x i settantanni di cinecittà

27/apr/2007 23.00.00 immaginicinema Contatta l'autore

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Lettera al Cinema
di Ennio Flaiano
Caro Cinecittà, alla presente S. V. espongo quanto seguè primo:
che ò scritto un film, tutto della mia vita, da quando ero orfano fino al '56. Avventura e duello amore con forte Tradimento
vendetta, carcere, esce con l'amnistia.
Io potrei farlo anche come registra,
accludo foto (io sono quello in mezzo).
Secondo: se non c'è film per ora
adatto mia persona, altezza 1,63
bicicletta, nuotare, carabina,
prego pigliarmi anche per guardiano
e magari scopare stabilimento.
La vita qua, è meglio non parlare.

Cinecittà Cinecittà

Hanno detto di lei

Aldo Fabrizi

"Cinecittà racchiude tante pagine del mio lavoro, della mia vita di ragazzo poverissimo nato a Campo de' Fiori, di professione venditore di palloncini, scatolaio, vetturino, venditore di frutta al mercato. Cinecittà è il ricordo delle favole della mia giovinezza, di volti giovani e freschi di attrici chiamate Ave Ninchi, Adriana Benetti, Anna Magnani. Poi, tanti critici, tanti giornalisti hanno scritto saggi e libri su Cinecittà, ma io ricordo che, allora, la parola neorealismo non esisteva e, quando qualche regista voleva costruire le grotte, le stalle umide dove i vetturini mettevano i loro cavalli, meglio ronzini, venivano da me a chiedermi come, in realtà, erano queste grotte-garage dei cavalli. Così io li portavo dietro Trastevere, nei vicoli umidi e antichi e facevo loro vedere quel neorealismo poi riproposto a Cinecittà, di fronte alla quale quando noi bambini poveri romani passavamo con il tram, sognavamo con gli occhi aperti. Ieri come oggi".

Federico Fellini

"E' stato il primo stabilimento cinematografico in cui sono entrato. Facevo il giornalista e a Cinecittà ero venuto per inter vistare Osvaldo Valenti in La corona di ferro. Incontrai un uomo che faceva quello che sarebbe diventato il mio mestiere: il regista. Era Alessandro Blasetti: stava su una gru e urlava qualcosa nel megafono. Provai una sensazione di enorme gioia, di sconfinata vitalità alla vista di quell'uomo sulla gru, con sullo sfondo le nuvole, che parlava agli schiavi, ai faraoni, ai guerrieri! Cinecittà ha il fascino inconfondibile delle cose assolutamente funzionanti e al tempo stesso fatiscenti perché destinate a disfarsi continuamente, a mutare, a corrompersi. Per me è una specie di mito, una proiezione incarnata di tutte le favole. Basta sfogliare il suo libro nero appena ritrovato per scoprire le firme di mezza storia del cinema, da Errol Flynn a Greta Garbo".

Riccardo Freda

"Quante storie dimenticate, quanta umanità nascosta, quanta fantasia si celano tra i teatri, i viali, le ombre degli studios di Cinecittà. Quanti film ho realizzato in quel quadrilatero magico e quanti ne ho visti girare. Eppure, oggi, anch'io sono dimenticato come decine di nomi che al nostro cinema hanno dato la vita. A Cinecittà girai, tra gli altri, l'intero Kolossal Beatrice Cenci e, allora i nostri stabilimenti davano davvero i punti a Hollywood anche se è nel 1987 che la competizione è diventata reale.

Tonino Guerra

"Sono uno sceneggiatore, non sono un uomo di Cinecittà. Resto a casa a scrivere, a inventare, a ricreare, a dare parole agli attori. Ma, quando, raramente, sono andato a Cinecittà, soprattutto a trovare Fellini, ho avuto sempre un'unica, inconfon dibile sensazione. Mi sono sentito Pinocchio, che entrava, aprendo la porta pesante di un buio teatro di posa, nel ventre oscuro, magico di una balena. E, come il barone di Munchhau sen, ho scoperto in quel ventre buio, rischiarato dalle luci dei riflettori e dei generatori, vascelli fantasma, meraviglie, sortile gi, incanti e disillusioni".

Alberto Lattuada

"Ho visto le sue meraviglie e le sue rovine, i suoi grattacieli di polistirolo e i suoi ruderi, i suoi miracoli e i suoi cappotti con i colletti usi. Ho visto crescere Roma e raggiungere, laddove c'era l'Agro, il muro basso e inconfondibile della città del cinema. E' la mia seconda casa, lo è stata da un punto di vista psicologico per tanti film. Immerso per ore in una giungla di cavi, con il ronzio dei vecchi proiettori nelle orecchie sono invecchiato e ringiovanito nel regno del mago di Oz che oggi è competitivo in tutto il mondo con le sue due città gemelle: Roma e Cinecittà".

Giulietta Masina

"A Cinecittà ho interpretato un solo film: Ginger & Fred. Ma sempre, in qualche modo, Cinecittà è entrata nella mia casa, nelle conversazioni con Federico, nel mio immaginario cinema tografico. Dopo aver visto tutti gli studios europei posso anche affermare senza nazionalismi gratuiti che Cinecittà è uno dei più completi e magici stabilimenti".

Alberto Sordi

"Facevo l'attore e pensavo di trovare casa dove abitare sulla traiettoria di Cinecittà. Non ero ricco, non ero più povero, ricordavo andando agli stabilimenti con il tramvetto il ragazzetto che ero stato e che scappava di casa la mattina facendo finta di andare a scuola per recarsi a Cinecittà a fare la comparsa in Scipione l'Africano. Nel piazzale di Cinecittà ci dividevano in galli e romani e io mi sentivo "romano nato a Cinecittà".

Sergio Leone

"La prima volta in cui sono entrato a Cinecittà avevo 13 anni Mi portò mio padre, il regista Roberto Roberti che, malgrado l'epurazione del fascismo, in modo misterioso, era riuscito trovare un produttore per La bocca sulla strada. Poi si scopri che il produttore era una spia dell'Ovra. Io, bambino, sebbene innamorato della protagonista del film, l'incantevole Carla Del Poggio, sfuggivo a mio padre. Correvo sul set di La corona ferro e mi incantavo a guardare gli stivali di Blasetti, il suo piglio da regista-granduca. Oppure mi infilavo sul set di Mario Camerini, andavo cercando gli attori de I promessi sposi. Ricordi flash di immagini mai dimenticati. Fu quell'ingresso da figlio di un regista messo a riposo che mi convinse subito ad aprire la porta dei sogni del cinema e a farmi ritornare ragazzo e uomo sui set cancellati di quel mio primo film vissuto di riflesso interpretato, tra gli altri, da Armando Falconi".

Ettore Scola

"Oltre a La famiglia ho girato Ballando Ballando in pratica per intero a Cinecittà. Forse Cinecittà ha 50 anni, ma non li dimostra, anzi, con sagacia, va a ritroso nel tempo ritrovando nuova e più matura giovinezza, splendori, strumenti tecnologici, fantasia e nuove chirurgie estetiche. Viva e malinconica, sempre rassicurante, Cinecittà è una seconda casa per tanti registi ,attori, sceneggiatori. Avevo sei anni quando vi entrai la prima volta. Era il 1931: mio padre mi aveva portato in visita. Vidi passare Amedeo Nazzari su una spider bianca: l'immagine del cinema, di un mito, in un luogo con la vegetazione stenta, l'aspetto apparentemente privo di seduzione e che ti riserva continue sorprese".

Cesare Zavattini

"Mi piacerebbe tanto, in incognito, andare domani o un giorno qualsiasi a Cinecittà. Vorrei rivederla in questi miei anni vicne e lontani al Duemila e vorrei forse anche capire il perché percome del mio aver "snobbato" per tanto tempo la nostra "cittadella del cinema". Forse, in passato, mi pareva che per entrarci e per conquistare i suoi teatri, i suoi camerini, occorrese qualche passaporto. Forse questa considerazione è semplicemente il ricordo di un uomo che non ha dimenticato certi suoi primi attori in divisa in quel terreno povero e riarso, tra il settimo e il nono chilometro sulla Tuscolana".

Marco Capitelli

Quando arrivai nel 1966 in quella piazza di Cinecittà scaricando il camion di Zio Vittorio che ci traslocava da Firenze cercai subito il muro degli stabilimenti cinematografici , di mi a poco ci facemmo , io, Massimo ed Alvaro il primo buco per andare a fare i bagni nella piscina del cinema . Tra comparse e faccioni vecchi e scuri sbucavamo dietro quel muro e giù a fare il bagno in un'acqua sporca e bellissima , tra resti di accampamenti western e fori romani, be si del cinema non ce ne importava niente, ma Nando Cacciamani dopo 30 anni mi ha riconosciuto : eri te quello che rincorrevo e scappava su per il muro sino a sparire misteriorsamente dietro ad un cespuglio, ma poi ti ho fregato è , l'ho chiuso quel buco, mi ha detto qualche anno fa controllandomi il tesserino il passi a vita insomma per oltrepassare quella sbarra. Non so quanti come me conoscono gli studi di Cinecittà ma tutto quello che li ho scoperto e ritrovato ,dai manifestini alle pellicole disperse, dall!
e fotografie ai cimeli è oggi nel mio archivio, recuperato per la memoria di tutti. Non so neppure se qualcuno ha una raccolta più grande di materiali iconografici di Cinecittà , ma tra trasmissioni e libri, documentari e film io su la mia Cinecittà ne potrei e vorrei fare decine e decine , sarebbero sempre pieni e vivi del sapore del cinema, della sua finzione di realtà e poi ci sarebbe sempre qualcosa di nuovo da scoprire e raccontare ancora.

Alfredo Vincenti

Ho cominciato, qui, nel 1948, grazie a mio padre, dipendente di Cinecittà fin dall'ante- guerra - faceva il macchinista di scena, il capo macchinista e tanti altri lavori - e grazie anche ai suoi amici che mi presero a ben volere quando lui morì, appunto nel '48. Avevo 14 anni ed iniziai come apprendista falegname. In falegnameria, quando venni qua, c'erano ancora i profughi: non tutti i teatri, che adesso sono disponibili, erano liberi a quell'epoca, al posto della Direzione, ad esempio, c'erano degli uffici, l'infermeria dove ora c'è la Presidenza, qui di fianco, la sala mortuaria, degli spacci, in somma, tante cose. E mi ricordo che, all'interno dei teatri, quando uno saliva al livello delle passerelle, che so, del teatro 5, sotto vedeva un vero e proprio labirinto di camere da letto, di masserizie, di questi profughi che vivevano lì dentro. La situazione non cambiava se cì si spostava al 15, nei magazzini dove ora c'è la roba di "Dedalo"... anche là c'erano delle camerat!
e, e così in altri teatri. Poi, quando sono venuto io, ad esempio, il teatro 15 non era ancora stato coperto, era libero, c'erano ancora i resti dei bombardamenti, come in molti altri, ancora coperti di macerie della guerra. Io ero un ragazzino e facevo un po' di tutto:

andavo a prendere l'acqua per gli operai, pulivo per terra, portavo da mangiare, compravo le sigarette, insomma questi lavoretti umili, questi servizi da apprendista di bottega, corre vo da una parte all'altra degli stabilimenti, spaziavo su questi terreni enormi e vuoti di Cinecittà, che a me sembravano immensi, e mi capitava ancora di trovare, per terra, i manifestini degli Alleati. Poi sono entrato - c'erano tutte queste persone, amici di mio padre, persone anziane, con una certa esperienza del lavoro, anche - mi hanno consigliato di andare a scuola ed io ho seguito di buon grado il loro consiglio, ho frequentato 14 anni le scuole serali e mi sono diplomato, e dopo pochi anni ho avuto la fortuna che un capo servizio delle costruzioni di scena mi ha preso con sé e, pian piano, mi ha insegnato il mestiere, mi ha tra smesso tutte le sue conoscenze. Era uno che veniva dal cinema muto, un certo signor Achilli.



Tonino Delli Colli

La mia "prima volta" risale alla nascita stessa di Cinecittà. Gli stabilimenti furono inaugurati nel '37, io entrai nell'agosto del 1938. Allora ero un ragazzo, provavo molta emozione - cosa che poi si va diradando col passare degli anni - anche se non sapevo bene in che consistesse davvero questo lavoro; era nuovo per me... tutto era nuovo. Fui assunto così, come apprendista, perché c'era richiesta di personale; non avevo avuto alcuna esperienza precedente... sì, qualcosa sapevo di sviluppo e stampa, ma poco, avevo 16 anni. Da lì è durata un anno, finché non mi è caduta una macchina da presa e mi hanno licenziato in tronco. In realtà un po' di colpa ce l'avevano anche i macchinisti, negligenti nel fissare la macchina ai supporti, ma questi avevano famiglia, erano più anziani di me, e si decise quindi per il capro espiatorio. Passarono otto mesi di inattività - all'epoca non c'erano alter native, se lavoravi nel cinema, fuori da Cine città - poi riconobbero l'errore e venni !
riassunto: un pomeriggio il capo operatore mi chiamò e mi disse che avevano bisogno di me. Tornai al mio posto, senza però aver ricevuto la cartolina (era rosa, ricordo) dell'Ufficio di Collocamento - non si poteva lavorare senza quel pezzo di carta in mano - così, siccome esistevano degli attriti fra il Capo Reparto Operatori e il Direttore Generale del tempo, appena questi seppe, da un custode che si prese la briga di fare la spia, della situazione irregolare, mi cacciarono via un'altra volta. E questo, devo dire, fu la mia fortuna, perché trovai un direttore della fotografia - Mario

Albertelli - abbastanza quotato, che mi sotto la sua ala protettrice, un po' come un padre. Mi prese con sé ed io già a I potevo dirmi del mestiere, scavalcai fasi, a Cinecittà sarei rimasto ancora al più basso della scala per chissà quanti Devo dire, comunque, che era una facce molto seria stare a Cinecittà in quel periodo adesso, forse, si è un po' modificata-e da apprendista e, pian piano, impari un mestiere; non sapevi niente all'inizio guardando, imparando dai più vecchio professionisti, attraversavi un tirocinio formava e ti faceva diventare, a tua volta professionista. Era una specie di scuola


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