Il 21 aprile, sala Umberto di Roma "Nannarella 100", presentato dall'Associazione Culturale Compagnia Teatro IT e dedicato alla celebrazione del centenario dalla nascita dell'indimenticabile Anna Magnani.

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21/apr/2008 11.20.00 immaginicinema Contatta l'autore

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Il 21 aprile, presso la sala Umberto di Roma, si terrà l'atteso evento "Nannarella 100", presentato dall'Associazione Culturale Compagnia Teatro IT e dedicato alla celebrazione del centenario dalla nascita dell'indimenticabile Anna Magnani.




Nel corso di un'intera giornata, l'ideatore e organizzatore Matteo Persica intende perpetuare la memoria della Magnani attraverso la proiezione di documentari, realizzati da lui stesso, tesi ad approfondire nove aspetti differenti, sia umani che artistici, della "Nannarella" nazionale. Tali filmati sono impreziositi da spezzoni di lungometraggi, brani musicali, materiali d'archivio e interviste realizzate con Luca Magnani, figlio dell'attrice, e altri personaggi della nostra cultura. La manifestazione, patrocinata da Siae ed Anec Lazio con il sostegno del Comune di Roma, è completata da un'accurata mostra fotografica e dallo spettacolo "Raccontare la Magnani". Tale performance musical-teatrale è affidata a quattro promettenti attrici (Annalisa Biancofiore, Priscilla Micol Marino, Elisa Pavolini, Sara Platania), che hanno il compito ( e l'onore) di ripercorrere la leggenda della Magnani secondo un'angolazione tutta al femminile. Lo scopo della kermesse, ad ingesso gratuito e !
i cui dettagli sono specificati sul sito www.nannarella100.com, dichiarato dal giovane Matteo Persica è, non solo, quello di far conoscere in maniera piú approfondita ai suoi coetanei il mito di un'insostituibile rappresentante della cultura cinematografica italiana, ma quello di dare il via ad altri festival celebrativi che, al di là della ricorrenza di un anniversario, riescano nell'intento di far rimanere impressi nella memoria collettiva personaggi di un passato carico di emozioni e di insegnamenti.



Partita come spalla di Totò nel teatro di rivista durante il periodo bellico, impone da subito un'originale cifra attoriale che le spalanca le porte della Settima Arte. Dopo le divertenti caratterizzazioni di "Teresa Venerdì" (1941) di Vittorio De Sica e "Campo de' Fiori" (1943) di Mario Bonnard, approda al ruolo drammatico che l'ha resa maggiormente famosa. Parliamo, ovviamente, del capolavoro "Roma città aperta" (1945), nel quale il maestro Roberto Rossellini narra la cruda verità di una nazione deturpata dalla distruzione del conflitto mondiale, metaforicamente incarnata dalla proletaria Pina, colpita a morte alle spalle dai nazisti mentre insegue il camion che deporta il compagno davanti agli occhi terrorizzati dell'innocente prole. Una sequenza agghiacciante e straziante che le regala il primo dei cinque Nastri d'Argento vinti e, al contempo, l'appellativo di musa del neorealismo nostrano. Da quel momento si moltiplicano i successi sia di critica che di pubblico, perdut!
amente catturati dallo sguardo intenso e dolente, dalla risata contagiosa e beffarda, dalla fisicità irregolare e dirompente di un'icona profondamente e genuinamente popolare. "Il bandito" (1946) di Alberto Lattuada, "L'onorevole Angelina" (1947) di Luigi Zampa, "Amore" (1948) di Roberto Rossellini e, soprattutto, "Bellissima" (1951) di Luchino Visconti la conducono direttamente nello star-system hollywoodiano. I migliori registi statunitensi fanno a gara per lavorare con lei: da Delbert Mann ("La rosa tatuata", 1955), a George Cukor ("Selvaggio è il vento", 1958), a Sydney Lumet ("Pelle di serpente", 1959, nel quale recita al fianco di Marlon Brando).

La Mecca del Cinema la ripaga, addirittura, con un Oscar quale migliore attrice protagonista nel 1956, il primo assegnato a un'interprete non di lingua inglese, ma la sua veracità non risulta esaltata dai copioni americani, che tentano di edulcorare e ammorbidire l'impeto recitativo rinchiudendola in personaggi alquanto addomesticati e standardizzati. Il ritorno in patria la vede nuovamente trionfare in ruoli costruiti su misura per lei, nei quali si mostra in grado di sfogare l'estro accattivante, felino, estemporaneo, tracciando il ritratto di due madri tragiche e struggenti sia sul grande schermo ("Mamma Roma" di Pier Paolo Pasolini, 1965) che in palcoscenico ("La lupa" di Franco Zeffirelli, 1965). Assolutamente inconfondibile grazie alla sua bellezza "non bella" ma, senza dubbio, intrigante e vulcanica, Anna Magnani rappresenta sicuramente un unicum nel nostro cinema. È, in effetti, da considerarsi un'innovatrice del talento recitativo al femminile, una spartiacque fra l!
a generazione delle "divine" inaccessibili (Eleonora Duse, Francesca Bertini), dalle quali trae la lezione dell'inevitabile connubio vita-arte, e quella delle "maggiorate" palpabili (Sophia Loren, Gina Lollobrigida), alle quali dona il gusto di dare evidenza a una sfacciataggine seduttiva e poco ossequiosa. Ciò che la distingue, però, da tutte è la prorompente passionalità, che non ha teso mai a celare e che l'ha accompagnata in mille imprese professionali, sentimentali, esistenziali.

Tanti sarebbero gli aneddoti pettegoli che morbosamente raccontano di epici scontri dentro e fuori i set, ma rammentarli non aggiungerebbe nulla al ritratto perfetto di una donna posseduta esclusivamente dal demone della genialità artistica e dotata, sopra ogni cosa, di un'abilità canora peculiare e volitiva, capace di giungere lì dove ulteriori discorsi paiono superflui e le parole si placano per lasciare spazio alla pura emozione del ricordo indelebile.


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