Il Nudo nell'Arte

29/lug/2006 08.00.00 Galleria Roma Contatta l'autore

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COMUNICATO STAMPA 

 

    

 

Il nudo nell'Arte
dalla preistoria ai giorni nostri

a cura di Corrado Brancato

 

Tema iconografico che attraversa l'intera storia dell'arte coinvolgendo, oltre alla sfera estetica, anche quella culturale in senso lato. Anche se come soggetto artistico autonomo, quasi un genere, il n. si afferma solo nel sec. XVIII nelle accademie di belle arti, la rappresentazione della figura umana nuda è documentata fin dal paleolitico in tutta l'Eurasia.
Le Veneri steatopigie (Veneri di Willendorf, Savignano, Lespugue, Laussel) ostentano nell'ipertrofia dei seni e dei glutei la loro femminilità e capacità procreativa assurgendo a simboli di fertilità e a personificazioni della potenza vitale della Grande Madre.
 In età storica non mancano testimonianze nell'area della cosiddetta Mezzaluna fertile (la sumerica Scena di libagioni, 2500 a.C. da Lagash, e il babilonese bassorilievo della dea Astarte, 2000 a.C.) e in tutto il bacino del Mediterraneo. Anche se il canone egizio escludeva la raffigurazione dell'uomo nudo (la nudità totale era considerata segno di inferiorità sociale e designava i nemici sconfitti), il nudo tuttavia ricorre nella rappresentazione delle divinità legate ai miti cosmogonici e anche in alcune scene di vita quotidiana (ostrakon con Nuotatrice da Deir el Medina) così come a scopo decorativo nei manici degli specchi da toeletta.
In Grecia l'importanza attribuita ai giochi ginnici, in cui gli atleti erano soliti gareggiare nudi, legittima una concezione della nudità come esaltazione dell'armonia del corpo: la rappresentazione artistica del corpo nudo ha come scopo essenziale quello di mostrarne le forme e la bellezza, intesa come proporzione delle parti rispetto all'insieme. Dopo ì kouròi della scultura arcaica, statue devozionali di giovani senza vesti, l'atleta nudo diventa il soggetto privilegiato della statuaria del periodo classico, pervasa da un sentimento eroico della nudità (dal Diadumeno di Policleto, colto nell'atto di cingersi il capo con la fascia della vittoria, al Doriforo di Policleto, all'Apoxiomenos di Lisippo che si deterge con lo strigile, ai guerrieri attici noti come bronzi di Riace).
Accanto al nudo maschile dal sec. IV a.C. si afferma quello femminile attraverso il tipo della Venere (da quella di Milo eall'Afrodite di Cnido di Prassitele con le varianti delle copie romane) desinato a continue rivisitazioni nella storia dell'arte occidentale. Mentre l'arte etnisca si caratterizza originalmente per l'accentuata stilizzazione del nudo maschile (nei bronzetti rappresentanti il devoto sante o il guerriero armato e nelle filiformi e suggestive Ombre della sera), l'immagine del nudo nell'arte romana riprende in maniera accademica il modello plastico greco specie nelle sue espressioni: più auliche come testimoniano le statue di notabili e dello stesso imperatore nelle quali l'eroicizzazione del personaggio è affidata a una vigorosa nudità (a cominciare dal Principe ellenistico del sec. I a.C); ma accanto alla ritrattistica ufficiali le officine neoattiche attive a Roma producono opere originali come il celebre Torso del Belvedere, il Pugilatore e l'Afrodite Medici.
 

Tratto da:
L'UNIVERSALE
La Grande Enciclopedia Tematica
 

 

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