Legge Cinema: un grande bluff per gli italiani

cinematografia made in Italy si appoggia essenzialmente ad un unico ente che

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28/nov/2005 07.39.46 JIFF Contatta l'autore

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La Legge Cinema: un grande bluff per gli italiani

Se per gli USA la cinematografia rappresenta un pilastro della risorsa economica del paese, in Italia la cosa è un po’ diversa. La cinematografia made in Italy si appoggia essenzialmente ad un unico ente che finanzia il settore (salvo casi particolari, come i filoni Rai, ormai sempre più fiction per il piccolo schermo): la Direzione Generale per il Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. A regolare il sostegno del fondo pubblico è la famosa Legge Cinema che tra l’altro, proprio per varie problematiche che riportava, è stata di recente aggiornata. Ma che cosa è cambiato? Per molti rappresenta il male peggiore. C’è anche qualcuno, però, che la pensa diversamente. Si tratta di Franco Gramisci, regista ed imprenditore calabrese agli esordi con un suo primo lungometraggio fuori dai canoni nazionali ed impegnato professionalmente ormai da qualche anno, rientrato da poco, tra l’altro, da un breve soggiorno negli studios di Hollywood. Ha presentato alla DG Cinema la sua opera prima per avere un finanziamento per la produzione con l’unica impresa di produzione calabrese iscritta nell’“Elenco delle imprese cinematografiche” del ministero ed ha così conosciuto più da vicino gli ultimi decreti ministeriali. Secondo lui la legge sulla cinematografia in Italia riporterebbe incoerenze e stranezze che non rafforzerebbero assolutamente il settore, anzi. Per capire meglio il problema, gli abbiamo fatto qualche domanda. Piuttosto che l’esperienza personale, è venuta a galla un’analisi ben accurata.

Cos’è cambiato nell’attuale normativa cinematografica? “In sostanza assolutamente nulla - afferma il regista - L’articolo 8 del decreto ministeriale 27 settembre 2004 (legge cinema), seppur ispirandosi a forti principi di ripresa del settore, ultimamente non molto fiorente (nonostante critici autorevoli dicano il contrario), concepito per sostenere le opere prime e seconde - continua il regista - quindi le nuove realtà emergenti, non contiene alcuna clausola specifica per le imprese già attive e proficue nel mercato da tempo; la commissione (con nomi autorevoli, per carità) infatti ha deliberato di recente elargendo fondi (provenienti dal FUS) ad imprese ormai affermate nel settore (nelle ultime deliberazioni pubblicate anche sul sito internet della Direzione Cinema si leggono nomi di società piuttosto note). Società che in teoria, visti i loro budget aziendali, box office e filmografie anche di successo, potevano avere accesso al Fondo di Garanzia, da cui sono però escluse, ovviamente, le nuove imprese, anche perché vengono assegnati finanziamenti per la produzione fino a 5 milioni di euro (circa 10 miliardi vecchie lire), ma con l’unico inconveniente: il 50% va coperto dall’impresa di produzione, mentre nel predetto articolo 8 opere prime il tetto massimo arriva a malapena a 1.300.000,00 euro con quota ministeriale che sale al 90% e solo il 10% è a carico della società (diciamo quasi tutto a fondo perduto). E non è tutto, sempre grazie a tale legge, dopo che il film è stato prodotto e distribuito, i produttori ricevono il cosiddetto premio di qualità di mezzo miliardo di vecchie lire, che va distribuito tra gli autori principali. Ovviamente, con una legge simile che permette ciò, i nuovi autori di sceneggiature difficilmente daranno fiducia a nuove società seppur con i requisiti ed iscritte al Ministero, visto che la commissione poi finanzia i soliti noti. Il mio film non è stato approvato, almeno avessero sostenuto opere di nuove società (non solo nel nome ovviamente).. il mio lavoro, trattandosi di un fantasy, ovviamente non riguardava la solita commedia che convince i critici e non piace poi al pubblico” E allora cosa fare? “È indubbiamente una legge che va modificata. Le società che hanno già un rientro economico attraverso le vendite dei film e che potrebbero benissimo finanziare loro il ministero, debbono iniziare a cacciare soldi dalle proprie tasche, come farebbe un produttore che si rispetti, almeno con quota del 50%. La Legge Cinema non dovrebbe permettere l’accesso a quelle misure economiche riservate alle realtà emergenti (autori ed imprese)…. Bisognerebbe invece iniziare a seguire la filosofia americana, in cui si ritiene intelligente sostenere le idee, perché sono quelle poi a portare buoni frutti. E la finissero i baroni del cinema di dare colpa alla pressante presenza dei film americani: i film gli americani li sanno fare e le idee le sanno ‘annusare’. E poi… non sarebbe male istituire e coinvolgere maggiormente commissioni regionali per garantire una migliore distribuzione economica a validi progetti in ambito nazionale… la Regione Calabria, seppur in ritardo, ha ben capito questo aspetto e si sta già mobilitando. Situazione analoga per il finanziamento ai cortometraggi: secondo l’articolo 9 comma 2 della predetta legge, i progetti degli allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia (l’attuale Scuola Nazionale del Cinema di Roma) avrebbero un punteggio complessivo aumentato del 10%... I loro progetti sono a priori migliori di altri? In un paese evoluto questo è un privilegio amorale e mortificante, una vera e propria discriminazione, come a dire che quei poveracci che provengono da altre scuole (Università, Dams, Accademie, etc.) della penisola non sono formati decentemente. Eppure si tratta di esaminare l’idea innovativa e la capacità manageriale, che per fortuna non si sa mai da dove sbuca. Ovviamente alle rappresentanze dell’istruzione e formazione nazionale pubblica la cosa va benissimo così! Non parliamo poi del pagamento dell’istanza: per ogni film che la società sottopone, al di là dell’esito, bisogna pagare al ministero per le opere prime 800,00 euro (oltre un milione e mezzo vecchie lire). Marche da bollo, fotocopie, consulenza, certificazioni, eccetera sono ovviamente a parte! Non so se ci sono altri enti pubblici in cui, solo per richiedere un contributo, bisogna pagare. Pensate che nell’anno in corso sono stati sottoposti al ministero circa 170 film opere prime, di cui sono stati approvati solo una ventina: vale a dire che nelle casse del ministero, solo per tale categoria, sono finiti oltre 130.000,00 euro, soldi di giovani imprenditori che saranno poi investiti in progetti di grosse società di produzione…E nessuno dice niente perché la barca ancora va, seppur sempre con lo stesso tragitto. Su tale realtà non sono intervenute neppure le numerose associazioni di categoria, preposte tra l’altro a ciò”. E voi nel sud come pensate di agire? “Molti come me non digeriscono la cosa: difatti con una delegazione di rappresentanti di professionisti del settore ed esperti in materia legislativa ci stiamo mobilitando a livello nazionale per sviluppare nuovi processi e sinergie a sostegno della produzione cinematografica nazionale. Restiamo comunque fiduciosi - conclude Franco Gramisci - che venga al più presto migliorata tale normativa nella Direzione per il cinema, che per il momento è l’unica cassa a cui tutti gli addetti ai lavori attingono e da cui dipendono gli esiti del mercato e della fruizione”. (Press|office - M.A.)

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