Girolamo Ciulla. Polvere di Stele. Della Pina Artecontemporanea, Pietrasanta (LU) - 9 agosto-12 settembre 2009

22/lug/2009 20.59.59 Bellati Editore Contatta l'autore

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Girolamo Ciulla

Polvere di Stele

 


  


Sede:

DELLA PINA ARTECONTEMPORANEA,  Piazza Duomo, 11,  Pietrasanta (Lu)

telefono: 0584792871

email: info@dellapinaarte.com

web: www.dellapinaarte.com

 

 

Inaugurazione: 08/08/2009

Durata: dal 9 agosto al 12 settembre 2009

Orari: tutti i giorni ore 17 - 20 / 21 - 24 , lunedì chiusura

Ingresso: libero

Catalogo in mostra

Curatore: Anna Caterina Bellati

 

 

 


 

 

“Qualunque cosa si generi in Sicilia, siano i prodotti della terra o il frutto dell’ingegno umano, è assai vicino a ciò che potremmo chiamare perfetto”. Questo scriveva un grammatico romano dell’età imperiale ribadendo lo stupore che l’isola destava nei visitatori per la bontà del clima, la bellezza dei suoi paesaggi e la maestosità dei suoi monumenti. Di questa terra benedetta dagli dei Omero, basandosi sui racconti favolosi dei primi naviganti che si erano avventurati verso Occidente, scriveva, “…Ma senza seme e senza fatica ogni cosa germoglia, il grano e l’orzo e le viti le quali portano dai pingui grappoli il vino, e la pioggia di Zeus le fa crescere”. (Odissea, libro IX, vv.109-111).

Girolamo Ciulla, scultore, è nato in Sicilia e il suo lavoro riecheggia in profondità l’amore per i luoghi e la passione per un’architettura che affonda le sue radici ai tempi della Magna Grecia. Uno dei motivi ricorrenti nelle opere di Ciulla è la valle dei templi di Agrigento. La colonia fondata dagli abitanti di Gela verso il 580 a.C. a pochi chilometri dal mare, era organizzata su due alture fiancheggiate da corsi d’acqua, il torrente Akràgas, da cui il nome di Agrigento e l’Hypsas. La grande cinta muraria che la conteneva partiva dalle colline, di cui una si chiamava rupe Atenea e arrivava fino alla valle dove sorgevano i templi. L’eccezionalità dell’insieme stupiva già gli antichi che sulla città di Agrigento inventavano storie circa un’opulenza mai vista. Ricchezza che in realtà derivava dal commercio delle olive e del vino con la città di Cartagine. E i nove templi, di cui otto edificati in una manciata d’anni tra il 480 e il 406 a.C., dicono proprio quanto Agrigento fosse prospera.

Il tempio rappresenta una delle idee più folgoranti dell’architettura sacra. A cominciare dai suoi componenti, il basamento orizzontale, i muri, le colonne, la trabeazione, il tetto e il frontone, questa costruzione si inserisce in un paesaggio quasi fosse una grande scultura. Lo spazio interno rivestiva, a differenza di altri luoghi di culto, un ruolo di secondaria importanza. Nell’antichità il tempio era un posto quasi proibito alle persone comuni. Essendo la casa della divinità i fedeli rimanevano all’esterno e la comunità si raccoglieva per il sacrificio intorno all’altare collocato al di fuori del recinto sacro. I santuari più grandi sorgevano di solito in un’area extraurbana, spesso erano circondati da boschi e se possibile eretti in modo da guardare il Mediterraneo. Ciulla riproduce in scala con le pietre più pregiate il maestoso tempio della Concordia, uno degli esempi più riusciti dell’ordine dorico. L’originale ha sei colonne sulla fronte e dodici sui lati lunghi, e la rivisitazione dell’artista siciliano ne restituisce intero il senso di magica sacralità. Ciulla rispetta ogni elemento, l’architrave poggiata sul peristilio, la fascia con i fregi, i quattro scalini dell’entrata. Il risultato è un tempio in miniatura che mantiene la propria maestà. Le opere monumentali di Ciulla come la Stele con tempio s’innalzano nel cielo. Sulla cima a base quadrata troneggia il tempio della Concordia. Collocato in questa posizione questo luogo di culto in miniatura impone allo spettatore un’attenzione non banale per diversi motivi. Di per sé il “guardare verso l’alto” parla della predisposizione teoretica degli uomini da sempre alla ricerca di un senso. In secondo luogo, per la sua collocazione, il tempio di Ciulla è virtualmente posto di fronte al mare, quello stesso Mediterraneo cui si rivolge anche l’originale, nella valle dei Templi, ad Agrigento.

Entrare nello studio di Girolamo Ciulla è una specie di evento. In quest’antro gigantesco interamente ricoperto dalla cipria bianca della polvere di marmo, si respira qualcosa che richiama la sacralità della scultura antica. Ciulla da tempo ha deciso di lavorare su un patrimonio storico preciso, quello che mette insieme l’eredità della Magna Grecia, la cultura originaria della terra di Sicilia e quella meno conosciuta di un lembo di Toscana che l’artista ha scoperto qualche decennio fa, la Lunigiana.

La figura femminile alla quale l’artista rivolge la sua attenzione è Cerere. Sorella di Giove, la giovane dea pretendeva grandi onori perché alla razza umana aveva concesso grandi benefici. Quando gli uomini vivevano ancora nelle foreste, cibandosi di carne cruda, Cerere fondò per loro delle città, impose leggi e insegnò a ciascuno la cultura delle campagne e degli alberi con sapiente diligenza. Dopo breve tempo si fecero vedere i frutti abbondanti del raccolto e gli uomini cominciarono a vivere in modo civile. Così racconta la mitologia latina che riconosce in Cerere la dea della vegetazione e delle biade, il cui culto veniva celebrato in coppia con Bacco, dio della fecondazione e delle vigne, durante le cerialia. In quei giorni si sacrificavano le scrofe più grandi, sacre alla dea e si offrivano le primizie dei campi.

Importata in Italia dalla Grecia nel terzo secolo a.C., l’arte della panificazione era presto diventata un rituale, e Demetra, la madre terra greca, fu identificata con Cerere la dea bionda del grano e di tutti gli altri cereali. Quello di Cerere diventò presto un culto popolare; i plebei le dedicarono un tempio sull’Aventino, venerandola insieme a sua figlia Proserpina, dea dell’oltretomba e a Bacco, nella cosiddetta Triade Plebea, contrapposta a quella Capitolina di Giove, Giunone e Minerva, simbolo del potere nobiliare. Secondo la mitologica classica, l’alternarsi della stagione fredda e sterile con quella calda e ricca (in pratica le fasi della coltivazione del frumento, quattro mesi di riposo per le sementi, otto mesi dalla semina alla mietitura), dipendevano dal dolore che Cerere provava durante il distacco periodico e obbligato dalla figlia Proserpina che doveva periodicamente scendere agli inferi. Il grano assumeva così la connotazione di nutrimento sacro. Un motivo che persiste nell’eucarestia. Ciulla con grande sensibilità recupera questo mito e lo innesta sulla cultura italica fondendo la linea antica di Demetra-Cerere con la divinità femminile della Lunigiana. In questa terra ancora oggi vicina all’essere selvatica, dove migliaia di alberi riempiono gli occhi, la dea dei raccolti ha capelli di erbe che le circondano il viso, seni opulenti e grembo fertile. Proprio in Lunigiana è reperibile una speciale categoria di monumenti di età preistorica, quella delle statue stele, diffuse con grande probabilità a partire dal III millennio a.C. fino al VI secolo a.C. Le stele antropomorfe erano dei massi infissi verticalmente nel terreno, in cui sono riconoscibili sembianze umane sagomate nella pietra. In alcuni casi sono evidenti attributi fisici come il volto, gli occhi, oppure elementi di corredo tipo collane, vesti, armi.

Le sculture che Ciulla dedica a questa figura in cui si condensano il senso dell’essere nel mondo, la maternità, la crescita dei figli, la speranza del raccolto, sono grandi donne diritte con le mani aperte sulle spighe ormai mature. La dea cammina leggera aprendosi un varco, c’è da credere che al suo passaggio le spighe emettano un rumore fragrante e papaveri e fiordalisi si inchinino. L’operazione di Ciulla è di forte qualità culturale. Da un lato permette a una pre-classicità della quale abbiamo perduto i contorni e gli umori di ritornare a vivere, dall’altro fonda una scultura che ripetendo motivi e contenuti di tre culture, la magno-greca, la sicula e l’italica centrale, si impone per la forza del suo messaggio e per la semplice linearità della forma. Nel nostro mondo di falsi miti il lavoro di questo artista paziente e sereno nelle sue scelte dice qualcosa di quella bellezza cui l’arte ha sempre guardato. Nello studio di Ciulla, sospeso tra leggenda e storia, si scoprono altri elementi legati alla simbologia antica. Come il maiale che in Occidente ha una lunga tradizione narrativo-culturale a partire dalla figura della maga Circe che trasforma i compagni di Ulisse in animali, tra cui i maiali, a seconda dell’inclinazione del carattere. L’aspetto florido e la maniera di nutrirsi, oltre alla sua abitudine di rotolarsi nel fango, hanno fatto sì che il maiale assumesse due ruoli simbolici, per un verso rappresenta la fertilità e la ricchezza (come si è visto la scrofa è associata a Demetra), per l’altro ha a che fare con la lussuria e l’ingordigia. I maialetti di Ciulla, graziosi e ruspanti, sono di solito collocati o in cima a una colonna lasciata aperta o in un recinto di spighe. E dal loro luogo protetto guardano fuori. In perfetta armonia con la tradizione, Ciulla mette insieme il maiale e il grano. C’è un secondo animale storico della grande tradizione mediterranea che l’artista siciliano ama leggere e rileggere, è l’asino. La simbologia dell’asino ha diverse facce e dà luogo a interpretazioni discordanti. L’asino partecipa a due nature contraddittorie, il sapere e l’ignoranza. Nella mitologia egiziana è animale sacro a Seth che ha assassinato Osiride, quindi è malvagio. Per i popoli indoeuropei è segno di regalità e saggezza, in special modo presso gli Ittiti. In India e Cina è considerato una cavalcatura di entità celesti, spettata in sorte a principi ed eroi. Nella letteratura greca è collegato a Sileno, il precettore di Dioniso, sempre rappresentato a cavallo di un asino. Nella tradizione persiana invece, l’asino giusto protegge l’Albero di tutte le semenze. Nella leggenda Mida, re di Frigia, è noto per essere condannato a trasformare in oro qualunque cosa toccasse. Perdonato e riammesso alla vita di tutti i mortali, un giorno disapprovò il giudizio che un Dio aveva emesso in una gara musicale tra Pan e Apollo. Il dio dell’amore lo punì facendogli crescere le orecchie d’asino. Un altro asino famoso è quello di Balaam. Gli ebrei ritenevano che, creato da Dio nel sesto giorno della creazione, fosse destinato ad apparire nei momenti più solenni della vita religiosa. Fu così che l’asino di Balaam servì ad Abramo per portare sul monte la legna destinata al sacrificio di Isacco e condusse nel deserto la moglie e i figli di Mosè. Gesù continua questa tradizione. Un asino lo riscalda nella grotta, su un asino in braccio a Maria fugge in Egitto, un asino lo porta trionfante a Gerusalemme. Ciulla è attratto e insieme divertito da quello che gli animali suggeriscono alla sua fantasia e li rivisita volentieri dando loro la veste di luogotenenti del tempio. Anche l’asino, infatti, insieme al maiale è spesso collocato in cima a una colonna da dove guarda la razza umana. S’impone a questo punto una riflessione. è indubbio che Ciulla abbia in mente la Colonna infinita di Brancusi, uno dei maestri più amati, ma con la variante legata alla decisione di tornare a una scultura quasi primigenia, raffinata nella fattura, eppure coniugata intorno ai temi fondamentali della casa, della città, del tempio. Le colonne aperte nascondono ancora una sorpresa, la scimmia. Compiendo un altro passo di congiunzione tra culture, religioni ed epoche diverse, Ciulla mette anche un primate nel suo bestiario votivo. Ribadendo così l’intersecarsi di fedi e scienza e proseguendo la contaminazione tra conoscenze diverse. Le considerazioni di Ciulla sulla razza umana passano tutte attraverso la rilettura di una messe di civiltà, quelle cresciute nel grembo del Mediterraneo antico, sulla cui cultura poggia la coscienza della modernità. Un esprit che questo scultore di grande solennità esprime nei suoi lavori di una quieta bellezza che rimanda infine alle sculture della prima Roma, quando nelle case patrizie entravano piccoli oggetti di culto a protezione della famiglia e della casa. La semplicità perfetta delle opere di Ciulla rimanda proprio al nostro bisogno di ritrovarsi e ritrovare il nido primigenio.

Anna Caterina Bellati

Venezia, giugno 2009

 

 

 

 

 

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