Dai Macchiaioli agli Impressionisti - Il mondo di Zandomeneghi

30/ago/2004 18.24.42 Ilaria Duranti Contatta l'autore

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Castello Pasquini - Castiglioncello
17 luglio - 31 ottobre 2004
 

 

 

 

Dai Macchiaioli agli Impressionisti - Il mondo di Zandomeneghi

di Ilaria Duranti

 

La mostra di Castiglioncello, curata da Francesca Dini, ripercorre il particolare itinerario artistico che condusse Federico Zandomeneghi dalla formazione in ambito veneziano, alle contemporanee ricerche toscane, fino all’interesse per le tematiche naturalistiche e alla significativa partecipazione alle esposizioni parigine degli impressionisti.

Questa è la prima mostra che la Toscana dedica a questo introverso e solitario artista, il cui pieno apprezzamento si esplicitò solo dopo il 1952 con la sua personale alla Biennale di Venezia.

"…Fui iniziato all’arte…nello studio di mio padre e poi all’Accademia di Venezia e un po’ guardando intorno a me…". Zandomeneghi fu un artista coerente, capace di sopportare il peso di scelte estetiche e di vita spesso azzardate.

A rappresentazioni simboliche preferisce la fiduciosa rispondenza tra composizione e sentimento, convinto che la strada del moderno sia quella della luce e del colore e non dimenticando, comunque, che la visione poggia su nitidi impianti disegnativi.

I suoi personaggi negano ogni contatto fuori dal loro mondo, le impostate apparenze e la postura improvvisa del rifiuto al dialogo con lo spettatore, contribuiscono tuttavia a concentrare l’attenzione sulla poetica del colore e dell’atmosfera.

Esule dalla città natale, Venezia, allora di dominio asburgico, Federico Zandomeneghi si stabilisce a Firenze nel corso del 1862. Prende subito parte alla vita artistica del Caffè Michelangelo, schierandosi con la gioventù progressista e legandosi in particolar modo a Beppe Abbati e a Diego Martelli.

Di quest’ultimo sarà ospite nella dimora di Castiglioncello, teatro di una stagione artistica fra le più poetiche della sua storia. In seguito maturerà il progetto di recarsi a Parigi.

"Abbandono l’avvenire in mano alla mia Dea protettrice…la combinazione".

Quando giunge a Parigi il pittore ha poco meno di trentacinque anni ed è un artista formato e completo, con una particolare abilità nel quadro di figura. Ma i due anni che seguono sono segnati da insuccessi, esitazioni e da una produzione discontinua.

Nel 1876, un roseo mattino è alba di una nuova avventura artistica… Parigi gli si svela attraverso le pennellate filamentose alla Pissarro.

L’iniziale diffidenza nei confronti dei pittori impressionisti è destinata progressivamente a mutare. Le opere del periodo parigino sono tra le più sorprendenti e significative per la bellezza delle immagini e la qualità del colore date dal segno morbido e dalla raffinata luminosità presente nei suoi lavori.

Anche la presenza di Diego Martelli a Parigi, nel 1878 - 79, fu fondamentale per rassicurare il titubante pittore nelle sue scelte estetiche e liberarlo dall’isolamento culturale. Nel corso degli anni Ottanta, la produzione di Zandomeneghi è segnata da splendidi dipinti, nati dalla personalissima adesione al movimento francese. L’artista predilige temi tratti dalla realtà urbana e domestica contemporanea e dà vita ad una sorta di moderno "umanesimo".

L’affinamento del suo linguaggio nella lunga stagione parigina gli è costato fatica e studio e lo hanno portato a compiere cammini tortuosi imboccando anche sentieri senza uscita nella sua fase più creativa.

Il soggiorno in Francia, previsto di durata lunga ma limitata, non ebbe invece più fine. Saranno d’impedimento al rientro di Zandomeneghi in patria ora le difficoltà economiche, ora il carattere introverso e orgoglioso. Egli avrebbe voluto emulare il successo dei connazionali Giovanni Boldini e Giuseppe De Nittis e rientrare in Italia da trionfatore e invece fu penalizzato dalle proprie scelte artistiche: la via dell’impressionismo, che a posteriori si dimostrerà vincente, fu assunta dall’ italiano con tutto il peso delle tribolazioni e delle incomprensioni, come ci narra Diego Martelli.

Zandomeneghi fu vicino a Degas, vuoi per l’innegabile affinità delle scelte culturali e formative, vuoi per l’autentica amicizia. Degas d’altro canto non gli risparmiava come Renoir il suo sarcasmo. Non è da escludere che questa ironia, certamente provocata anche dal carattere burbero del pittore, debba in più essere interpretata come maliziosa ritorsione nei confronti dello straniero arrivato a Parigi.

La pittura degli anni ’90 e del primo decennio del Novecento è di diverso spirito rispetto alla precedente: vi è il compiacimento dell’artista che accentua i punti di forza della sua poetica, con il rischio che talvolta la calda umanità delle sue figure diventi affettazione, oppure che il colore diventi eccessivamente azzardato. La tematica prediletta è ancora quella della figura femminile nel chiuso della sua stanza. Stanchezza e ripetività possono manifestarsi d’altra parte come luci ed ombre nell’arte di ogni uomo.

Il 1886 è l’anno dell’ultima collettiva del movimento francese la cui compattezza viene meno. Zandomeneghi morirà nel 1917.

In mostra è emblematica l’esposizione di una sua ultima opera, una donna che sembra uscita da un quadro del primo Klimt, iconica e appiattita su uno sfondo che rimanda invece a Toulose - Lautrec: il nostro artista dimostra di appartenere più al mondo che all’Italia, o ad una precisa corrente, dall’arte prende tutto ciò che gli serve a ricreare il suo cosmo personalissimo.


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