Gustavo Bonora in mostra presso Spazio Tadini dal 4 al 15 febbraio. Ingresso gratuito.

05/feb/2014 16.17.40 uff.stampaexfabbricadellebambole Contatta l'autore

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Mostra a cura di Francesco Tadini e Melina Scalise per il ciclo Milano in Arte 1945 – 2015, dal 4 febbraio 2014.

 

Il lavoro di Gustavo Bonora è legato saldamente al corpo dell’arte del Novecento e a quei tessuti, organi e articolazioni che gli hanno dato vita e sconfinato le frontiere temporali del nuovo millennio. Un lavoro di Frontiera avviato in un dopoguerra milanese particolarmente ricco di cantieri culturali nei quali si costruivano anche le case che ancora oggi abitiamo. Un processo che vede interconnettersi – ancora con inesauribile manualità – le discipline dell’arte e della conoscenza dell’uomo.
Sarà per questo che Gustavo Bonora intraprende, parallelamente all’attività artistica, quella di psicoanalista. Non si può preferire Bonora pittore a Bonora psicanalista se non per vizio. L’occhio vuole la sua parte e concede raramente un “pari” alla riflessione che ne maturi l’acutezza. Ma è sufficiente scavare un poco per sondare le radici della indiscutibile qualità pittorica di Bonora e recuperare il terreno che le nutre. Terreno delle più grandi conquiste etiche, oltre che estetiche, della generazione che precede chi oggi è nel mezzo del cammin di nostra vita.
Se l’arte informale – territorio di sperimentazione privilegiato da Bonora – è stata, consapevolmente o no, la risposta artistica che l’Europa ha dato alla crisi morale e politica conseguente agli orrori della seconda guerra mondiale, allora non si può che risalire ai progenitori e alla loro epoca (di quasi tutte le avanguardie artistiche successive oltre che dell’informale): i surrealisti e la prima guerra mondiale. Guerra nella quale, come racconta lo storico americano Eli Zaretsky (in I misteri dell’anima. Una storia sociale e culturale della psicoanalisi) “(…) uno studente francese di medicina, a nome André Breton, fece una suggestiva scoperta: mentre curava un soldato traumatizzato, il quale si era costruito la fantasia che la guerra fosse finita, le ferite dei soldati fossero solo dipinte e i morti cadaveri presi in prestito dalle facoltà di medicina, Breton cominciò a dare forma alle idee del movimento che chiamerà surrealismo…”


Francesco Tadini presenta Bonora a Spazio Tadini
Va ricordato che, in quel periodo tutti i più stretti collaboratori di Freud lavorarono con i soldati affetti da nevrosi traumatica. Abraham dirigeva un ospedale di smistamento sul fronte orientale. Ferenczi organizzò il reparto psichiatrico di un ospedale militare di Budapest. Ernst Simmel dirigeva un ospedale psichiatrico da campo a Posen.
E’ ancora Zaretsky a concludere, con le parole di W.H.R. Rivers, medico inglese convertito alla psicanalisi: “Si direbbe che il destino ci abbia offerto una straordinaria occasione per mettere alla prova la verità della teoria freudiana dell’inconscio.”
Gli orrori della Grande Guerra fornirono l’occasione del superamento di una concezione positivista e meccanicistica nella conoscenza dell’uomo (i soldati traumatizzati venivano “curati”, fino ad allora, con abbondanti terapie elettroconvulsivanti, comunemente note come elettroshock) in favore di un nuovo inizio.
“L’io non è più padrone nemmeno in casa propria”. E: “L’immaginazione è forse sul punto di riconquistare i propri diritti”. Due proposizioni che hanno segnato il Novecento. Freud e Breton.
Breton legge gli scritti di Freud e applica le teorie psicoanalitiche sui malati e anche sulla scrittura. Nel 1919 insieme a Soupault elabora la scrittura automatica, attraverso la quale il pensiero viene liberato dal controllo della ragione e fa emergere la dimensione inconscia.
Il Surrealismo viene definito dallo stesso Breton: “Surrealismo, Automatismo
psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in
qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero…” .

E’ proprio questa fuga dal controllo della ragione, questa emersione dell’inconscio a disegnare una delle più nette linee di demarcazione nella storia dell’arte e delle Avanguardie del Novecento. Ed è l’immersione di un pittore / psicanalista del livello di Gustavo Bonora in un lavoro che lo ha posto al centro di un gruppo milanese ben nutrito (da Mino Ceretti, Bepi Romagnoni, Giuseppe Guereschi, Floriano Bodini, Emilio Tadini, per citarne solo alcuni) ad attuare uno slittamento ulteriore del ruolo dell’artista nella società.
Gli anni dell’impegno sociale e politico di molti artisti, dopo la liberazione dal fascismo, erano forieri di scelte e divisioni importanti. Implicito, per una certa parte della intellettualità schierata, il richiamo ad un ordine – una forma – che potesse, in modo diretto, servire le istanze della classe operaia.
Bonora, non “organico” (gli intellettuali organici erano essenziali, per Antonio Gramsci nella costruzione dell’egemonia culturale) già intellettuale di vaste e articolatissime letture – da Sarte a Husserl, oltre che a Freud e Lacan – non poteva che darsi la libertà di esplorare un sapere non richiesto da un sistema delle arti che doveva – per necessità anche mercantili – inseguire, in definitiva, centri di potere.
La sintesi surrealista, matrice di qualunque arte informale, era e resta per Gustavo Bonora, origine di un fruttuosissimo e lungo lavoro a cavallo tra arte e psicanalisi che, lungi dal perdere attualità, permette alla pittura – quella particolare operazione manuale attuata con colori e pennelli – di essere ancora in vetta alla classifica delle molteplici vie della conoscenza chiamate arti.

Francesco Tadini

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