AMERICANA

18/nov/2009 16.28.02 Galleria Rubin Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.

AMERICANA

 

Per Billgren, Sara Greenberger Rafferty e Dennis Santella


27 novembre – 31 dicembre 2009

 

Inaugurazione: giovedì 26 novembre 2009, ore 19.00

Il titolo di questa mostra fotografica prende spunto dall’omonimo romanzo d'esordio di Don De Lillo del 1971. Il protagonista del libro, David Bell, dopo aver sguazzato nell’agiata vuotezza della mondanità dell’upper class di New York, legata ai valori televisivi dell’apparire, decide di abbandonare tutto e cambiare vita. Con una cinepresa, David neanche trentenne, top manager di una rete televisiva, parte da New York su un camper per attraversare gli Stati Uniti e riprenderne la gente, la rabbia e  le contraddizioni insite nel sogno americano. Mostrando quella realtà che alla televisione non interessa, Dave tenta di recuperare il tempo perduto, tuffandosi nella vita della gente comune, fino ad allora un insulso mistero per lui, per cominciare una fase della sua vita all’insegna di una nuova consapevolezza.

Anche gli scatti di Per Billgren e Dennis Santella  inseguono la gente e i luoghi che non si vedono in televisione, l’americano medio negli ambienti dove realmente trascorre il proprio tempo.  Mentre, i lavori di Sara Greenberger Rafferty che raffigurano personaggi televisivi hollywoodiani, idoli di intere generazioni di americani,  vengono strappati alla loro aura mitica e mostrati nel loro lato più vulnerabile. Le ricerche di questi tre artisti esprimono la loro personale visione su diverse tipologie dell’americano attraverso gli occhi empatici di trentenni che, con dedizione,studiano una piccola parte della società in cui vivono, anche per conoscere di più se stessi. Questa piccola collettiva si propone così di sondare diversi tipi di indagine fotografica nell’epoca della presidenza Obama. I lavori di questi artisti non vogliono farsi portavoci di ideologie, ma inevitabilmente riflettono diverse Americhe, osservate da chi è comunque  parte integrante di un cambiamento epocale in atto nella società statunitense.

 

Il lavoro di Dennis Santella è particolarmente legato alla città di New York e al quartiere di Harlem, dove ha vissuto negli ultimi otto anni.  Con la serie Harlem Gardens, Santella ha fotografato per un anno un fenomeno in atto, lo spontaneo formarsi dei cosiddetti “community gardens”. Si tratta di lotti senza costruzioni che la città di New York non è in grado di mantenere, né di gestire in modo produttivo. In questi spazi, recintati e chiusi con lucchetto, si può assistere al crescere di piante, al fiorire e sfiorire di alberi, all’accumularsi di spazzatura, al ritrovarsi di gatti randagi.  Questi fazzoletti di terra di nessuno incuriosiscono chi li vede per la prima volta per la disarmante mancanza di senso e di identità. Accade anche che, i dipendenti del comune una volta al mese, facciano il giro di queste piccole derive urbane per radere al suolo tutto quello che vi è cresciuto e cambiare i lucchetti. Santella ha indagato le origini di un movimento di appropriazione di questi luoghi da parte delle comunità di residenti, che opponendosi a questi cicli di crescita e distruzione fine a se stessa, ne hanno fatto dei giardini. Capita spesso di vedere a New  York questi ritagli di terra con piccoli orti e piante, più o meno umanizzati, dove i residenti del quartiere si ritrovano per feste o fare giardinaggio.  La macchina fotografica panoramica, costruita nel leggendario negozio Siciliano Camera Works di Brooklyn, è la chiave di lettura stessa di questa serie di scatti. Il fondatore di questa mecca per maniaci di panoramiche, aperta nel 1970, è, Thomas Roma, fotografo noto per la macchina da lui creata, la “Pannaroma″ (così chiamata dal gioco di parole tra panorama e Anna, sua moglie). La ricerca di Roma (oggi professore alla School of Arts della Columbia dove Santella ha studiato)si è focalizzata  sulla vita di quartiere di Brooklyn e dei suoi protagonisti al punto da essere un caposaldo del genere, visibile tra l’altro, nella collezione del MoMA e del Guggenheim. Con un lavoro ispirato a quello del suo maestro Roma, e con lo stesso mezzo fotografico, Santella ha raccolto indizi sugli abitanti di Harlem, sotto forma, però, di trasformazione progressiva dei luoghi, da abbandonati a vissuti. Questi giardini della comunità riflettono le vite trascorse tra disagi, voglia di normalità e bisogno di ritrovarsi a condividere momenti di vita quotidiana.

La seconda serie di fotografie di Dennis Santella, intitolata “Splits”nasce, invece, da una riflessione sull’irreversibilità delle azioni umane e sull’indecisione dietro alla scelta delle inquadrature. Il risultato è un’immagine divisa in due, ma realizzata sullo stesso negativo, a testimonianza della registrazione di due distinti momenti impressi nella stessa pellicola. Questo lavoro valorizza lo scatto non intenzionale che immortala ciò che vi è prima e dopo la fotografia, come in una convenzionale pubblicità per la perdita del peso corporeo, dove si confrontano due corpi modificati nel tempo. In parallelo, questo lavoro orbita intorno all’idea di intelligenza visiva e al meccanismo per cui il nostro occhio coglie quello che gli sta a cuore, per cui di due scatti simili ma diversi, riusciamo a percepire una differenza solo nei punti che con un’intenzione inconscia analizziamo. Da queste coppie di foto del medesimo spazio, emerge un terzo luogo irreale, nato da un lieve slittamento dello sguardo del fotografo, il cui risultato si presenta inatteso al suo stesso occhio.

 

 

La serie di Per Billgren ruota intorno al mondo delle convention negli hotel, veri e propri ritrovi di americani veraci riuniti da una passione comune. Come reporter, l’artista si è inserito in moltissimi ritrovi, che segue da anni in ogni località più o meno remota degli Stati Uniti.  I protagonisti di questi scatti sono ventriloqui, impagliatori di animali,maghi, pornostar per una notte, finte celebrità hollywoodiane. Tutti sono stati immortalati senza posare, nel proprio stand tra i cultori della materia e il pubblico ordinario delle convention nello squallore di questi hotel, così anonimi da sembrare sempre lo stesso. Le tappezzerie, le moquette, le tovaglie bianche di finta seta su tavoli pieghevoli di plastica, i mobili di finto legno e le sedie di finta pelle incorniciano questi protagonisti di un sogno per un weekend. I soggetti di questi scatti appaiono come colti di sorpresa in una sorta di attimo rivelatorio della loro essenza più profonda. In questa ricerca del fantastico nell’ordinario e viceversa, per Billgren riesce a cogliere aspetti della personalità forse ignote agli stessi partecipanti alle convention.

 

Le immagini di Sara Greenberger Rafferty esplorano i protagonisti delle sitcom e dei film dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta.  I ritratti, presi da copertine di riviste e foto dell’epoca sono state stampate dall’artista e manipolate, per poi essere nuovamente ritoccate digitalmente e  ristampate una seconda volta.  I soggetti sono i miti femminili dell’epoca,  (sporcati con liquidi naturali e umani come saliva, lacrime, sangue) appaiono in una veste sgualcita come da una crisi personale in corso. Queste protagoniste di un’epoca sono rimaste fortemente impresse nell’immaginario collettivo dei giovani americani, come presenze a cui si è inconsapevolmente affezionati per averle subìte già nelle case dei genitori e dei nonni. Negli anni Ottanta, poi, queste commedie televisive come “La casa nella prateria” sono state riproposte e ciò le rende ancora più sentite dai trentenni di oggi  e con una fascino vintage  per i più giovani che possono trovarle su YOUTUBE. Il rimaneggiamento da parte dell’artista fa leva su questo sentimento nostalgico per quelle vecchie glorie televisive, donne che sembrano dover restare sempre giovani e coi i caratteri che il loro ruolo le aveva cucito addosso. I volti stampati e poi bagnati e ristampati, sono proiettati in una nuova realtà fatta di cadute e sbandate che sembrano in parte ristabilire la realtà delle vite di queste dive, fuori dalla tivù. L’aspetto sbiadito e sfiorito di questi volti femminili sembra dimostrare che, malgrado la protezione della memoria collettiva, il tempo avanza e i così il sentimento di odio e amore per il passato ad esso connesso. Attraverso l’analisi di alcune star adorate dal pubblico, Sara Greenberger esamina la memoria collettiva ‘affettivizzata’  americana e, indirettamente, la scala di valori che da sempre stanno dietro queste icone commerciali.

In “Alison Arngrim as Amy Carter” l’artista ha ripreso una copertina della Laff Records del 1977(mitica casa di produzione di commedie della West Coast  fine anni Settanta) , in cui l’attrice, la petulante ragazzina dai boccoli biondi ex protagonista de “La casa nella prateria”, recita la figlia di Jimmy Carter, all’epoca nota per la sua infanzia di bambina che giocava sola nel giardino della Casa Bianca.  

 

In “Lee” l’artista ha lavorato su una foto dell’attrice Lee Grant tratta dal film “Shampoo” (1975), una pietra miliare della commedia satirica sui legami sesso e politica che vedeva protagonisti Warren Beatty e Goldie Hawn. Il film era ambientato nel 1968, la notte precedente l’elezione di Nixon, realizzato dopo l’opaca conclusione dello scandalo Watergate. L’attrice  Lee Grant personificava la ricca amante dell’affascinante parrucchiere Warren Beatty, che non arretra di fronte alla richiesta di denaro per aprire un salone di bellezza al suo  trastullo sexy.

In “Shampoo”, i volti dei due protagonisti del film Warrren Beatty e Goldie Hawn, star della pellicola e fidanzati nel film, vengono sovrapposti e danno vita a un terzo volto fuori fuoco dalla tinte carnose.

 ” Lucy”, ovvero Lucy Ball, la protagonista della pioniera sitcom “I love Lucy” cominciata nel 1951, sicuramente una delle più premiate e tradotte serie televisive di tutti i tempi, è il simbolo dei valori condivisi dall’America anni Cinquanta. Lucy è infatti una brava casalinga e mamma, di grande talento comico che riesce a trovarsi nelle situazioni più buffe nel suo goffo tentativo di entrare nello show business.

Irina Zucca Alessandrelli

 

 

 

 

 

 

Sara Greenberger Rafferty ha ricevuto un Master in Fine Arts presso la Columbia University di New York.  Ha avuto una personale presso The Kitchen, New York, al PS1 Contemporary Art Center, New York, e alla Sandroni Rey, Los Angeles. Ha inoltre partecipato a molte collettive, tra cui alla Gagosian Gallery, New York e da D’Amelio Terras, New York.

 

Per Billgreen ha studiato psicologia presso la Washington University, Seattle e ha da poco terminato il Master in Fine Arts presso la Columbia di New York. Ha esposto in vari spazi no profit di New York e gallerie private.

 
Dennis Santella ha un background in studi scientifici e artistici. Oltre ad una laurea in neuroscienze, ha conseguito una specializzazione in Scienza della Salute ambientale e ha da poco terminato un Master in Arti visive presso la Columbia University di New York.

 

 

blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl