Recensione a LA COLLINA DEI FUOCHI FATUI (Edizioni Solfanelli)

Recensione a LA COLLINA DEI FUOCHI FATUI (Edizioni Solfanelli) L'isola di Cefalonia, la strage dell'Acqui: in 12mila muoiono, due soli i superstiti di Francesca Molinaro http://www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=450 Incredibile storia di Salvatore Di Rado un sopravvissuto al massacro greco; reportage intenso, edito da Solfanelli 21 Settembre 1943, uno dei tanti giorni della Seconda guerra mondiale, ma per Salvatore Di Rado il giorno del suo "nuovo" compleanno, il giorno in cui lui e i suoi compagni della Divisione Acqui vengono fucilati sull'isola di Cefalonia, in Grecia. questo il cruento incipit del libro "La collina dei fuochi fatui" (Solfanelli, pp. 160, 12,00), scritto con realismo e passione dal giornalista e scrittore Emiliano D'Alessandro.

05/gen/2009 20.54.33 Tabula fati Contatta l'autore

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L’isola di Cefalonia, la strage dell’Acqui: in 12mila muoiono, due soli i superstiti



di Francesca Molinaro

http://www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=450



Incredibile storia di Salvatore Di Rado un sopravvissuto al massacro greco; reportage intenso, edito da Solfanelli



21 Settembre 1943, uno dei tanti giorni della Seconda guerra mondiale, ma per Salvatore Di Rado il giorno del suo “nuovo” compleanno, il giorno in cui lui e i suoi compagni della Divisione Acqui vengono fucilati sull’isola di Cefalonia, in Grecia. questo il cruento incipit del libro "La collina dei fuochi fatui" (Solfanelli, pp. 160, 12,00), scritto con realismo e passione dal giornalista e scrittore Emiliano D’Alessandro. Perch il titolo parla di fuochi fatui? Questi ultimi sono delle piccole fiamme che appaiono talvolta nei cimiteri, dovute alla spontanea accensione di prodotti gassosi proprie della decomposizione dei cadaveri. In questo caso non ci si trova in un vero e proprio cimitero, ma sull’isola di Cefalonia, ribattezzata “l’isola della morte”, in cui nel 1943 morirono migliaia di “quelli che furono considerati traditori” italiani, fucilati dall’esercito tedesco, dopo la fuga, l’8 settembre, dei reali italiani. Quelle stesse fiammelle appaiono al giovane gior

nalista che, dopo oltre sessant’anni da quel terribile giorno, intervista uno dei pochi sopravvissuti, Salvatore Di Rado nella sua casa in Abruzzo. Il giovane giornalista parte da casa con l’intenzione di fare la sua intervista e “via”, un paio d’ore con un vecchietto, nella speranza che ricordi ancora tutto. E invece le cose vanno diversamente, le due ore diventano ben presto una lunga notte fredda e ricca di fuochi fatui, dove l’anziano si dimostra essere un arzillo novantenne dalla memoria lucidissima. Infatti, il vecchio Salvatore racconta per filo e per segno come il giovane Salvatore sia sopravvissuto alla fucilazione di massa avvenuta quella mattina del 21 settembre: Sentii solo una raffica di mitra e nulla pi. Mentre il tempo e lo spazio apparivano a me dilatati, il proiettile stava ormai per concludere la sua corsa letale. Pensai, ci siamo! Nemmeno un grido per quella nube di sangue. Fu in questo momento che mi fucilarono. Queste parole dalla lucidit sconcertant

e danno il senso della storia quasi surreale vissuta dal giovane Salvatore. Uno dei dodicimila ragazzi che partirono per quella spedizione, l’unico che tornato per raccontarlo.



Sull’isola e davanti al camino

La narrazione un continuo parallelo fra la vita tranquilla dell’ormai anziano Salvatore, in una modesta casa, con un piccolo caminetto che emana solo qualche fiammella, una moglie dedita alla cucina e in continua ansia per il marito un po’ troppo esuberante per la sua et, e l’avventura vissuta sull’isola greca. Il passato lo racconta come se stesse avvenendo in quell’istante, permettendo al lettore di rivivere con lui quel momento agghiacciante: Feer! Fuoco! Fu quella l’ultima parola che potei udire prima di essere fucilato. [] Riuscii, come qualunque incurante spettatore, a rincorrere con lo sguardo le pallottole che mi avrebbero tolto la vita e quelle che avrebbero spezzato l’esistenza dei miei compagni. Con queste frasi sconcertanti l’autore getta il lettore nella storia, senza una precisa contestualizzazione temporale o spaziale. Ci si trova insieme al protagonista ad aspettare quelle pallottole, quasi ne sentiamo l’odore. Le narici erano piene, sature d’un odore

acre, forte, e tutta l’aria circostante era ormai impregnata di quel tanfo disgustoso [] ti penetrava nella pelle, quasi la si poteva toccare. Nemmeno a met del primo capitolo, quando d’improvviso la narrazione ci riporta al presente, si capisce di cosa si stia parlando, solo alla fine del capitolo stesso che si inizia a parlare di Isola della morte. L’autore molto abile nel mantenere la tensione fino all’ultimo, in modo che il lettore sia impossibilitato a metter gi il libro, lo si potrebbe leggere tutto d’un fiato, senza sosta. La guerra viene vista da una duplice prospettiva, quella un po’ ingenua ma coraggiosa del ventiseienne Salvatore, e quella dell’ormai anziano e saggio Salvatore che, vicino al camino della sua piccola casa in campagna, ha ancora le lacrime agli occhi e il groppo in gola per gli amici persi in quel terribile giorno. Il giorno della sua rinascita, il protagonista si salva grazie ad un proiettile che devia la sua traiettoria verso la gamba di S

alvatore, lasciandolo un po’ stordito ma vivo. Il giorno in cui lui e un altro miracolato, un altro Salvatore, sono scampati alla fucilazione per poter poi trovare insieme una via d’uscita: Tese la mano al connazionale, si strinsero in un generoso e magnetico abbraccio. proprio vero che ci si rende conto di ci che importante soltanto in determinate circostanze. Ed grazie al suo omonimo e ad alcuni abitanti dell’isola, che lo ribattezzano Sotyris, che Salvatore trova la via di casa e l’amore.



Francesca Molinaro



(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 17, gennaio 2009)



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