PAOLO MARCONI ARCHITETTO. Interpretazioni, repliche, interpolazioni

14/mag/2009 05.04.39 Galleria Embrice Contatta l'autore

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Galleria Embrice – Roma, Via delle Sette Chiese, 78 - Tel. 06.64521396 – www.embrice.com
 
 
 
 
 Paolo Marconi architetto. interpretazioni, repliche, interpolazioni
 
A cura di Carlo Severati
Inaugurazione: venerdì 22 maggio 2009, ore 18:30
Da venerdì 22 maggio 2009 – a venerdì 12 giugno 2009. Orario: 18:30 – 20:30, chiuso la domenica.
 
La Galleria Embrice propone un itinerario tra i momenti significativi dell’attività dell’architetto Paolo Marconi: dai disegni di studente di Architettura, a quelli del progetto per il concorso della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma del 1960 per finire a quelli per il teatro Carignano di Torino del 2007. Un significativo frammento che attraversa cinquant’anni di cultura architettonica romana.
Fra il 1957 e il 1958, si laureavano a Roma Gianfranco Caniggia, Paolo Marconi e Paolo Portoghesi. In quel periodo elementi di crisi erano già apparsi nella scelta di un linguaggio architettonico, in Italia e in tutto il mondo, ed erano stati raccolti e mediati nella Scuola di Roma da Saverio Muratori. Gianfranco Caniggia era figlio di Emanuele, diplomatosi all’Accademia di Belle Arti e munito della stessa formazione dei fondatori della Facoltà di Architettura Roma. Paolo Marconi era figlio di Plinio, urbanista e architetto militante uscito dalla scuola di Gustavo Giovannoni. Paolo Portoghesi era uno studioso appassionato di Borromini, figlio del futuro costruttore della Casa Baldi.
Gianfranco Caniggia e Paolo Marconi avevano compiuto un viaggio di studio in Svezia nel 1954 - pilotati da Plinio Marconi - sulle tracce di Gunnar Asplund, riportandone le fotografie che Leonardo Benevolo utilizzò nella sua Storia dell’Architettura moderna.
Il progetto della Biblioteca, lo scrigno della cultura - come lo chiamavano i tre architetti - è l’incompreso, complesso protagonista del dibattito post-concorso. Un dibattito che comprendeva il grattacielo ‘neogotico’ di Mario de Renzi, le torri a svastica di gusto costruttivista di Carlo Aymonino e del giovane Manfredo Tafuri, i modesti, ma solo apparentemente ragionevoli, volumi del progetto vincente.
Intanto l’organicismo  aveva già fatto la sua comparsa nella palazzina di Via Pisanelli, di Silvio Radiconcini e Bruno Zevi. Un prezioso vernacolarismo era comparso al Tiburtino, coordinato da Mario Ridolfi. Il rifugio di montagna in acciaio, tesi di laurea di Leonardo Benevolo, e, di lì a poco, gli edifici, pure in acciaio, di Carlo Melograni, Giura Longo e dello stesso Benevolo, si profilano come radicali corrispettivi del pensoso razionalismo di Piero Bottoni a Milano.
Si vede bene da queste notazioni sparse che parlare di Paolo Marconi Architetto significa aprire un dibattito su cinquanta anni di cultura architettonica romana. Per intanto affrontiamo gli interrogativi che egli ci pone nel suo infaticabile lavoro di teorico, di storico, di progettista e di uomo di cantiere. 
 
Carlo Severati

 

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