Centenario Lester Young

Centenario Lester Young Antonio Florio: reminiscing the Pres Il sassofonista salernitano ritorna domenica 31 maggio nel noto night metelliano per ricordare la rivoluzione di Lester Young nell'anno del centenario della nascita ospite del DJ Armando Ferraioli "Ha creato una nuova estetica, non solo per il sax tenore ma per tutto il jazz".

29/mag/2009 01.28.27 Olga Chieffi Contatta l'autore

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Antonio Florio: reminiscing the Pres
Il sassofonista salernitano ritorna domenica 31 maggio nel noto night metelliano per ricordare la rivoluzione di Lester Young nell’anno del centenario della nascita ospite del DJ Armando Ferraioli
 
“Ha creato una nuova estetica, non solo per il sax tenore ma per tutto il jazz”. Sta in questa lapidaria affermazione di Martin Williams il posto conquistato nella storia della musica da Lester Young, una delle menti musicali più originali, creative del ventesimo secolo. Nel centenario della nascita (27 agosto 1909) e a cinquanta anni dalla morte (15 marzo 1959), il suo apporto è diventato parte integrante del vocabolario jazz ma, lungi dall’essersi esaurito o storicizzato, feconda ancora la musica d’oggi. La scaletta che il M° Antonio Florio ha redatto per la serata di domenica 31 maggio al Night Solluan , a partire dalle 22,30, ospite di Armando Ferraioli, prevede un vero e proprio tributo al Pres, “the President”, quale era il soprannome che Billie Holiday gli aveva attribuito per ricambiarlo del “Lady Day” di cui gli era debitrice, e che voleva ricordare al mondo che non c’era sassofonista come lui. E aveva ragione: quando incise il suo primo disco nel 1936 con Count Basie, il mondo si accorse che il ventisettenne Lester Wills Young suonava il sassofono come nessun altro. La forza del suono di Young fu così potente che nacque una nuova estetica, una nuova, generale concezione sonora della musica, il cool, in cui armonizzazioni sofisticate si materializzavano in sonorità aeree, lievi e disincarnate. Sul suo stile dei primi anni crebbero i giovani leoni del bop: Charlie Parker imparò a memoria i suoi assoli accelerandoli, Dexter Gordon, Wardell Gray, Allen Eager, Brew Moore, nacquero come rami dell’albero lesteriano, e poi Stan Getz, Jimmy Giuffre, Al Cohn, la sezione sax del secondo gregge di Woody Herman: tutti imitavano il suono e il fraseggio del Lester Young meno che trentenne. Sonorità opaca e asciutta, lieve e quasi priva di vibrato, che contrastava con quella possente di Hawkins, al punto che sul registro acuto faceva assomigliare la propria a quella di un sax contralto, il fraseggio dall’andamento distensivo, quasi indolente, dove al ricco uso delle note e al rapido arpeggiare di Hawk si sostituiva una scelta meditata di lunghe frasi a crome, associate ad un sapiente uso di poggiare i tempi e piazzare le pause. “Love me or leave me”, “Mean to me”, “The man J love”, “Back to the land”, sino a “Lester leaps again”, “These Foolish Things”, sino a chiudere con quella sublimazione del suono che è “Fine and Mellow”, un distillato melodico di poche note, ognuna danzante con lievità sopra la pulsazione, ognuna attaccata, appoggiata, abbellita in modo sottilmente diverso, da un ampio glissando alla minima inflessione, un omaggio alla sua Billie, il suo doppio vocale e platonicamente sentimentale, che lo seguì nella tomba quattro mesi dopo, con una pagina in cui l’empatia, l’emozione e l’espressione dell’emozione stessa ha portato l’esegesi ad eleggerla una delle opere chiave della storia del jazz, per ricreare quelle bellissime e originali linee melodiche che Lester costruiva (in anticipo sull’evoluzione dell’improvvisazione jazzistica) direttamente sulle armonie del tema, eliminando il vecchio uso di parafrasare la melodia originale. Antonio Florio evocherà così la concezione pura e lineare dell’ultimo Young: una quintessenza creativa pari a quella dell’ultimo Brahms, una confessione di fragilità emozionale, di messa a nudo dei sentimenti, di crepuscolare malinconia, ma con una superiore positività, senza il rimpianto brahmsiano, per questo “Prez returns”, vincente sino alla fine dei tempi. 
 
Laura Iuppo

                                                                 

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