TODO MODO

TODO MODO Gli anni di piombo italiani in Todo Modo di Elio Petri Giovedì 14 maggio alle ore 20 "Quello che passa al Convento" proietterà il capolavoro del grande regista Giovedì 14 maggio, alle ore 20 continua, con la proiezione di Todo Modo, datato 1976, il tributo ad Elio Petri, evento speciale della seconda edizione di "Quello che passa al convento", promossa dal Convivio delle Arti dei Rozzi e degli Accordati, presieduto da Vito Puglia, con il contributo del Comune e dell'Ente Provinciale del Turismo di Salerno, del Pastificio Amato, della Centrale del Latte e di Salerno Energia e la collaborazione della web radio Unis@und, ospite di Marco De Simone gestore del Convento San Michele.

12/mag/2009 13.34.46 Olga Chieffi Contatta l'autore

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Gli anni di piombo italiani in Todo Modo di Elio Petri
Giovedì 14 maggio alle ore 20 “Quello che passa al Convento” proietterà il capolavoro del grande regista
 
Giovedì 14 maggio, alle ore 20 continua, con la proiezione di Todo Modo, datato 1976, il tributo ad Elio Petri, evento speciale della seconda edizione di “Quello che passa al convento”, promossa dal Convivio delle Arti dei Rozzi e degli Accordati, presieduto da Vito Puglia, con il contributo del Comune e dell’Ente Provinciale del Turismo di Salerno, del Pastificio Amato, della Centrale del Latte e di Salerno Energia e la collaborazione della web radio Unis@und, ospite di Marco De Simone gestore del Convento San Michele. 'Todo Modo' è una dichiarazione, scandita a voce alta, recitata con la consapevolezza di chi sa di essere lungo una linea di demarcazione in grado di separare un periodo storico dilaniato da due guerre mondiali, rispetto ad una innovativa de-evoluzione compromettente e comportante la corrosione di ogni certezza: quelle stesse certezze che (guarda caso) si rifanno anche alll'attualità a cui poco prima mi riferivo. I motivi per cui credo che questa sia una pellicola senza eguali nel passato sono a dir poco kafkiani, ma forse, proprio perchè questo lavoro ha sede in un concetto che solitamente lascia poca aria di iniziativa a chi vi si invischia con cotanta voluttà, ovvero la capacità di saper interpretare movenze sceniche provenienti dalla carta stampata di un romanzo, di Leonardo Sciascia (1921-1989) in questo caso, al solo e unico fine di poter dare al palato un gusto improprio, misterioso ma dannatamente tangibile. L'incomprensibile mosto che le mie parole trasudano in merito a questo capolavoro, è semplicemente riconducibile alle stesse sensazioni che il film ha marchiato nel mio animo (già di per se) poco sano: il film comincia e siamo nel 1976, anno zero, in cui si scende facilmente a compromessi, specie nell'ambito politico italiano; la Dc e i suoi membri hanno il loro da farsi, il Pci ed i suoi militanti hanno altrettanto di chè adoprarsi. Elio Petri legge il romanzo di Sciascia , ne rimane letteralmente basito. Sta progettando altri lavori in quel momento, qualche capatina in teatro, due o tre viaggetti nella penisola per motivi di lavoro, e (come riferì più volte a riguardo) diverse ore passate in bianco nel pieno della notte. Un giorno la paura viene vinta, poi una telefonata ad un "certo" Gian Maria Volontè, e la sceneggiatura di fondo viene plasmata con decisione. Volontè è strabiliato dalla trama, rimane in contatto con il regista e si separa (come suo viscerale stile di vita) da tutto e da tutti, per entrare nel proprio io, in quell'angolo del pensiero in cui a lui, come solo a pochi altri (specie in passato), riesce particolarmente bene di saper studiare un corpo umano, un'espressione, un pensiero dipinto su di un volto, anche se drammatico o risibile. Il risultato saprà essere sbalorditivo, come un esperimento in grado di materializzarsi solamente a date e certe condizioni. La scena, è quella della stessa Italia di metà anni settanta ad entrambi contemporanea, quella degli anni di piombo, quella in cui Aldo Moro è il presidente della Democrazia Cristiana. Una inspiegabile epidemia prende il sopravvento su di una penisola allo sbando, mietendo numerose vittime, ed il tutto proprio mentre il partito democristiano si ritrova per una annuale seduta di pratica di esercizio "spirituale". Ad essa vi partecipano ogni singolo membro che del partito ne è ingranaggio occulto, ed è magistralmente in questo che Petri riesce nel comunicare la grandezza del proprio operato: cunicoli sotterranei, camere invisibili alla superficie ed appositamente interrate, questo il vero scenario, scenario in cui ogni deputato affronta la propria permanenza spirituale in un atmosfera inquietante, in parte clericale, in parte claustrofobica. Giochi di intense ombre caravaggesche sanno donare ad ogni personaggio quella tensione giusta, intenta a navigare sulle espressioni scavate di ogni interprete. Stanze ristrette, quasi monastiche, celle vere e proprie. Un labirinto spirituale e psichico, in cui l'unico sviluppo possibile è la perdita della ragione, in cui la luce della razionalità si affievolisce a tal punto da far scagliare ogni collega di partito contro il suo stesso simile. A guidare il gregge smarrito, un rigido Marcello Mastroianni, vicario-prete cui scopo è quello di organizzare ed attuare tali esercizi a scopo spirituale, il cui unico fine, è quello di dominare chi è solo capace di dominare. Il resto è pura irrazionalità. Sete di potere, frustrazione e spirito di egocentrismo irradieranno l'aria del luogo in cui il partito degenera nella sua stessa forma, nei suoi stessi sterili contenuti. Inspiegabili delitti, porteranno la tensione ad affondare i suoi artigli su ogni cranio già di per se mal pensante. Un divino Gian Maria Volontè, strazierà se stesso sino al parossismo per regalare commutazioni tali da far rabbrividire qualsivoglia sosia, riferendomi con ciò alla spensierata decisione di Petri, di far riscontrare in Volontè, la figura del "Presidente" (Aldo Moro), così dannatamente realistica, così perfettamente riuscita, tanto che i primi due giorni di riprese dovettero essere cestinati in quanto la somiglianza con il leader della Dc era così nauseante da rischiare di provocare più di una semplice ed eventuale censura (che si è poi rivelata essere fondata, al termine delle riprese nonchè all'uscita del film in quelle poche sale a cui si riuscì a farlo approdare). Nel tempo in cui le vicende si susseguono con fare grottescamente drammatico, ogni singolo interprete (tra cui si evidenziano le grandi prestazioni di Ingrassia, di una splendida Mariangela Melato e di un intramontabile Franco Citti) riesce ad assorbire la pesantezza, la disturbata e disturbante solennità, ed il corroborante turpiloquio con cui gli eventi si prostrano ad una evoluzione che riesce a far dimenticare l'epidemia fuori-stante, trasportando lo spettatore in gironi infernali danteschi mai concepiti prima nella storia del cinema per quello che è il senso metaforico e surreale che la pellicola è capace di sottolineare con così grande facilità. E' questo un film unico e (ahimè) ultimo nel suo genere, proprio perchè all'atto di uscita provocò scenari difficilmente sedabili, specie in quella parte di Italia che conta e che proprio non ne voleva più sentire parlare di indagini su cittadini al di sopra di ogni sospetto, quanto di classi operaie. Si rifletta poi sul macabro snobismo che i (veri) democristiani dell'epoca utilizzarono per congelare il connubio Petri-Volontè, al contrario (anche se segretamente!) ben visto dal Pci. Ma questo film va oltre questi principi che possono macchiarsi di etica e/o di spirito. Crediamo che questo sia l'unico (e mai più raggiungibile) film in grado di usare la politica senza voler parlare di politica, ovvero l'unico lavoro in grado di distorcere astrusamente il mezzo, ottenendo lo stesso fine che si avrebbe senza attuare le previste modifiche. Un capolavoro, una kabbalah apparentemente senza senso che saprà in realtà trasportare la mente in una trappola senza vie di fuga e areazione, lentamente sottoposta alle immancabili ed espressive note di Ennio Morricone, che mai come in un contesto del genere dovette saper girare un film nel film, tale da poter rendere i due universi così inspiegabilmente simmetrici. Dopo di ciò fu solo il lento, inarrestabile scorrere del tempo, in cui la gente cominciò a preferire la cocaina alla cultura, senza nemmeno scendere a compromessi tra i due elementi. Più nessuno seppe dare un'immagine così surrealmente realistica del nostro paese. Mai più si rischiò un simile tracollo civile e culturale nell'opinione pubblica e in quella politica. Questo è uno dei rari casi in cui furono le vittime a decidere la propria fine senza dare possibilità di riscatto ai carnefici inconsapevoli. Un esempio di eroico furore.

 

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