Ricordando Margherita Carosio

Allegati

10/gen/2005 20.17.46 Daniele Rubboli Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.
Ricordando Margherita Carosio
Per la folla dei melomani Margherita Carosio, soprano genovese classe 1908, era morta da tanti anni.
Invece poche righe su alcuni quotidiani del 10 gennaio ne annunciavano la scomparsa.
Se ne è andata quasi alla soglia dei 100 anni, in gran silenzio, avendo trascorso almeno gli ultimi quindici anni della sua vita in totale isolamento.
Qualcuno mi aveva detto, tempo fa, che era ammalata.
L'ultima volta che la vidi fu negli Anni Ottanta, alle prime esperienze dell'Opera Giocosa, quando ancora era ospitata a Genova, prima di emigrare a Savona.
Era ancora una bellezza carismatica, e denunciava tutta quella sua esuberante personalità che aveva fatto di lei un mito del teatro d'opera dagli Anni Venti agli Anni Cinquanta, quando dava l'anima al canto muovendosi a proprio agio tra partiture diversissime, dalla Traviata di Verdi al Nerone di Mascagni che ebbe in lei una delle poche interpreti capaci di renderlo digeribile.
Conservo ancora le sue incisioni operistiche a 45 giri, per la Voce del Padrone, quando diretta dal M° Erede aveva registrato Rigoletto e l'Ave Maria di Verdi, mettendo in copertina quel suo bel volto che tanto ricorda, anche per il taglio dei capelli rigorosamente d'epoca, quello di Alida Valli.
Già celebre quando Renata Tebaldi debuttava, Margherita Carosio si è ritrovata sui sentieri delle armonie eterne quasi contemporaneamente a lei, portandosi via una delle pochissime testimonianze viventi di quelle mitiche generazioni che avevano convissuto con gli ultimi grandi della musica da teatro italiana: Giacomo Puccini, Ruggero Leoncavallo, Pietro Mascagni, Umberto Giordano, Ermanno Wolf Ferrari.
A noi, che restiamo a proporre la musica, e la rileggiamo con e per le nuove generazioni, resta l'impegno di non dimenticare questi artisti i quali, facendo la professione del cantante, ci hanno dato l'inossidabile lezione di come la voce, per quanto bella sia, è l'ultima virtù per dare il meglio in questo mestiere.
Occorre prima ancora della voce l'intelligenza, la capacità di abbandonarsi all'istinto per trasmettere con generosità idee attraverso i suoni, e la forza del sogno che consente al pubblico di essere rapito per quelle due ore di magia che ancora continua a chiedere al teatro, quando si spengono le luci.
Daniele Rubboli
direttore artistico Accademia Lirica del Rotary
e del Laboratorio Lirico Europeo di Milano
337.299585
blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl