I SETTE VOLTI, AD OLIO E NON SOLO, PER YUMA (Pasquale Russo Maresca Stanza dell'Aliprandi )

09/giu/2014 14:15:02 pasquale russo maresca Contatta l'autore

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I SETTE VOLTI, AD OLIO E NON SOLO, PER YUMA
Un altro tempo, un altro biglietto e un’altra faccia. Nessun treno passa per Yuma, a nessuna ora. Nessun volto è pronto per affrontare l’attacco della Storia o della Pittura, prima di arrivare alla prigione del ciclo della vita, della tela catturante, dell’artista indovino e delle gallerie dell’universo. O del Senso cercato continuamente e mai definitivamente trovato. Tutto è li, immobile nella luce e nel buio sotto i nostri sensi. La scenografia, e che scenografia (!), è pronta dal big bang in punta di pennello, quasi fosse un’ossessione o un vizio ma non ci può bastare più, perché sa di opera già raccontata , di binario morto e sepolto e allora va tolta, annullata, espulsa, rimasticata, messa ai margini della strada. Dio creò l’immagine a sua somiglianza, partendo dalla spianata della fronte, cercando gli occhi , plasmando l’attaccatura delle orecchie, trovando crateri, fori ,pori , aperture, pozzi di petrolio e scie di comete.
Sul treno, l’ultimo che può ancora transitare da Auschwitz, c’è il silenzio dei corpi, non dei visi , dei corpi squartati, derisi , affossati , scarnificati , senza “ belle” proporzioni , quel treno per Yuma , il mattatoio dell’arte e della verità che non arriverà mai a destinazione…..E il vuoto dell’interesse a cambiare i nessi della libertà di fare e d’immaginare , anche forse la bontà dell’uomo. Il carnefice che ride compiaciuto , è la nostra normalità che chiediamo alla Natura e che la Natura ci offre come vuole, senza sicurezze. Spaccare la testa o decapitarla con la ghigliottina non porta lontano, anche fosse ancora Yuma il punto di arrivo, né porta voli o pensieri. Il San Giovanni Battista , decollato del Caravaggio, reclama l’unità, anche se il corpo è schiacciato dai piedi del carnefice e dell’abbandono della testa schizza l’ultimo sangue di Vita, ormai ci siamo ad essere altro : senza muscoli, piedi, mani
sessi, il corpo galleggia nello spirito e nella fine eterna. E la testa cresce di potenza e d’importanza. Quante visioni e pulsioni stanno dentro a quel minuto? Quante mani mancano alla carezza dei capelli? Quanti baci non avuti ? Quanti pasti marciti e non deglutiti? Due Divinità verranno separate per sempre dal taglio del pugnale, dal fulmine della Pittura, il cuore che s’appassiona e la testa che dirige, quasi un tiro alla fune tra Dioniso e Apollo, tra due fratelli che si completano e si tendono la mano per non cadere nel burrone dei luoghi comuni. Violenza e Bellezza, misericordia e sterminio, audacia e paura, che si affrontano in una danza proibita, in un girotondo infantile, in un accoppiamento da mantide. Esiste un naso eguale a un altro che respiri con le stesse parole ? Esiste un dolore che picchi nello stesso punto, con la stessa intensità e nella stessa maniera due persone differenti, forse geneticamente modificate dalla società della
Comunicazione e dai codici IBAN ? E’ possibile visitare una ruga per “conoscere se stessi” ?
Pasquale Russo Maresca, artista di raffinata poesia visiva, ha nelle mani il coltello insanguinato del creatore e non si cura di tagliare solamente e sommariamente. O di scappare prima che qualcuno lo incolpi dello scempio. Di tutti gli omicidi dell’identità. Perché vuole incidere il suo urlo nel magma della materia. Perché sta nei sette settimi di Volto, nella sua mappa per l’isola del tesoro , nel suo cielo e nella sua cosmologia dell’Arte. Perché cerca di scomporre il senso delle certezze per farci entrare a spallate il Tempo e lo Spazio. E la Grande Storia del ricordo. O l’istante della nascita, dove tutto era possibile, prima di perdere qualcosa o il treno, , quel treno maledetto/benedetto. Macella alla luce del sole, suggerendo nuove interpretazioni alla Bellezza. Macella alla luce della luna per la sua sposa madre. Macella il mare dei desideri.. Macella i macellai del Tutto e del Nulla che spuntano da ogni parte. Macella
l’auto-ritratto di Durer. Quanta ricchezza e quanta povertà c’era nel ripetere pittoricamente il compito delle dimensioni , une e trine, insomma tridimensionali, prima che arrivasse la sua violenza progettuale?!? E quanti racconti celebravano i nostri occhi non più in solitudine ma protagonisti di puzzle complesso? Lo abbiamo sempre saputo. L’avevamo sulla punta della lingua. Non ci si accomiata da un volto come da un amico. Non si ghigliottina la Gioconda del Louvre. Non si lacera un’emozione, né si divide un amplesso in due. Non si irride una nuca, anche se vi è la canna di una pistola che vi si appoggia truce. Perché quel volto non si raffredderà mai neanche dopo la morte. Perché in quel volto si narrerà anche il resto del corpo. Perché in quel volto si leggeranno facilmente le linee della mano, da subito. E’ chiaro : non si può tenere tra le mani troppo la rappresentazione dell’esistente e del possibile, pena la perdita del
senno o il fraintendimento. Certe cose è meglio che rimangano in parte misteriose o inespresse. Quel volto dipinto invece ha (e sa) tutto, proprio tutto: citta, amanti, prati fioriti, culle, sogni, autostrade, vizi, discipline, laghi. Quel volto invece pesa più di mille anime. E di mille cuori e polmoni. Perché è la natura più viva che conosciamo. Forse l’unica. Ognuno, secondo Pasquale, ha la faccia che si merita o che inconsciamente desidera, non il fegato. Ognuno porta nel suo volto il destino d’illuminazione e di sperdimento che va ricercando, aprendosi a nuove attese e specchi. Senza coscienza la fronte s’abbassa, gli occhi si sgranano, il setto nasale s’affossa nella via crucis quotidiana e tutto diventa profilo. Un profilo senza orizzonte. Un profilo di montagne, inumano .Un vassoio per Salomè con una testa mozzata mostruosamente umana che si appiattisce perché sbagliata dal corpo e dalle narici , quasi una medusa spanciata sulla
riva. Un tempo gli occhi , quello destro e quello sinistro, per gli Egizi simboleggiavano Osiride e Iside e vigilavano sulla vita e sulla morte. Oggi hanno lo stesso scopo, anche se coperti da occhiali alla moda ma pochi se lo ricordano. Pasquale Russo Maresca così cerca la via del corpo dentro l’armonia del Volto e la trova dando nuovi organi alla realtà al sogno e alla visione ultima. Quel treno per Yuma non ha cercato i Sette Settimi di Volto. Si sono fermati prima, dove la psiche spinge a guardare e poi a vedere fino in fondo. Quegli esili corpi si sono arresi alla grandezza scultorea di un corpo-volto che abbatte il balletto e la finzione. Bocche aperte allo stupore o serrate alla magia che non emettono fiato. Fronti ,attaccature ,capelli ,occhi, nasi, guance, menti, labbra, colli ,nuche, etc…elementi di un nuovo Partenone dell’Umanità. O di un labirinto barocco dimenticato dalla incuria e dalla crisi.
Luca Sartini(29/05/2014)


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