Stefano Bombardieri. The animals' countdown - Pietrasanta (LU), 20 giugno-30 agosto 2009

01/giu/2009 16.41.52 Bellati Editore Contatta l'autore

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The animals' countdown

 

 


 

Stefano Bombardieri 

 

 

 


 
 
 
Sede

 

Complesso di Sant’Agostino e piazza del Duomo, Via Sant'Agostino 1, 55045 Pietrasanta (LU)

 
 
Inaugurazione
 
sabato 20 giugno, ore 18,30

 

 

Durata della mostra

 

20 giugno  30 agosto 2009

  

 

Orari di apertura

 

18.30-20.00 / 21.00-24.00chiuso lunedì

  

 

Ingresso libero

  

Ufficio Stampa

 

Alessia Lupoli

 

Assessorato alla Cultura

 

Comune di Pietrasanta (LU)

 

tel. 0584/795381; fax 0584/795588

 

e-mail: cultura@comune.pietrasanta.lu.it

 

web:  www.museodeibozzetti.it

 

 

Curatore

 

Anna Caterina Bellati

 

 

                                                                                                                                                                            


 

                                   

Presentazione

 

Balene, rinoceronti, elefanti, ippopotami, popolano il mirabolante universo creativo di Stefano Bombardieri. Un grande parco giochi dove nulla è ciò che sembra. Con apparente leggerezza, piacevolmente incantati, le sue opere ci conducono per mano tra realtà e finzione. Le sue sculture disattendono il senso comune per proiettare, ironicamente, il loro contrario. Oltre la meravigliosa apparenza si nasconde sempre la riflessione sul vivere quotidiano. Gli spettatori sono chiamati ad osservare, meravigliarsi, divertirsi, stupirsi, ma anche a ragionare su soggetti tutt’altro che giocosi. Gli animali, monumentali e possenti, assoluti protagonisti della mostra, diventano così testimonial della loro prossima estinzione. Stefano Bombardieri guarda al tema ecologico – ambientale puntando sulla forza comunicativa dello spettacolo e chiamando la piazza del Duomo ed il complesso di Sant’Agostino a tradursi in un forte messaggio di sensibilizzazione.

“The animals” è un evento espositivo promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pietrasanta in collaborazione con la Galleria Della Pina Artecontemporanea.

 

Bombardieri realizza voluminose e sorprendenti sculture a grandezza naturale: rinoceronti, balene, figure imponenti, cristallizzate nell’immobilità della loro massa, icone di un tempo e di uno spazio  che ridefiniscono i loro confini, svincolandosi dall’ovvietà del senso comune, suggerendo insospettate relazioni tra ciò che è vero e ciò che è soltanto creazione. Grazie ad una forte padronanza nell’uso di materiali estremamente duttili come le vetroresina, le sue sculture sono assolutamente credibili, hanno sembianze di realistico dettaglio, di plastica perfezione; eppure proprio questa loro smaccata verità, questo loro sembrare più vere del vero le fa apparire surreali, persino inquietanti.

 

Un’eccezionale parata di elefanti, un gorilla di montagna, un rinoceronte, un ippopotamo, trasformano la Chiesa di Sant’Agostino in una preziosa e rivelatrice arca di Noè: ogni animale reca, infatti, un contatore elettronico a led che scandisce in tempo reale il numero di esemplari ancora esistenti. Quanto imponente è la loro presenza, oggetto di tanta ammirazione, altrettanto imponente è la loro precarietà: gli stessi animali sembrano mettere in guardia lo spettatore: oggi ci siamo, domani chissà. In piazza del Duomo, quale ingresso alla mostra, un portale di metallo di oltre 6 metri, dal titolo “Esercizi di tecnica giapponese”, con tre balenottere appese, introduce subito con pungente suggestione nel tema. Di fronte al sagrato del Duomo campeggia l’opera “Gaia e la balena”: una bambina trascina un’enorme balena, ovvero, sogni e demoni dell’età infantile che ciascuno si porta dietro tutta la vita.

Nelle sale Putti e Capitolo sono presentati disegni e schizzi preparatori delle monumentali opere esposte, plastici e modelli e una serie di sculture in bronzo di piccole e medie dimensioni sullo stesso tema.

L’allestimento del percorso espositivo è a cura dell’architetto Mauro Elvezio Mureu.

 

 


 

A torto gli uomini pensano di possedere la terra

di Anna Caterina Bellati

 

Dall’Iliade all’Odissea, da Esopo a Fedro, da La Fontaine al Collodi di Pinocchio, gli animali e la descrizione dei loro comportamenti sono sempre utilizzati per spiegare in termini simbolici e metaforici il senso della morale e il suo ruolo negli accadimenti della storia umana. Tutti gli autori di fiabe e racconti in cui gli animali ricoprono un ruolo principale si rifanno in sostanza al Phisiologus, antica enciclopedia composta da ignoto nel II secolo d.C. ad Alessandria d’Egitto, che contiene notizie sul regno animale ordinate secondo un sistema binario. Da un lato si espongono la natura e le caratteristiche fisiche di ogni esemplare citato, reale o immaginario che sia, dall’altro si interpreta il loro essere nel mondo, in pratica lo scopo per cui la divinità lo avrebbe messo sulla terra. Questa seconda natura dell’animale lo colloca di fatto tra la vita reale e quella spirituale. Sul tema della duplice valenza animalesca Umberto Eco sottolinea come “...l’allegorismo universale rappresenti una maniera fiabesca e allucinata di guardare all’universo, non per ciò che appare, ma per ciò che potrebbe suggerire”, mentre lo storico francese Jacques Le Goff, sostiene che ciascun brano di questi testi enciclopedici assume il valore di un exemplum autorevole che educa a valori essenziali in un mondo prevalentemente contadino cresciuto nell’insicurezza materiale e morale. Le Goff si riferisce in particolare ai secoli del Medioevo, quando nasce una iconografia del bestiario, rappresentazione fantastica e artistica di paure ancestrali esorcizzate attraverso il mestiere dell’artista che le reinventa scolpendole nella pietra, come avviene per esempio con le balene dalla bocca spalancata immortalate nei doccioni delle cattedrali. Questo recupero dell’animale tra creatura mostruosa e divina affonda la sua origine nel mondo classico ricco di personaggi antropomorfi in cui si mescolano caratteristiche derivanti da diversi animali. Gli stessi dei e semidei spesso appartengono a questa specie (sirene, tritoni, fauni). Il simbolismo medievale si basa sul piano delle parole e dei loro significati. Nominare una cosa è già spiegarla. Così aveva detto Isidoro di Siviglia (570-636 d.C.) e lo studio dell'etimologia si propaga all’epoca come scienza alla base della conoscenza, nella convinzione che, essendo il nome di origine divina, contenga in sé le qualità della cosa cui fa riferimento. Tramandati attraverso la paziente trascrizione degli amanuensi, i bestiari diventano patrimonio dell’uomo colto del Medioevo, Dante e Boccaccio compresi. La bestia è, in Dante, non solo un’eco della cultura classica ma, come ritiene Auerbach uno dei più grandi studiosi danteschi, viene inserita in una visione cristiana e teocentrica. Il bestiario è fondamentale in una galleria medievale come luogo di raccolta e questa abitudine si arricchisce durante tutto il Rinascimento e il Barocco. Fino alla fervida fantasia romantica che nell’Ottocento, dando pieno impulso all’irrazionale, riscoprirà mostri e fantasmi. Nel XX secolo degli animali s’impadroniscono sia scultura che pittura. A cominciare dalle bestie che Picasso ruba alla cultura egizia, fino alle capre volanti di Chagall, passando per l’inventario animalistico dell’espressionismo tedesco e per giungere infine agli animali tra favola e metafisica del Savoldo.

 

 

Le balene, i rinoceronti, gli elefanti, gli ippopotami e i gorilla di montagna che popolano il bestiario contemporaneo di Stefano Bombardieri si inseriscono in questo quadro storico che da secoli approfitta degli animali per raccontare gli aspetti più vari del comportamento umano. Si tratta di sculture enormi in vetroresina che l’artista sottopone a una serie di esami prima di immetterle nel mondo. Cariche di significati, rappresentano non solo la meraviglia ma incarnano anche paure, magie e colpe del mondo occidentale. La mostra trasforma la piazza del duomo di Pietrasanta e il complesso di Sant’Agostino in un parco naturale tra il preistorico e il postmoderno. Con tutte le ricorrenze metaforiche e poetiche del caso.

La prima balena di cui si abbia notizia compare nella storia biblica di Giona, una narrazione simbolica riguardo all’entrare nel ventre nero del cetaceo (morte) e all’uscirne (resurrezione-rinascita iniziatica). Per questo la balena è considerata sia portatrice di oscurità che pesce-salvatore. Nel Phisiologus si dice come nel mare ci sia un mostro detto balena che ha due nature. Quando ha fame apre la bocca dalla quale escono profumi e aromi che attirano i pesci più piccoli. I quali, ignari, corrono incontro al proprio destino di morte. L’altra natura del mostro ha a che fare con le sue proporzioni enormi. Più che un animale sembra un’isola. Sconsiderati, i naviganti vi attraccano le proprie imbarcazioni. Ma quando si immerge negli abissi la regina del mare trascina le navi con sé. Bisognerà aspettare il Capitano Achab di Melville e Pinocchio per vedere attribuire alla balena un valore aggiunto, quello della sfida consapevole. Alcuni uomini accettano questo combattimento impari perché la posta in gioco è la propria libertà. Ma se la balena bianca di Achab, fantasma e ossessione, alla fine ha la meglio, le balene reali hanno da tempo una vita meno gloriosa. Animali che rischiano l’estinzione, sono diventate una razza protetta e oggi simboleggiano semmai la ridicola ossessione tutta umana per cui bisogna cercare di riparare ai danni fatti quando è troppo tardi. A partite dall’XI secolo la carne di balena, secondo  Hildegard di Bingen, era considerata rimedio contro la follia, il suo cuore veniva usato contro gli svenimenti, il polmone era bollito in acqua contro la febbre, il fegato veniva bruciato sui carboni ardenti contro gli spiriti. Dunque la illeicità del suo consumo trovava ben pochi sostenitori. Oggi le grandi balene di Bombardieri, crocifisse quasi su un Golgota millenario dove la razza umana ha sacrificato ogni altra razza animale a proprio vantaggio, riassumono tutte le valenze di cui si è detto. Sono il mostro da combattere, impersonano la paura di ciò che non si conosce, ripetono storie e racconti ormai entrati nell’immaginario collettivo, ma rappresentano anche quella frangia di umanità che avverte il pericolo della catastrofe ecologica che, in quanto tale, trascina con sé interi ecosistemi. Nel grande parco giochi di Bombardieri dove ciò che appare non è ciò che sembra, compaiono anche degli elefanti. Nell’antichità occidentale l’elefante corrisponde all’uomo caduto nel peccato. Per risollevarlo Dio ha mandato sulla terra dodici elefanti saggi, i profeti, senza che tuttavia la bestia umana ritrovasse il giusto cammino. Per questo il Padre invia sulla terra un altro elefante salvatore, il Cristo. Nel Phisiologus l’elefante simboleggia infatti il battesimo, perché la femmina per partorire s’immerge nell’acqua schiacciando il serpente, simbolo del male. Secondo Plinio l’elefante adora il sole e le stelle e, quando appare la luna nuova, va a lavarsi nello stagno più vicino per purificarsi. Durante il Medioevo e fino a tutto il secolo XVII è considerato il più religioso di tutti gli animali, diventando nel tempo testimone di saggezza associabile, in virtù della sua intelligenza, alla figura di Mercurio. Questo in Occidente, mentre in Asia, addomesticato come cavalcatura reale, diventa simbolo di potenza ultraterrena. In India è invece simulacro della stabilità e immutabilità del macro-cosmo; fu infatti un elefante bianco ad annunciare la nascita del Buddha, mentre nella religione induista, Ganesha, il dio della scrittura e della sapienza, è raffigurato con la testa d’elefante. In certi mandala tantrici questo mitico animale è collocato alle porte cardinali ma anche nei punti laterali (per esempio nel Tempio di Angkor) e significa il dominio dello spazio terreno, cioè la sua sovranità sul mondo degli uomini.

Il voluminoso e sorprendente elefante di Bombardieri porta addosso un numero, 654. Si tratta di un contatore elettronico a led che scandisce in tempo reale il numero di esemplari ancora esistenti. Ma l’osservatore è tentato di scegliere tra diverse possibilità, è stato classificato come prigioniero di un lager? Oppure mancano 654 giorni alla sua fine e alla fine di tutti i suoi compagni? Quanti milioni di elefanti portatori della saggezza abbiamo ucciso nei secoli per impadronirci delle loro zanne e della loro pelle? Quanto dolore è costato a questi pachidermi meravigliosi avere a che fare con la razza umana? Anche il gorilla di montagna porta inscritto un numero luminoso che scandisce all’indietro il tempo, il tempo della morte. Nella sua contemporanea arca di Noè, Stefano Bombardieri inserisce questo prestigioso animale dalla lunga storia biologica. Nel fitto della foresta equatoriale è possibile osservare questi animali a una distanza di pochi metri e scoprire come le loro posture, gli atteggiamenti, le cure prodigate ai loro piccoli siano del tutto simili ai comportamenti dell’uomo nelle medesime situazioni. I gorilla ci catapultano in uno stadio primario della nostra storia evolutiva. Un aspetto etologico interessante riguarda il fatto che il gorilla è in grado di percepire l’avvicinarsi della propria morte. In questo caso si allontana dal gruppo e di solito si accuccia ai piedi di un albero. Dian Fossey nel suo Gorilla nella nebbia scrive: “Non dimenticherò mai il mio primo incontro con i gorilla (...) L’aria fu d’un tratto lacerata da una serie di strilli seguiti dal ritmico pok pok dei poderosi colpi vibrati sul petto da un grosso maschio dalla schiena argentata, celato dietro quella che sembrava un’impenetrabile parete di vegetazione. (…) “Sbirciando tra il fogliame, riuscimmo a distinguere un curioso gruppo di gorilla neri come la pece, la testa pelosa, il volto che pareva una maschera di cuoio. Ci scrutavano a loro volta. Gli occhi scintillanti dardeggiavano nervosamente sotto le spesse sopracciglia, quasi cercassero di stabilire se avevano di fronte amici ben disposti o potenziali avversari. Fui all’istante colpita dalla magnificenza fisica dei giganteschi corpi nero-lucenti, in perfetta armonia con la verde tavolozza del fogliame della foresta”. Dopo questo incontro Dian Fossey scelse di interessarsi dei gorilla di montagna, una specie in via di estinzione che contava allora circa 480 esemplari. Oggi sappiamo che i prossimi decenni vedranno l’estinguersi di venti specie di animali. L’uomo deve decidere se sarà questa, fra gli altri, la fine dei gorilla di montagna, il loro destino è nelle mani di chi si sta accaparrando un’eredità comune, la terra d’Africa, che da sempre è anche la casa di questo primate.

Bombardieri fa proprio questo messaggio e i suoi gorilla, inquietanti ragazzoni dall’aria innocua e dolcissima, additano la violenza di cui sono vittime. Sempre la stessa storia, la cattiveria becera di una sola specie, quella umana, contro il resto della natura. In questo bestiario semincantato trova posto anche la dea-ippopotamo. Il primo a scrivere di questo animale è Erodoto (HER. II 59 e 63). “I cavalli di fiume sono sacri nel distretto di Papremide, secondo Kees ad est di Damanhur, sacro a un dio identificato con Ares che dovrebbe essere Shu-Onuris, ma non nel resto d’Egitto. Hanno quest’aspetto: quadrupedi, coll’unghia fessa come i bovini, il muso rincagnato, una criniera equina, i denti protrusi, coda e voce di cavallo, grandi quanto può esserlo al massimo un bue. La pelle è tanto spessa che, disseccata, se ne fanno aste di lance”. Per gli antichi Egizi l’aspetto tondeggiante e massiccio degli ippopotami evocava una dea della fecondità e sotto queste sembianze vennero spesso rappresentati nei bassorilievi. Si pensava inoltre che, immergendosi nel Nilo, lo facessero straripare per donare ricchezza e abbondanza all’intero Paese. Forse per questo alla figura dell’ippopotamo fu associata quella della dea Tueret, protettrice della casa e della gravidanza. Originaria del Basso Egitto, è una divinità pre-dinastica rappresentata con abbondanti mammelle pendenti e una pelle di coccodrillo sulla schiena. La dea appoggia la mano sul Sa, simbolo del salvagente di giunco usato sul Nilo. Come gli altri abitanti della natura urlante di Bombardieri anche Tueret-ippopotamo indossa un numero. Che ne sarà di lei, cosa accadrà all’antica abitatrice del fiume sacro? Se il massacro non verrà fermato, se non saremo capaci di recuperare il senso di appartenenza alla terra che ci riguarda come qualunque altro essere vivente, per questi animali sarà la fine.

 

Titolo, The animals’ countdown. Sottotitolo, A torto gli uomini pensano di possedere la terra.

Consiglio, rileggere di Giacomo Leopardi Le Operette Morali. 

 

Anna Caterina Bellati

Venezia, maggio 2009

                                                                                                                                                                             


 

 

Cenni biografici

 

 

Stefano Bombardieri nasce a Brescia il 28 gennaio 1968

Cresce nello studio del padre anch’esso scultore, qui sperimenta l’uso delle tecniche artistiche e dei materiali acquisendo una conoscenza profonda degli stessi. Dal 1982 al 1985 frequenta l’Istituto d’Arte Caravaggio di Brescia.

Il suo è stato inizialmente un approccio figurativo con la scultura, influenzato dai grandi maestri del ‘900. La sua ricerca si è evoluta sperimentando un approccio più filosofico al fare arte “il tempo e la sua percezione”, “l’esperienza del dolore nella cultura occidentale”.

Accanto ad opere di matrice iperrealista ritroviamo espressioni legate all’arte povera, il minimalismo, la video-installazione, la ricerca concettuale.

Dagli anni ’90 ha realizzato in prevalenza opere di grandi dimensioni per spazi pubblici e privati.

Lavora tra Italia, Francia e Germania .

Nel 2007 ha partecipato alla 52° Biennale di Venezia ospite del Padiglione della Repubblica Araba Siriana con l’opera “Europa Pallida Madre” installata presso il Chiostro di San Francesco della Vigna, riproducendo in grandezza naturale la Colonna e il Leone di piazza San Marco simulandone la caduta.

 

 

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