Conunicato stampa

Sempre le ho accomodate ad un tiro di sguardo e bisbiglio dal loro Acheloo, pittore dal corno-pennello; ora immerse in acque gelate, ora furbamente celate ma di coda presenti.

19/mar/2007 16.00.00 Mario Commone Contatta l'autore

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GALLERIA D’ARTE CONTEMPORANEA IL GABBIANO LA SPEZIA

ANTONIO BOBÒ
presenta
opere relative al ciclo

ICODA
l’ossessione di una forma e del suo contenuto

24 marzo 12 aprile 2007

via don minzoni 53 19100 la spezia tel 0187 733000 orario: 17.00 - 20.00 / domenica e lunedì chiuso

inaugurazione: sabato 24 marzo ore 18

Alla sirena che nuotando ad arco 210°
con me costeggiando
sud-sud-est / nord-nord-ovest
approdò all’isola scoglio confine.
Un miglio marino per confondere di lei
gli occhi con il mare...

CODA NON CODA ICODA
ICONA PER UNA CODA

Anni passano. 20 passati. E mi domando ancora cosa ci faccio lontano dal mio mare. Dal mio tirrenico mare.
E per non pensare intanto mi sono cucito e ricucito, ricamato e drappeggiato mille e una coda. Code suggerenti, code narranti, code eccitanti. Sempre le ho accomodate ad un tiro di sguardo e bisbiglio dal loro Acheloo, pittore dal corno-pennello; ora immerse in acque gelate, ora furbamente celate ma di coda presenti. Aggiranti, danzanti, ora dugongamente alla luce sdraiate, spianti l’esercizio sospeso del loro aspirante mentore; ora in autoerotico paramentamento a sbrigare fiocchi, nastri, bottoni e bretelle; ora a sbirciar orizzonti cavalcando le mele, gelose d’isole apparire. Ora davanti ora dietro alle tele, o dall’alto appese, complici e muse degli imminenti inizi.
Una coda, una pinna meglio pinnis che pennis, da calzare, impinnare e legare alle mie Sirene.
20 anni per aggiustarne la forma, la foggia, la taglia, sagoma e colori... e improvvisamente, ormai io sfinito e disperante, mi si svuota di Lei. Adagiato panno smesso gli rifiuto piega e rifugio e lo stendo, la stendo a palio, la fisso. La sospendo a insegna a cartello a icona. A Icoda. A memoria. Insomma da coda-feticcio a Icoda.
Macché Platone Plutarco Omero, macché Virgilio Lucano Ovidio, macché Nereidi, Oceanine e Ondine titiane, e sartoriane Sirene. Macché Aglaope Ligea Telsiope. Macché lusinghevoli “Ferma la nave, e il nostro canto ascolta”. Io, Odisseo sordo, ho la cera di mio per non sentir più suggerimenti, oltre che sordo e disperante oltremodo mi sento confuso, ma libero dall’albero di prua almeno potrò godere di una senile pur modesta mobilità, e non perdere la ragione per poter ancora pormi domande.
Non so se questa mia ossessione, in metamorfosi dal contenuto alla forma, abbia raggiunto il focus, sicuro genera in me inventari, elenchi a stagione a calendario ad umore e rumore, disposti ad ex voto a squadriglia, in assetto, al quadrato, in ordine cronologico, numerico logico e sparso. Allora ecco perché macché. Macché mito. Perché alla forma e sotto la sua icona a coda io possa libero da mitografie, archiviare: un Nautilus, una A del Bodoni, un uovo, il rimbalzo di una goccia o una pallina di mercurio, una piuma romana o la terza piega della Nike, una melagrana. Di seguito: un kimono, la volée di Nastase, la firma di Picasso e il caffè di Gustav; uno sgraffio d’Altamira, il fungo atomico (solo il fungo), il sesto acuto di papà. E aggiungo: il quarto cieco da destra di Pieter, il bandoneon di Astor, la ninfa selvaggia di Alda, i resti della Kreuzkirche di Bernardo e le mappe di Jean. Ancora: il Galileo-Galileo di Freddie, un rimbalzo di Alì, le dita di Egon, una mossa di Anatolij, l’uccellaccio di Pierpaolo... e vai, vai vai vai vai agli struggenti incroci della memoria, a setacciar pepite, a tabellonare e a perficere il mio personale firmamento. Dolci cardiocalcoli dal tempo sedimentati e impressi nei miei pensieri.
La madre di tutte le Icode, intanto l’ho messa a sei piani, a campana, in facciata per l’Arte, in A3. Da lassù quando il vento la vibra sembra proprio che canti. E mi canta: “Voglio tornar sul Tirreno, a levante o meglio a ponente dove il mare dicevi è Delfino...” Questa volta ti porto sul mare di Percy dove il mare, dico ancora, è Delfino, e aggiungo, il vento è Gabbiano.

Infine, mi cito: “Come Ulisse mi sento i piedi salati e come lui sogno di Sirene rapite”, affinché possa non interrompere il progetto del sogno, a dispetto della mia disperazione, del mio sfinimento e della confusione che è in me, così almeno in questo appena iniziato marzo.

marioacom@libero.it


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