INTERVISTA ESCLUSIVA A "DISORDER" (AUTUNNA ET SA ROSE)

03/mag/2008 00.20.00 Maurizio Ganzaroli Contatta l'autore

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1. Ciao Disorder, i tuoi pezzi sono sempre cantati o recitati non solo in italiano, da dove viene questa esigenza di esprimerti in altre lingue?
Vi sono indubbiamente “spinte” ancestrali nelle diversificate scelte linguistiche. In ogni caso, la fase della storia di Autunna et sa Rose in cui quest’esigenza è stata imprescindibile è senza dubbio quella della creazione dello Sturm, la nostra prima vera e propria opera di teatromusica. Sturm in tedesco significa tempesta, ed è il nome del protagonista, giovane austriaco di origine slovena dall’indole romantica e turbinosa, erede storico di una tradizione mitteleuropea che l’ha formato culturalmente, latore di quella magica ondata culturale ed artistica che caratterizzò la Felix Austria a cavallo tra gli ultimi due secoli. Il suo nome è collegato anche a quello della rivista - e dell’omonima galleria d’arte - berlinese Der Sturm, per la quale Oskar Kokoschka preparò una celebre copertina-autoritratto in cui si raffigura con il capo rasato come un ergastolano (un gesto di protesta contro la società degli "adulti arrivati") e l'indice conficcato nella ferita sul costato, gli occhi circondati da occhiaie che sembrano cicatrici e la bocca distorta in una smorfia grottesca. Il personaggio Sturm, come già Kokoschka nel suo dipinto, presenta se stesso come il profeta e martire che espia le colpe di una società ottusa, la quale preferisce nascondersi dietro alla maschera dell'apparenza ad ogni costo, esattamente, in un parallelo non forzato, come è la società di quest’inizio di terzo millennio.
Nonostante siano richiamate spesso e volentieri citazioni culturali e letterarie del periodo a cavallo tra i due secoli passati, la collocazione storica del personaggio Sturm è volutamente non precisata: in realtà il lavoro sottende un’innata necessità di operare un’indagine interiore legata anche ad una ricerca delle proprie origini, culturali e più diffusamente spirituali, con l’intento di stabilire un “ponte” tra le epoche. Da tutto ciò discende la necessità di utilizzare nelle varie parti musicali dell’opera testi in diverse lingue: Sturm, rampollo di buona famiglia, ha avuto infatti la fortuna di studiare in Francia dove ha potuto conoscere da vicino il Simbolismo di autori quali Baudelaire e Mallarmé, di gustare la pittura impressionista e pure simbolista di quegli anni fin de siècle e la musica di autori quali Debussy e Ravel. Ecco quindi il perché dell’utilizzo dei vari testi in francese, ma non si può certo dimenticare il tedesco di Hofmannsthal (citazione da una sua opera teatrale) e la “coverizzazione” di Some Guys dei Tuxedomoon, brano in cui Sturm, in seguito all’abbandono dell’amata, vive i primi momenti di crisi schizoide, sentendo un treno corrergli addosso mentre in lui si manifesta un prossimo marcato desiderio di suicidio.

2. Spesso ti ispiri ad artisti che hanno avuto vite travagliate o molto complesse, come ad esempio Pollock!
Innanzitutto è il caso di specificare che il progetto Pollock è nato come entità parallela alla nostra attività come Autunna et sa Rose. Jackson Pollock è stato il principale esponente del movimento artistico formatosi a New York durante gli anni ’40 e oggi noto come Espressionismo Astratto; per lui in particolare si usa parlare di Action Painting, una pittura carica di una robusta intensità ed un’espressività energica, legata ad un netto rifiuto di schemi compositivi rigidi, alla ricerca di uno spazio della libera creatività dell’individuo, di un luogo d’improvvisazione e trascrizione di impulsi interiori, in pieno contrasto con l’alienante società tecnocratica. Nato da radici surrealiste (durante la seconda guerra mondiale vari artisti europei, in primis André Masson fuggirono in America e vi portarono i loro fermenti culturali), con uno sguardo deciso verso gli stimoli apportati dalla cultura orientale e da quella di matrice centroamericana, il movimento propugna l’intensificazione del gesto dell’artista, il quale deve abbandonarsi ad ogni controllo, ai buchi neri dell’inconscio, lasciando che la sua opera - vista ora come vera e propria impresa eroica - gli prenda magari la mano e acquisti una propria autonomia.
Action quindi come fine ultimo di un’arte che viene a coincidere con la vita per esprimere una realtà totale di un mondo che si genera continuamente da un frammento indefinito di caos interiore. Il metodo per raggiungere questo fine è quello dell’automatismo psichico, in un ideale tentativo di far retrocedere la tecnica pittorica, introducendo nel campo delle forze creative una sorta di “non-lavoro” che richiede tuttavia assoluta disponibilità e instabilità. La più famosa tecnica utilizzata proprio da Pollock è infatti il cosiddetto dripping, il gocciolamento, già introdotto dai surrealisti (Ernst e Masson soprattutto), che egli però effettua ponendo la tela a terra e spargendo il colore con movimenti circolari, entrando persino nel quadro ed aggiungendovi all’occorrenza altri elementi come pezzi di legno, chiodi, bottoni, ecc. Quest’approccio richiede una notevole fisicità corporea, con l’intento principale di modificare il materiale a disposizione dell’artista, il quale, dando sfogo al suo furor creativo interiore, trasforma la tela nello specchio del sentimento, luogo in cui vomitare catene emotive ed impulsi altrimenti sopiti.
Il nostro progetto si pone quindi come fine precipuo il ricercare anzitutto un equivalente musicale della pittura, e, più in generale, della poetica di Pollock. Per raggiungere tale scopo abbiamo deciso di sfruttare principalmente processi di accumulazione, gli stessi che il grande pittore americano adottava per dare vita alle sue opere, finendo per produrre entità fatte di pulsante caos vitale. La vita dell’uomo contemporaneo è, per natura, un accumulo di idee, emozioni, esperienze: ogni crescita è fatta necessariamente di accumulazione, spesso aleatoria ed incontrollabile, non programmabile a priori. Le composizioni, o meglio, le azioni sonore del progetto Pollock accolgono pertanto come principio cardine quest’idea di accumulazione quasi organica di materiale, con il fondamentale intento di mirare alla gestualità del messaggio sonoro, cercando di accendere emozioni nella misura stessa in cui, appunto, sono specchio del sentimento di chi lo comunica.
Questa “macchina sonora”, dalla natura marcatamente elettronica, è ormai pronta ad acquisire una propria totale autonomia ed anche a convogliare dentro sé esperienze e contributi sonori improvvisativi di vari musicisti. Non ci vogliamo fermare, tutto dipende dalle situazioni che si presenteranno nel prossimo futuro.

3. Nei tuoi pezzi ispirati proprio a lui, sei riuscito a creare nella musica degli effetti “gocciolanti” ed impulsivi, quasi come le sue tele, come hai fatto?
Ti ringrazio per questa tua considerazione nei confronti di un progetto come Pollock che a mio avviso ancora deve dare il meglio di sé… Ricordando infatti la prima il 5 dicembre scorso, ci sono rimaste più ombre che luci al termine di un’esibizione che ripetuti inconvenienti tecnici - e pure organizzativi, purtroppo - hanno peraltro reso difficile e a tratti per noi davvero snervante. Anche la sinergia con la danzatrice Elisa Mucchi sarebbe da levigare, nel senso che dovremmo poter curare in maniera rilevante una preparazione all’assieme corpo-musica che in quell’occasione prima non era stata sufficiente. Del resto - è quasi naturale, no? - Pollock è un progetto che nasce da idee anche contraddittorie, forse si può quasi dire che sia emblema di una certa contraddizione ideologica: la ricerca di una fisicità sonora da abbinare ad una veste comunque avanguardista e complessa, perché improvvisazione, se fatta con idee e con la dovuta passione, significa non limitarsi certo a due-tre accordi, ma anzi, vedere la musica in maniera spazialmente ampia, e pure rischiosa, fino al punto di perdersi in ciò che si produce con i propri strumenti. Se allora, come tu scrivi, siamo davvero riusciti, tra mille difficoltà e tensioni, in quella nostra prima uscita ad esprimere situazioni in piena linea con la poetica di Pollock, ossia a fare ciò che ci eravamo in pratica proposti alla vigilia, probabilmente non stiamo sbagliando direzione… (?)
Già i surrealisti avevano utilizzato la tecnica della scrittura automatica, sia negli scritti di autori come Breton ed Eluard, che anche in pittura: anche noi abbiamo cercato, sulla scia di altre passate tendenze e tentazioni, di abbandonarci a questa pratica per quanto concerne la componente testuale, utilizzata comunque al momento in rari interventi, tentando di fare sgorgare - pensando anche a Pollock - parole che cadono a terra come gocce di colore, seguendo una traiettoria, magari accidentata e pure tautologica, sillabica e frammentata, frammentaria, apparentemente inespressiva, ma invece densa, risultato di un accumularsi di pensieri, sentimenti, emozioni.
Tutto ciò certamente non si può ridurre a qualcosa di prefabbricato, ed anche se la reazione di tanti ancora potrebbe essere quella di vivere un caos disorganizzato e gratuito, credo che ci abbiamo messo dentro la parte più recondita della nostra essenza, almeno ci stiamo provando. Anche per ciascuno di noi, ad ogni modo, quest’esperienza ha significato scontrarsi con una parte di sé magari scomoda e quasi ingombrante, che tirare fuori può dare fastidio anche agli altri prima ancora che a noi stessi. Non so dire se Pollock provasse le stesse emozioni e sensazioni alla fine di un suo quadro, anche se di lui ho letto e chiaramente mi sono fatto una certa idea: quella fisicità, quel dover dominare lo spazio colmandolo di conati esistenziali, il bisogno di sovvertire un ordine precostituito di cui si sono sempre cibate le menti e le arterie di chi ti sta di fronte e cerca, prova esausto ad ascoltare le tue eliche di campionamenti perversi e a volte laceranti, una mente che sbraitando sibili di rabbia antica collabora, cedendogli quasi, con il corpo che a più riprese non sa come reagire…

4. Spesso nei tuoi pezzi, ci sono dei cambiamenti di ritmo e di atmosfera, a cosa è dovuto? Si ha l’impressione che i tuoi pezzi siano suddivisi come capitoli di un libro!
Osservazione curiosa, ma nondimeno apprezzabile… Tuttavia qualche anno fa lessi una recensione su una webzine straniera nella quale quest’aspetto era stato bollato come assolutamente negativo. La forma compositiva, in termini delle macrosequenze che compongono il brano nella sua interezza, è detta forma a finestre per come si presenta, anche visivamente, sulla partitura: blocchi apparentemente indipendenti di materiale musicale, che interagiscono spesso collegati tra loro da “lacci” costituiti perlopiù da brevi incisi. Ricordo ora che altre persone avevano in passato riscontrato come in taluni miei brani vi fossero momenti di cambiamento, in un certo senso di rottura di uno schema, direi proprio di discontinuità: certo questo prova in primo luogo che c’è la composizione nel vero senso della parola, e che questa è strutturata secondo un’idea multiforme e, appunto, composita. Per altri versi, forse più raffinati, c’è una necessità di dare compiuta espressione ai convulsi moti emotivi dello spirito. Non a caso fin dal principio abbiamo concepito l’idea della teatromusica come la forma più naturale ed al tempo stesso complessa ed elaborata per esprimere compiutamente le emozioni che ci hanno da sempre formato e che intendiamo trasmettere come contributo energetico fondamentale dello spirito: il nostro obiettivo precipuo è, anche e soprattutto passando attraverso una sorta drammatizzazione teatrale, indagare il mondo, i sentimenti, le passioni, i tumulti dell’animo umano, pertanto non possiamo nascondere le intime complessità che li caratterizzano, anzi ci serve proprio farle emergere insieme alle relative fasi di rottura, di cambiamento e crisi.
Chiaramente questo processo di frammentazione solo apparente - come invece qualcuno in passato ha avuto il coraggio di scrivere - oltre ad essere naturalmente insito nell’idea della composizione in sé, si estende ad un intero lavoro, e l’esemplificazione migliore perché certamente più organizzata e completa, se non riuscita, credo proprio sia lo Sturm. In quel caso è l’opera intera, che ha appunto una sceneggiatura scritta, ad essere infatti divisa in capitoli, i dodici quadri all’interno dei quali vi sono naturalmente altrettanti brani che li caratterizzano: ognuna delle composizioni musicali è stata fin dall’inizio concepita giacché pensata in funzione di una precisa collocazione scenica, dato che l’idea della teatromusica doveva realizzare un vero e proprio ideale connubio tra l’aspetto scenografico-teatrale e quello puramente musicale della rappresentazione. In tale contesto dunque la musica tende ad acquistare senso profondo e completo solo se inserita nel contesto della storia, dovendone esaltare le varie situazioni emotive. Non a caso alcune composizioni sono pregne di influssi teatrali, tanto che in esse la fusione tra il linguaggio che solitamente si ritiene proprio del teatro e quello di cui normalmente si veste la musica è così marcata, che rende appunto il confine tra le due espressioni artistiche a tutti gli effetti decisamente labile.

5. I video che realizzi, come vengono alla luce?
Alla base di tutto c’è, e c’è sempre stata una forte attrazione verso il cinema e più in generale verso l’immagine, sia essa fotografica o dipinta. Avendo sempre fissa in testa l’idea teatrale del Gesamtkunstwerk (l’opera d’arte totale) che rappresenta senza dubbio il nostro ideale punto d’arrivo, abbiamo cercato che nel nostro lavoro vari linguaggi espressivi si intersecassero e fondessero in un tutto, pretendendo così di amplificare al massimo lo spettro emotivo e ricettivo del fruitore. Già nella sceneggiatura dello Sturm erano state inserite situazioni nelle quali la videoproiezione entrava a far parte fondamentale della scenografia e non soltanto, direi proprio della scena nella sua completezza. Molto probabilmente questa ricerca del video come mezzo espressivo complementare, e di rango assolutamente paritetico rispetto a testo e musica, è giustificata dalla naturale potenza che racchiude e pure dal fascino morboso e magnetico che è in grado di sprizzare.
Il punto di partenza di questa nostra ricerca multiespressiva è stato comunque la grafica, come anche nell’ultimo lavoro L’Art et la Mort, provvisto di un booklet, quasi un vero e proprio libro, non a caso edito in un formato A5 orizzontale, atto a simulare un miniaturizzato schermo in formato 4:3.
Da qui il passo al video è stato breve, almeno in termini concettuali, in quanto il video altro non è che immagini in movimento: la recente produzione dei video, che mi ha peraltro impegnato per mesi, limitandomi - ahimè! - nella composizione musicale, è stata vista in funzione assoluta degli spettacoli, affinché si fosse in grado di offrire una corrispondenza figurativa dei brani proposti, a mio parere fondamentale per entrare nella giusta atmosfera di ciascuno di questi. Chiaramente, più che l’immagine fissa - peraltro pure utilizzata in taluni tratti di video - per una situazione di vero e pieno coinvolgimento come dev’essere quella dello spettacolo dal vivo può fare senza dubbio il video, dove pure con il movimento delle immagini si possono alternare fasi visive contrastanti, con la medesima intenzione poetica di quanto in altro modo espresso in musica (vedi risposta alla domanda precedente).

6. Oltre alla tua pagina www.myspace.com/autunnaetsarose, hai un altro sito o pagina?
Certamente. Il sito ufficiale www.ederdisia.com da anni ormai illustra la poetica di Autunna et sa Rose anche in relazione con i vari temi dei lavori prodotti, informando inoltre sulle attività e gli spettacoli che periodicamente proponiamo.

7. Il tuo prossimo progetto, lo hai già in mente?
Il futuro progetto discografico di Autunna et sa Rose sarà un concept sull’amore poetico, su quanto cioè l’arte e la poesia alimentano e vengono a loro volta rigenerate dall’amore romantico. Verranno proposti brani - intramezzati da interventi più brevi - generati e composti a partire da musicazioni “altre” di vari miei scritti, sempre con criteri differenti e scelte artistiche pure variegate.

8. Con chi ti piacerebbe esibirti? Hai un tuo eroe?
Mi è rimasto un “sassolino in una scarpa”, per così dire: il 2002 avrebbe dovuto essere per noi, se non l’anno del vero e proprio “lancio”, comunque un anno importante, quello in cui avremmo dovuto promuovere l’uscita del CD dello Sturm grazie a vari concerti, la più parte dei quali insieme a Steven Brown dei Tuxedomoon, che fu appunto ospite illustre nel lavoro succitato. In realtà, le promesse della etichetta che, dopo già avere stampato Sun and Rain - CD partorito dalla collaborazione di Gianluca Lo Presti con Blaine Reininger, per i quali erano stati fatti sforzi, anche se non eccelsi, in termini di organizzazione di concerti - s’era proposta per far uscire il nostro lavoro, svanirono presto nel nulla cosmico, a quanto pare a causa di “normali” richieste economiche che il nostro amico americano avrebbe esatto. Del resto, producendo Autunna et sa Rose questi sapevano che non era un progetto facile, ma nelle intenzioni c’era ovviamente l’idea che la presenza di Steven avrebbe potuto, se ben gestita anche da noi, aprirci della strade fino ad allora chiuse. Ebbene, nulla fu fatto in tali termini. Ma l’andare in tasca con il gomito non poteva certo collimare con un’idea organizzativa necessariamente ambiziosa: siamo stati così scaricati come un pacco pieno di vestiti vecchi, tanto che anche l’etichetta ebbe poi poca vita, segno evidente che chi c’era dietro non aveva né le palle, né tanto meno la voglia di prodigarsi per promuovere adeguatamente i suoi artisti, e che in effetti quel marchio era solo una façade per altri scopi più o meno nobili (non sta a noi giudicare).
Abbiamo rivisto Steven e compagnia americana a novembre in concerto a Forlì, e, mantenendo propositi di poterci ritrovare senza aspettare altri sei anni, è parso che un’aura di magia potesse vivere ancora, quella stessa magia che aveva pervaso quei mitici giorni di quella primavera, durante i quali più avanti anche con Blaine eravamo soliti incontrarci, proprio nel periodo delle registrazioni di Sun and Rain. Insomma, a me rimane ancor oggi, più che mai dopo l’ultima serata di novembre 2007, la voglia matta di organizzare e/o proporre uno spettacolo Autunna et sa Rose + Steven Brown nel quale eseguire insieme brani sia del nostro repertorio che di quello dei Tuxedomoon, tanto che avevo già pensato ad una possibile scaletta! C’è da dire che Steven negli ultimi tempi è stato molto impegnato in vari tour con i Tuxedomoon per il trentennale, coinciso con l’uscita del nuovo lavoro, e ha inoltre sempre il suo progetto messicano Nine Rain con il quale ha pure in programma altri concerti. Non è quindi un’impresa facile da realizzarsi, questioni economiche a parte. Ma Steven è strano, passata una fase di grande concentrazione di lavoro, potrebbe avere voglia di vacanza, e sappiamo bene che lui ama l’Italia e qui ha ancora tanti amici: è un’idea, quella di poterlo ritrovare, e, meglio di allora, coinvolgerlo in un’idea artistica stimolante per tutti, che serbo tuttora in mente, e che non esiterò a proporre a lui e a chi potrà esserne interessato, non appena le condizioni si mostreranno favorevoli.

Grazie davvero, per la tua collaborazione!



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