CANTO DI NATALE di DICKENS regia Daniela Danesi

09/dic/2004 22.44.38 immaginicinema Contatta l'autore

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direttrice Daniela Danesi

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11 - 12 DICEMBRE 2004 ORE 18

" CANTICO di NATALE"

libera versione scenica in 5 quadri

dal racconto A Christmas Carol di Charles Dickens -
adattamento e regia di Daniela Danesi
MERRY CHRISTMAS DA CHARLES DICKENS:
IL CANTO DI NATALE
di Massimo Guizardi


Molti sono i motivi che rendono celebre il Canto di Natale, uno fra i
“Christmas Book” composti da Charles Dickens circa alla metà dell’
Ottocento (due secoli fa dunque), il più curioso sta forse nel fatto che
il nome del protagonista, Scrooge, è stato scelto da Walt Disney per il
personaggio da noi conosciuto come Zio Paperone, appunto Uncle Scrooge,
zio Scrooge in inglese.

A parte questo, l’opera ha avuto numerose riduzioni teatrali, fino ai più
piccoli teatri locali o parrocchiali; queste riduzioni risultano più o
meno fedeli al testo, com’è comprensibile (in genere cercano di smussare
gli aspetti più legati al gusto dello spettrale, tipico della letteratura
nordica e anglosassone di due secoli fa) per cui qui toccherà rendere
giustizia al vero Dickens, nei suoi aspetti ironici e anche comici ma
anche in quelli più sinistri, se non tragici, che sono comunque parte
integrante della lezione che ci vuol dare.

Il Natale del Cantico

Anzitutto è bene sottolineare che, come emerge da tutta l’atmosfera dell’
opera, l’epoca vittoriana inglese, epoca di opulenza ma anche di grandi
disuguaglianze sociali, è quella che ha per così dire “inventato” il
Natale consumista moderno. Il vischio e l’agrifoglio, il tacchino e l’oca,
le ceste regalo, le rosticcerie e i forni soprattutto per i poveri, che
non potevano permettersi una servitù per cucinarsi il pranzo, i regali e
le visite tra parenti anche lontani: tutto nasce in quell’ambiente e in
quell’epoca. La tradizione cattolica mediterranea darà il suo apporto col
presepe, quella nordica scandinava con l’albero, e così il quadro del
Natale sarà completato.

Nell’opera di Dickens non c’è ombra di critica o condanna per tutto
questo, come di un “falso” rivestimento del mistero del farsi uomo di
Gesù; nel “Giorno di Dio” è giusto far festa anche con l’abbondanza della
tavola, coi doni che richiamano quelli dei Pastori e dei Magi, col
dedicarsi ad allegri passatempi, alcuni dei quali ancora in uso (come
pensare a un personaggio o un oggetto e tirare a indovinare) tanto più che
il tempo libero era allora molto meno che oggi. E di tutto questo chi
gioisce di più, nel mondo di Dickens, sono i poveri: coloro le cui donne
ornano i vestiti di nastri perché gli abiti sono sdruciti, che mangiano il
pollo della rosticceria, che hanno lo scaldino a brace e non il caminetto.
La generosità del ricco verso il povero è parte integrante della festa e
quasi unica forma di “giustizia sociale”. Ma passiamo ad un esame più
dettagliato dell’opera, cercando di sottolineare gli aspetti meno
conosciuti.


Il protagonista e i quattro spettri

Il protagonista del Canto di Natale è l’arcinoto uomo d’affari, “forse”
usuraio, Ebenezer Scrooge; vecchio, scapolo, taccagno, l’autore ce lo
mostra insensibile sia verso i suoi simili che verso le bellezze e le
atmosfere delle stagioni e della natura. Tratta il suo scrivano tuttofare
Bob Cratchit, come una pezza da piedi, a quindici scellini la settimana e
lesinandogli il carbone per riscaldare il bugigattolo dove lavora. Del
resto lo stesso Scrooge, che la voce pubblica dice quantomeno piuttosto
ricco, non si concede lussi; modesti e frugali sono il suo vestiario, il
suo vitto, il luogo di lavoro e la sua abitazione. Per il prossimo non
scucirebbe un penny e a due signori di un’associazione benefica che,
essendo la Vigilia di Natale, gli vengono a chiedere un contributo
risponde. “Le prigioni sono forse state chiuse? Non ci sono forse gli
ospizi?” L’unica nota di allegria è la visita del nipote Pere, che viene a
chiedergli come tutti gli anni di pranzare a casa sua l’indomani; invito
che Scrooge puntualmente rifiuta, bene intenzionato a “non festeggiare il
Natale” come ormai fa da tanti anni:


Lo spettro del socio

L’operetta di Dickens si apre con la frase “Il signor Marley era proprio
morto”; è costui, Jacob Marley, antico socio di Scrooge, che gli si
presenta sotto forma di spettro, nel suo aspetto più sinistro (a un certo
punto gli si slaccia la mentoniera che ferma la mascella e la bocca gli si
spalanca nella posizione tipica dei morti), legato con catene, che egli
indica come il peso dell’avarizia passata, annuncia a Scrooge la visita di
tre altri spettri, che hanno l’incarico misericordioso di guidarlo a non
fare la stessa fine. E’ difficile, nelle rappresentazioni teatrali rendere
il carattere lugubre e sinistro di questa apparizione; l’escalation dello
scetticismo di Scrooge che poi si trasforma in terrore e infine in trepida
attesa che “qualcosa” possa portare un mutamento in una situazione che
evidentemente sotto sotto non lo soddisfa. Fra l’altro questo brano del
“Canto” viene spesso semplicemente saltato nelle riduzioni per teatro.

Complessa sarebbe l’indagine sulla “cultura dello spettro” nella
letteratura nordica e in particolare, inglese. Abbiamo già accennato a
come il Natale sia diventato, nella cultura vittoriana, il tipico “giorno
di festa” anzi il “giorno di festa per antonomasia, in cui si deve essere
più buoni, fare l’elemosina ai poveri, ma in cui il legame col mistero che
si celebra è sempre più tenue, quasi scontato dopo millecinquecento anni
di tradizione. Comunque proseguiamo nell’analisi degli altri capitoli,
legati ciascuno a uno spettro.

Lo spettro dei natali passati

Questo primo spettro riporta Scrooge alla sua infanzia e giovinezza, al
villaggio dov’è nato, dentro una misteriosa stamberga in rovina che sembra
essere una scuola e anche un’abitazione; il tutto dà l’impressione di un
Ebenezer bambino abbandonato da severi e violenti genitori (soprattutto il
padre. A un certo punto fa la sua comparsa Fan, sorellina di Scrooge e
madre dei suoi nipoti, che gli daranno per sempre quell’appellativo di
“zio”, Uncle appunto in inglese, ripreso come abbiamo detto nei fumetti di
Disney). Appare anche il primo datore di lavoro di Scrooge, il suo maestro
negli affari il signor Fezziwig: tutt’al contrario di Scrooge, bonario e
amante delle feste, e infatti un festoso Natale a casa sua è descritto nei
particolari proprio in questo capitolo. Prima di ciò il maestro di Scrooge
aveva però offerto a lui e alla sorella Fan “un vino curiosamente leggero
e una torta curiosamente pesante” simboli non facili da decifrare ma
collegati probabilmente alla morte della sorella dopo le prime maternità.

Quello delle feste di Natale è invece un tema ricorrente nel Canto: oltre
a quella presso il signor Fezziwig, in cui le ospiti, la signora e il
padrone di casa si lanciano in scatenate danze tradizionali, vedremo nei
dettagli al capitolo seguente quella in casa di Bob Cratchit,
segretario-fattorino-tuttofare di Scrooge, e quella a casa dei nipoti.

Ma l’episodio più commovente, al quale Scrooge supplica inutilmente lo
spettro di sottrarlo, è l’addio con la fidanzata: essa gli rimprovera
dolcemente ma apertamente di avere sostituito nel suo cuore l’amore di lei
con l’amore del denaro. E qui veramente la polemica di Dickens contro la
logica dell’accumulo, dell’efficientismo, del dare importanza solo a ciò
che è utile, che la società moderna si porta ancora dietro con tutto il
suo peso, veramente non può essere tacciata di retorica.

“La felicità che sa dare è grande come se valesse una fortuna” dice poco
prima lo spirito a Scrooge, quando questi, per giustificarsi, accusa
Fezziwig di generosità non disinteressata. E queste parole gli rivolge la
fidanzata. “Un altro idolo ha preso il mio posto, e se esso soltanto potrà
rallegrarti e confortarti come ho cercato di fare io, non avrò di che
lamentarmi in avvenire”. “Quale idolo ha preso il tuo posto?” chiede
Scrooge. “Un idolo d’oro”, gli risponde con la massima franchezza la
ragazza. La fidanzata le ricorda come l’avesse scelta, anni prima, benché
fosse una ragazza senza dote, e si sa quanto le convenzioni sociali
pesassero nei tempi passati, in tutti i paesi occidentali, da questo punto
di vista. A questo punto Scrooge prega lo spirito: “non mostrarmi altro” e
l’episodio su questa toccante scena si chiude.

Lo spettro del Natale presente

E’ questo il capitolo in cui, attraverso la descrizione della città in
festa, fin nei suoi quartieri più miserabili, nei negozi ancora
semiaperti, nell’andirivieni della gente allegra carica di pacchi regalo,
e soprattutto in due pranzi natalizi privati, quello dello scrivano di
Scrooge, Bob e quello di suo nipote (di livello sociale più alto quest’
ultimo) è ben delineato il Natale vittoriano

E’ indubbiamente questo il lato più interessante del capitolo; scontato è
il fatto che lo spirito mostri a Scrooge come sia il dipendente che i
nipoti si lamentino della sua tirchieria. A casa di Bob non ci si
dimentica però di brindare in suo onore, perché a Natale si devono
comunque dimenticare i rancori; a casa del nipote lo si prende
garbatamente in giro col gioco del “sì e no” o “indovina”, gioco di
società ancor oggi popolarissimo e che non richiede accessori, se non
appunto il buonumore.

A casa Cratchit (lo scrivano) il tono di commozione è dato del personaggio
di Tiny Tim, il piccolo Tim, il figlio minore, storpio, di Bob; per lui c’
è un lugubre presagio di morte, per la malattia e la costituzione gracile,
che sarà confermato nel terzo capitolo, quello sui natali futuri. L’opera
è tanto nota che potremmo anche rivelare il finale, ma preferiamo
concludere, dopo l’esame del terzo capitolo, con alcune considerazioni:
quest’opera, al di là dei suoi indiscussi pregi letterari, si pone come la
matrice della retorica per cui “a Natale tutti buoni” (e siamo tutti d’
accordo che un giorno l’anno non costa poi tanto) o è una metafora,
neanche tanto coperta, attraverso la più sentita, almeno in epoca moderna,
delle feste cristiane, della conversione, cioè di un cambiamento di vita
non “per un giorno” ma per tutta la vita? Vedremo proseguendo nel nostro
esame.

Lo spirito del Natale futuro

Questo terzo capitolo ci fa ripiombare nella sinistra atmosfera che aveva
accompagnato l’apparizione dello spettro di Marley, anzi, ancora di più;
qui uno spettro, figura anche piuttosto palese della morte, ci riporta in
un’atmosfera da “autunno del Medioevo”: Scrooge muore e i suoi effetti
personali sono spartiti con macabra soddisfazione da rigattieri dei
bassifondi, i quali ironizzano sul fatto che, ricco com’era, non sia
riuscito neanche a darsi un tenore di vita decente, a “godersi la vita”
tanto era taccagno.
Anche il piccolo Tiny ha un destino di morte, commovente è la scena in cui
il padre Bob, la madre e le sorelle promettono di onorarne la memoria.

Il capitolo si conclude con un netto proposito di ravvedimento da parte di
Scrooge: “Onorerò il Natale nel mio cuore, e cercherò di conservarmi in
questo stato d’animo per tutto l’anno. La lezione che mi hanno dato i tre
spiriti non sarà vana”.

Concludendo: un Natale di buoni sentimenti o di conversione?

Anzitutto dobbiamo ricordarci, nel trarre queste conclusioni, che quest’
opera di Dickens è una favola, dobbiamo sempre aver presente il suo genere
letterario, non un trattato di spiritualità per la qual cosa ovviamente
occorre rivolgersi ad altri autori.

Quanto abbiamo detto più sopra sul dovere di festeggiare Natale con
pranzi, regali e beneficenza è confermato ed evidente in tutta l’opera,
che del resto si conclude con un “Il Signore ci benedica tutti quanti”.
Anche il fatto che la gente vada in chiesa e che anzi ci vadano tutti è
chiaramente evidenziato; un comportamento diverso non era allora pensabile
se non in qualche aristocratico libero pensatore.

Nel quadro della favola, che presuppone senza dubbio anche pur se non
esclusivamente lettori bambini, l’atmosfera magica della festa con quanto
ha di scintillante e di abbondante ha un suo ruolo fondamentale. Abbiamo
già accennato come un certo Natale che dura fino ad oggi e che oggi si
vuole non a torto tenere distinto dal Mistero che si celebra, che è
mistero di solidarietà e generosità ma anche di povertà, nasce proprio
allora, in quell’Inghilterra che era senza esagerare il paese più ricco
del mondo.

La prosperità della sua ex colonia, gli Stati Uniti, che proprio in quei
tempi si stava faticosamente costituendo come nazione, era ancora di là da
venire, bisognerà attendere la fine del secolo e il compimento della
“corsa all’Ovest”. Con le sue colonie e i suoi commerci, l’Inghilterra è
in grado di portare sulle tavole dei londinesi che se lo possono
permettere prodotti di ogni provenienza e anche nelle descrizioni del
“Canto” ce n’è traccia.

La “conversione” di Scroooge nel quadro dell’etica protestante è
conversione alla generosità, non alla povertà; egli era fin troppo sobrio
ma per amore dell’accumulo e della ricchezza finanziaria fine a se stessa.
La conclusione ce lo vede diventare persino spendaccione. Ma non
vogliamogli troppo male e soprattutto non spostiamo polemiche e tematiche
attuali in un’altra epoca e in un altro ambiente.

Dickens non ha bisogno di spiegarci “cos’è” il Natale; tutti lo sanno, e
perciò stesso sono felici, e lo manifestano anche nell’allegria, nel fare
festa e nel mangiare un po’ di più. Del resto c’è già in questo autore,
come in altri suoi contemporanei, la consapevolezza della “questione
sociale” che segnerà l’Ottocento con lo sfruttamento sistematico di quello
che da Marx è detto “proletariato” e al quale la Chiesa cattolica darà una
risposta ponderata sì ma forse anche, almeno a livello di magistero, un
tantino tardiva con la "Rerum Novarum”, 1891; ricordiamo che il Canto è
del 1848, lo stesso anno del Manifesto di Marx ed Engels. Le
disuguaglianze sociali non scompaiono nell’allegria generale della festa,
anzi pur nel carattere di favola dell’opera, sono chiaramente marcate.

C’è dunque almeno l’inizio della presa di coscienza di una solidarietà più
grande, più vasta, che per il momento passa attraverso l’appello raccolto
dalla coscienza di un solo uomo, ma che richiede, è chiaro, e proprio in
nome di quel messaggio del Natale, qualcosa di più da parte di tutti:
quella “felicità che sa dare e che è grande e vale come una fortuna”.


Massimo Guizzardi





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