Giammario Sgattoni, Questo impavido canto di resistenza -Edizioni Evoè, 2008

Non a caso, la storia ci insegna che un poeta, lo si legge dopo la sua morte, mentre, in realtà, lo si dovrebbe tutelare in vita solo perché come scrive Goethe: "Le più grandi opere d'arte sono quelle che possiedono la più alta verità, ma nessuna traccia di realtà".

29/set/2009 18.41.27 Karina Contatta l'autore

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A cura del Comitato di studi in onore di Giammario Sgattoni
 
di Carina Spurio
 
 
Il poeta è l’anima, è la memoria, è il sogno, è il pianto. Smarrito nella solitudine in assenza di luce, cerca una compagna con cui scambiare tenerezze e annota la vita su un po’ di fogli volanti raccogliticci magra testimonianza delle disillusioni odierne. Giammario Sgattoni 9/05/1977
 
Corsi e ricorsi storici ci hanno dimostrato che le epoche letterarie tramontano con uomini e ideali, nello stesso momento in cui, nuove correnti letterarie e nuove personalità si illuminano e cercano un’espressione possibile. Le nuove voci, sembrano emergere d’un tratto, svestite di una passività che ha i colori del tramonto o di divergenze non armonizzate su idiomi e usi diversi. Nuovi poeti, forzano le barriere che non fanno circolare le idee degli uomini, le stesse idee, che bussano alle porte a cui nessuno vuole aprire ma che danno una svolta alla cultura ufficiale. In tutti i territori del mondo risuonano i versi dei poeti, analizzati nei contenuti delle proprie opere prima della memoria delle loro azioni; spesso riportate alla luce quando il delitto è già avvenuto. Dopo il trapasso, le figure importanti riemergono in modo articolato e complesso, e voci autorevoli chiedono di restituire l’opera del poeta alla sua città. Solo dopo la morte i poeti s’insinuano negli spazi delle coscienze, un processo psichico non estraneo ad altri contesti anche non letterari. Non a caso, la storia ci insegna che un poeta, lo si legge dopo la sua morte, mentre, in realtà, lo si dovrebbe tutelare in vita solo perché come scrive Goethe: “Le più grandi opere d’arte sono quelle che possiedono la più alta verità, ma nessuna traccia di realtà.” Purtroppo negli ultimi quaranta anni ci siamo proiettati all’esterno di noi con comportamenti finalizzati alla nostra realizzazione personale, sociale ed economica. Siamo nevrotici, immaturi, tentiamo l’estraniamento per non vedere - per non sapere, ritenendoci più forti se evitiamo di far trapelare i nostri sentimenti. Ma il lutto è ancora un’assenza che si trasforma piano piano in presenza. Giammario Sgattoni ora c’è più di prima, chissà se ne sarebbe contento. Sebbene i poeti, abituati a vivere nell’ombra, raramente chiedono un riscatto. Si dimenticano spesso di loro stessi, all’interno di un viaggio da cui in qualche modo prima o poi ritornano. La società degli intraprendenti attivi, i cosiddetti utili alla produzione, vede nel protagonista dell’arte del dire per rime, un essere irregolare, un inetto sveviano, destinato ad un patologo. Anche in un passo famoso, ne La coscienza di Zeno si trova impresso il riserbo del poeta che come: “L’animale malato non lascia guardare nei pertugi dei quali si potrebbe scorgere la malattia, la debolezza.” E’ la giusta conferma che solo chi scrive, riesce a portare a galla i pensieri più intimi dell’essere, trasferendoli in qualcosa che non è, tra un monosillabo e un accento con cui traduce se stesso. L’intima ritrosia di Giammario Sgattoni, peculiarità che leggo sovente, si ricollega al suo essere poeta, al di là del critico d’arte, del giornalista e del saggista. Nacque a Garrufo di Sant’Omero il 5 maggio 1931 e fu poeta, giornalista, archeologo e organizzatore di manifestazioni a carattere culturale; primo fra tutti il Premio Teramo per un racconto inedito. Giammario Sgattoni versa negli anni sessanta, tra le tendenze contrastanti del suo tempo. La sua poesia nasce nel momento della crisi dell’io in cui s’impone la necessità di costruire nuove espressioni che caratterizzano la poetica del secondo novecento che inizia un viaggio sospeso, privo di certezze. Giammario, ha alle sue spalle i crepuscolari e gli ermetici; questi ultimi, consapevoli del male di vivere e sopraffatti dalle voci delle neoavanguardie in cui il soggetto poetico diventa sociale, tra stilemi ironici e spaccati di vita quotidiana riportati in versi in stile colloquiale alla portata di tutti. E nella sua opera poetica “Lettera per Brindisi” cita un rappresentante delle neoavanguardie, suo coetaneo: Tu non sai, Pirro, che cosa accade in questo nostro paese: tu non sai che come te, con tre figli, Edoardo Sanguineti (pure noi gli battiamo le mani) non sa nulla di Ostuni, e finge che per salvare l’Italia indispensabili sono le parentetiche iterate, i parossismi erotici: ed ha letto Dante assai bene, l’ha cercato, eppure scherza con il fuoco ovvero s’è venduto per fame a Mefistofele.” Con parentetiche iterate, i parossismi erotici, ha letto Dante, si allude alle sue opere Triperuno, Capriccio italiano e Interpretazione di Malebolge. (dal capitolo, “Apparato critico”, a cura di Dalila Curiazi). Giammario Sgattoni, che sapeva articolare in maniera sapiente il proprio linguaggio e frantumare il verso in sequenze scelte tra quotidiano, ironia e allusioni letterarie pertinenti, probabilmente, era diffidente verso il “sabotatore della letteratura” naufragato in un linguaggio che mirava alla "comunicazione della negazione della comunicazione esistente" (A. Guglielmi) e quindi, allo scardinamento di ogni struttura sintattica e semantica da cui proveniva il processo di sperimentazione di nuove forme espressive e di dissoluzione del linguaggio che penalizza tutta la precedente tradizione; dal rifiuto delle forme chiuse e regolari fino addirittura al rifiuto del linguaggio comunicante. Questo non deve meravigliare, perché ad esempio, anche Pirandello ricerca nei colleghi qualcosa di simile a sé, infatti, contrasta D’Annunzio, Pascoli, e avversa Croce. Ama Leopardi, ritenendolo affine, vicino alla sua lucidità nata dal dolore che entrambi gli scrittori fecero coesistere nelle loro opere. Eppure Giammario Sgattoni alla fine s’arrende o si adegua ne Le iconostasi,  (da eikon, immagine, e histemi posto) il posto delle immagini ,e scrive: “preferite il bouzuki dei nights, dormirete nei letti al sesto piano ma lo strame dei porcari vi è ignoto, lo stoppino non arde, no, non arde, andate, basta con le foto IO SONO IL NIENTE, avete perso con me cinque minuti buoni, acquistate piuttosto un souvenir, bevete coca cola. “ Anche lui rinnova le strutture, sperimenta il nuovo linguaggio, utilizzando accenni di sperimentalismo linguistico abbinato ai nuovi grovigli fonici e inserendo il plurilinguismo e il mistilinguismo come Sanguineti , pur preservando il linguaggio della storia nel costante colloquio con l’antico. In Questo impavido canto di resistenza,  si trova la sintesi della sua intera opera poetica. I testi sono curati da Dalila Curiazi, che ne fornisce anche l’apparato critico.
 Giammario Sgattoni (Garrufo di Sant’Omero, 5 maggio 1931 – Teramo 23 Agosto 2007) frequentò i corsi di Lettere Classiche presso l’Università di Bologna. Si iscrisse nel 1958 all’Ordine dei giornalisti. Dal 1957 al 1974 fu condirettore della rivista di cultura e arte <<Dimensioni>>; pubblicò su <<La fiera letteraria>>, <<Letteratura>>, <<Tempo Presente>>, <<la rivista trimestrale>> e <<L’approdo radiofonico>>. Fu ispettore onorario per i Monumenti e le Antichità; grande organizzatore di manifestazioni a carattere culturale, primo fra tutti il Premio Teramo per un racconto inedito, di cui fu il cofondatore, primo Segretario, membro della Giuria e Presidente onorario. Fu Deputato di Storia Patria degli Abruzzi e membro del comitato direttivo; socio del Sindacato nazionale degli scrittori; Vicesegretario dal 1962 al 1964 dell’Accademia dei Lincei e del Comitato Nazionale per le Onoranze a Gabriele D’Annunzio nel centenario della nascita. Membro e poi segretario del Premio Nazionale Silone e “lettore” del Premio internazionale Flaiano , autore della voce Silone nel Dizionario critico della letteratura della UTET diretto da Vittore Branca (1974).
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