E’ veramente difficile scardinare tumuli di norme che la cultura cattedratica impone dall’alto del suo scranno. Eppure ci proviamo, cambiando prospettiva. E lasciamo parlare non l’interprete, ossia il soggetto, ma l’interpretandum - testo scritto o opera d’arte - e noi a recepire la Parola che ci illumini su come va il Mondo, noi ad ascoltare una possibile verità. Animati da tale consapevolezza ci incontreremo al ritmo dei versi greci e latini e l’appuntamento è martedì 29 maggio 2007, h.18,30, nel cortile del Palazzo del Governo in Siracusa. Un’occasione per evidenziare anche il karaktér, ossia l’unicità, l’essenzialità, l’immagine archetipica di personaggi del mito, quella forma che si sostanzia attraverso l’agire e in rapporto alla complessità delle loro esperienze. Al modo del filosofo Eraclito il carattere è il destino, che plasma ogni vita in un’immagine globale. Così Aristotele nella Poetica, affermando che la tragedia deve rappresentare o immaginare discorsi logici e lasciare fuori dal dramma l’illogico ossia l’irrazionale: la specificità del mito offerta come possibile realtà, attraverso i discorsi logici e coerenti. Ed Eracle lascia immaginare la forza eroica; il nocciolo di Aretusa evidenzia la virtù della verginità; la qualità del carattere di Deianira è la coerenza, alimentata dall’angoscia, fino all’extreme; il due in uno è nella figura femminile di madre-figlia, che il mito di Demetra e Kore offre; il viaggio disperato di Edipo nel labirinto della verità ove si scopre marito-figlio, padre-fratello; Medea, la maga per antonomasia, la donna dal sapere totalizzante, lei matricida per un amore non corrisposto. L’io eroico di Eracle( lo specifico del suo carattere) fa a pugni con la complessità del suo essere eroe e gioisce e soffre al modo di ciascuno di noi. Quell’io che si nutre della nerboruta forza fisica sconosce( eppure ha viaggiato nel mondo delle ombre, donde ha riportato Cerbero) i nessi limitativi che la vita impone perché avvenga la trasformazione, ed è l’ombra di un morto( il centauro Nesso) e non la vecchiaia che sapora di qualità formative a toglierlo di mezzo. Il mito- così auspicava il filosofo Aristotele - deve incutere paura e pietà, un modo paideutico e salvifico per i tanti peccatori del mondo. Ancora una volta l’interpretandum offre la sua parola veritiera.
Lucia Arsì