PIZIARTE: Foto Grafie di Giampiero Marcocci e Berardo Di Bartolomeo (fwd)

Ciò significa che la visione non comprende solo l'immagine che si forma sulla retina: ciò che si sa o si crede influenza ciò che si vede".

03/lug/2004 19.26.58 PiziArte Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.

www.piziarte.net


Foto Grafie  http://www.piziarte.net/fotografie.htm
Giampiero Marcocci
Berardo Di Bartolomeo
23 giugno 2004 / 10 luglio 2004

Nella Galleria Piziarte a Teramo-Viale Crucioli 75/a a cura di Manuela e
Patrizia Cucinella doppia personale dei fotografi teramani Giampiero
Marcocci e Barardo Di Bartolomeo.
Nel testo in catalogo Umberto Palestini scrive:
Nel primo capitolo di Trasgressioni, Anthony Julius affronta la questione
dell’evidenza comunicativa della fotografia prendendo ad esempio la celebre
e scandalosa immagine di Andres Serrano, Piss Christ. Egli osserva che “il
dolore della crocifissione è in qualche modo velato, come se fosse al di là
di uno schermo liquido. L’opera è una fotografia di silenzio, ed attenua
l’orrore del suo soggetto”, la considera come “innocua, rispettosa, oscura”.
Julius continua sostenendo che se l’osservatore si accostasse alla foto per
conoscerne il titolo, questa prima impressione lascerebbe il posto allo
stupore di trovarsi di fronte ad “un atto di irriverenza, uno scherzo alle
spalle del soggetto e del pubblico”. L’insegnamento che possiamo trarne è
che l’evidenza fotografica, in molti casi, può rivelarsi nel suo esatto
contrario, produrre un inganno. Spostando l’esempio dal contesto degli atti
trasgressivi a quello della comunicazione ed al rapporto fra immagine e
testo la problematica diventa particolarmente controversa. Da sempre, i
teorici e i critici del medium fotografico hanno posto l’accento
sull’ambiguo rapporto fra immagine e scrittura che in molti casi ha permesso
pesanti manipolazioni, in quanto lo stesso atto del vedere è, secondo le
parole di Nigel Warburton, “un’attività impregnata di teoria. Ciò significa
che la visione non comprende solo l’immagine che si forma sulla retina: ciò
che si sa o si crede influenza ciò che si vede”. La ricerca di Giampiero
Marcocci e Berardo Di Bartolomeo si pone in questo contesto di continui
rimandi e di spostamenti di senso che le parole offrono alle immagini.
Il lavoro fotografico di Giampiero Marcocci si focalizza sull’individuo
rendendolo materia viva per un’indagine che trova nella persona il soggetto
centrale e suscita una sottile riflessione sull’identità. Nelle sue opere
precedenti, l’autore affrontava le problematiche del ritratto e si
concentrava sul volto trasformandolo in una tavolozza dove far affiorare
emozioni soggettive. Secondo le parole di Simmel, infatti, “per questa sua
specifica plasmabilità il volto soltanto diviene per così dire, il luogo
geometrico della personalità intima, nella misura in cui essa è visibile”.
Il volto ripreso in primo piano e stampato con sapienti viraggi diventa per
il fotografo la testimonianza di un’appartenenza etnica, di un’identità
sottolineata da scritte in diverse lingue tratte dalla dichiarazione dei
diritti dell’uomo; testi che conducono la sua ricerca dentro il nobile
sentiero di una rivendicazione socio-politica oggi sempre più urgente e
attuale.
Le opere recenti di Giampiero Marcocci sono una sorta di ideale e coerente
continuazione dell’analisi intrapresa intorno alla figura umana, in questo
caso restituita a colori, dentro lattiginosi e asettici fondali. Il
fotografo sembra far materializzare i soggetti come scontornati da un altro
contesto, mentre la loro “riconoscibilità” è affidata agli abiti che
indossano ed agli oggetti di cui si circondano; l’indagine sul volto lascia
il posto allo sguardo su una fisicità addobbata e descritta attraverso
piccoli gesti, posture, elementi necessari per raggiungere la leggibilità
dei rilievi interiori che ogni individuo trasporta con sé. Marcocci mette in
atto una strategia che indirizza la sua ricerca all’interno di uno spazio
che sceglie la narrazione, identificando i soggetti con un nome a cui fa
seguire frasi, aforismi ripresi da autori celebri, trasformandoli in
personaggi di micro-racconti proiettati su un palcoscenico in cui recitano
pièces a loro forse sconosciute. L’autore modifica il classico tema del
ritratto all’interno di uno schema narrativo che trasforma l’immagine in un
carnet di appunti su sceneggiature ancora da scrivere. Se nel lavoro sui
volti le immagini si accompagnavano a parole e a condivisi messaggi di
solidarietà, qui l’ironia regna sovrana in un gioco delle parti in cui i
personaggi, avendo trovato un autore, si inseriscono, complici, all’interno
di una logica rappresentativa che in maniera intelligente coniuga svelamento
e travestimento.
Mentre la ricerca di Giampiero Marcocci si lega strettamente al medium
fotografico, quella di Berardo Di Bartolomeo si caratterizza invece per un
fertile dialogo fra pittura e fotografia i cui principali soggetti sono lo
spazio e l’ambiente. Già con il lavoro intitolato Thank you, aveva creato
un suggestivo ambiente in cui la scritta, composta da micro-immagini di
un’umanità bisognosa in cerca di riscatto, intervallava una tela sulla quale
una vernice luminescente descriveva il volto di madre Teresa di Calcutta.
L’opera, collocata in uno spazio dove venivano diffusi in sottofondo i
mormorii di un’invisibile folla, diventava una sorta di laico rosario per
raccontare l’umano dolore: un omaggio a quegli eroi contemporanei capaci di
scendere in campo per sfidare la sofferenza sul suo stesso terreno.
Se le micro-immagini come tessere di un mosaico composto da mille volti
formavano una parola di ringraziamento, con le opere più recenti Berardo Di
Bartolomeo si fa reporter di voci diverse, di coloro che lasciano tracce ma
di cui non si conosce l’identità. Con la macchina fotografica l’autore
cattura scritte, parole, disegni e messaggi lasciati da mani sconosciute,
grafie di pensieri materializzati su superfici e materiali eterogenei.
Successivamente stampa questi scatti e li trasforma in tessere per comporre
un mosaico dalle vibranti cromie, elaborando una sapiente texture pittorica
percorsa dalle trame di un racconto polifonico, brusio materializzato da un
compositore visivo capace di creare un concerto di voci lontane, sempre
presenti.
A questo lavoro sulle scritte, costruito in maniera seriale grazie ad una
duttilità in grado di modularsi su diversi formati, l’autore ne affianca un
altro sui numeri che scopriamo essere “civici”, indicatori di dimore, una
numerologia che rinnega ogni riconoscibilità topografica per essere
inscritta nella trama di raffinati accordi tonali. La sua ricerca
fotografica è una sorta di caccia al tesoro in cui i reperti sono
trasformati in segnali di una mappa dove vengono tracciati percorsi che
conducono verso territori inattesi.
Le opere di Giampiero Marcocci e Berardo Di Bartolomeo, nella loro
differente impostazione concettuale e nei loro opposti esiti formali, si
trovano uniti all’interno di una logica dove l’immagine sembra non essere
autosufficiente ma gioca in maniera sottilmente ironica e beffarda con la
scrittura. E’ come se l’immagine avesse bisogno del salutare benefico
balsamo delle parole per trasformare le rigide evidenze in schegge di vita.

Galleria Piziarte
Viale F.Crucioli 75/a
64100 Teramo
tel/fax 0861252795
http://www.piziarte.net

info@piziarte.net


orari di apertura:
dal martedì al sabato ore 10/13 - 16/20
domenica e lunedì(per appuntamento)

Catalogo in galleria.


blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl