzo Chigi, il 3 e 4 marzo l’esibizione si trasformerà inoltre in un’insolita performance, una denuncia contro il dimezzamento dei fondi ai musei della Regione. Nell’intervista che segue, Milana approfondisce il suo rapporto con il territorio e i motivi della sua esposizione.

    

 

 

«Perché hai scelto di esporre a Formello e in che modo le tue opere contemporanee possono trovare una dimora in una struttura antica come la Sala Orsini di Palazzo Chigi?»

 

«Circa dieci anni fa ho deciso di abbandonare Roma e di trasferirmi non lontano da Formello (a Sacrofano, NdR). Da quel momento ho sempre sentito l’esigenza di incontrare questo territorio, e gli spazi espositivi delle suggestive ex scuderie rinascimentali mi hanno sempre affascinato particolarmente per la loro peculiare atmosfera, pregna di storia, che è rimasta intatta fino ai giorni nostri nonostante i molti restauri. Da tempo cercavo un luogo di questo tipo, originariamente non concepito per ospitare delle esposizioni ma che invece, alla luce dei fatti, risulta essere lo spazio giusto, ideale per questo scopo. Perciò quando è capitata l’opportunità, anche grazie alla sensibilità dimostrata dal Comune di Formello verso l’arte, ho accolto immediatamente l’invito con entusiasmo».

 

 

«Vi è una certa assonanza tra il nome “Formello” e il titolo della tua mostra “Forme Coeve”: si tratta di un caso o di un riferimento voluto?»

 

«So che la parola “Formello” trae probabilmente la propria origine da “formae” (la denominazione data dai romani agli acquedotti etruschi che rifornivano la città di Veio, NdR): “Forme coeve” può dunque considerarsi un omaggio al luogo che mi ospita. Del resto segno, materia e forme sono da sempre frecce per il mio arco narrativo».

 

 

«Qual è l’elemento, l’idea o il motivo che guida l’allestimento e il percorso attraverso le opere della tua esposizione?»

 

«L’elemento fondamentale che mi ha guidato fin qui è la volontà di creare una relazione fra i miei lavori e la storia del territorio, cercando di pormi come portatore di continuità. Ho visitato questo spazio più volte prima di  pensarne un’esposizione. Il tipo di architettura che vi si trova mi ha suggerito una dimensione, un canone. Penso di averlo intercettato e di essere entrato in sintonia con questo luogo senza imporre il mio intervento, cercando invece un dialogo tra spazio e tempo. Questo tipo di proposta, in un luogo che sorge alla base di una torre medievale recentemente restaurata da Andrea Bruno (che si è occupato anche del recupero del Castello di Rivoli), è per me anche un momento preciso di riflessione sul mio percorso. Come questa torre d’avvistamento che costituisce un punto di vista privilegiato sull’Urbe anch’io, che abito non tanto lontano da Roma da perderne gli echi né tanto vicino da subirne il caos, vivo appieno la storia del territorio pur mantenendo uno sguardo attento e vigile sulla realtà del panorama artistico romano».

 

 

«Hai aderito, così come la direzione del Museo dell’Agro Veientano, alla “Festa dei Mezzi Musei del Lazio” che prevede per il 3 e 4 marzo una serie di iniziative contro il dimezzamento dei fondi per i musei regionali...»

 

«Ho deciso di partecipare perché trovo che sia una iniziativa giusta, che mette in risalto le grosse difficoltà cui le realtà museali devono far fronte e che probabilmente, purtroppo, si acuiranno a seguito dei tagli. Dimezzare i fondi per la gestione dei musei equivale a minare le fondamenta della società civile. La cultura è l’anima di ogni comunità e svilire i luoghi deputati alla sua conservazione e trasmissione è come autodistruggersi, o distruggere lentamente la storia che ci ha portato fin qui.

 

 

«Molte idee diverse saranno sviluppate nei vari musei Laziali nell’ambito di questa originale forma di protesta . Tu cosa proporrai?»

 

«Le sale espositive saranno oscurate e i miei lavori verranno illuminati con il solo ausilio di torce a batteria. Il buio sarà una metafora dello stato in cui si troveranno presto, di questo passo, le realtà museali della Regione. Sabato e domenica, gli spettatori avranno la possibilità di relazionarsi in maniera insolita con le opere che, nell’oscurità della Sala, appariranno come vere rivelazioni cromatiche che continuano silenziosamente a narrare la propria storia, nonostante tutto».

 

 

 

 

 

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