PRANDELLI E SIEPI DUE "SIGNORI" DEL MELODRAMMA

06/lug/2010 17.33.24 Daniele Rubboli Contatta l'autore

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GIACINTO PRANDELLI E CESARE SIEPI
DUE VERI "SIGNORI" DEL MELODRAMMA
 
Brevi cronache hanno annunciato, rubando spazio ai mondiali di calcio e a milioni di altre idiozie umane che non si dovrebbero raccontare, l'uscita di scena in punta di piedi di due giganti del teatro dell'opera: il tenore Giacinto Prandelli di Lumezzane di Brescia, che sperava di toccare la vetta dei 100 anni, ma si è fermato a quota 96, e il basso Cesare Siepi l'unico autentico don Giovanni che abbia mai calcato un palcoscenico lirico.
Il silenzio che li ha accompagnati è "giustificato" dalla loro grave colpa di non aver partecipato al Grande Fratello o all'Isola dei Famosi, unici viatici per l'immortalità validi per la società in cui viviamo.
Cesare Siepi era di Milano e ha chiuso la sua splendida avventura terrena a 87 anni, il 5 luglio, non superando l'infarto che lo aveva colpito il 26 giugno, mentre si trovava con Louellen, sua moglie, nella loro cosa di Atlanta (USA). Ha provato a rinvioare l'appuntamento con Sorella Morte al Piedmont Hospital, ma la vecchia Signora non si è lasciata convincere dal fascino di questo Don Giovanni che, presala per mano, ha deciso di seguirla, questa volta per davvero con buona pace di Da Ponte e Mozart.
Con Giacinto Prandelli e Cesare Siepi se ne vanno due autentici "signori" del melodramma.
Due artisti che sapevano cantare a fior di labbra e in scena irroravano nobiltà, nei gesti e negli accenti.
Alla faccia di tutti i bisonti che popolano le stagioni dei teatri internazionali, i quali non avendo altro se non i muscoli di Braccio di Ferro interpretano eroi e raffinati "demoni", con la grazia di uno sbadilatore intento a riempire di ghiaia il rimorchio di un camion.
Una nobiltà, quella di Prandelli e Siepi, frutto di istinto, non di studio.
Da qui l'immediatezza delle loro interpretazioni illuminate da un realismo che resta la magia del gioco musicale teatrale.
Con Giancinto Prandelli ci siamo incontrati alcune volte, sempre in occasioni musicali, e l'ultima è stata in autunno, al Teatro Dal Verme, quando ho condotto la commemorazione di Giuseppe Di Stefano ne lui era in prima fila con l'inseparabile elegantissima, dolcissima moglie.
Con Cesare Siepi il rapporto è stato piu' intenso.
Non solo l'ho ammirato nelle sue ultime recite italiane allo Sferisterio di Macerata, in un "Barbiere" con la Horne, per il quale lo aveva scritturato il mio indimenticato amico Carlo Perucci, ma il suo ultimo Concerto Cesare Sipei lo ha tenuto per me e con me, al Teatro Carani di Sassuolo il 21 aprile 1989, quando ancora quel teatro poteva vantarsi di essere diretto da Roberto Costi, assurda vittima dell'ottusità politica imperante.
Fu una giornata magica.
Cesare Siepi salì in auto con me a Milano e assieme raggiungemmo Sassuolo.
Al pianoforte ci aspettava l'amico comune Leone Magiera.
E Siepi mi fece sognare.
La voce era ancora morbida, vellutata, e la dizione pulita, chiara, per una parola sempre ricca di giusti colori, perfettamente incastonata nell'architettura musicale che stava interpretando.
Non ricordo quale premio gli consegnai: probabilmente il Verdi d'Oro, che al Carani diedi anche a Mario Del Monaco .
Ricordo zoppicava leggermente: aveva sofferto per problemi ad un'anca e mi parlava di una prossima operazione aggiungendo che se non avesse risolto questo problema non si sarebbe mai piu' presentato in pubblico.
E così fece.
Non volle che quel pubblico che lo aveva sentito cantare alla Scala, teatro che l'ebbe in cartellone fin da quando aveva 19 anni (sic!), mentre saltava da un tavolo mall'altro per dar follia di vita a Don Giovanni, lo ritrovasse adesso claudicante.
Pewr questo smise di cantare.
Per questo si rifugiò ad Atlanta, la città che ha dato al mondo la Coca Cola nello stesso anno in cui Puccini ci donava "Bohéme", e non lo abbiamo mai piu' rivisto nè ascoltato.
Così mi porto dentro, da 21 anni, la sua alta figura di bellissimo uomo, perfetto come sciupafemmine... anche se forse non lo fu, con l'eco di un paio di romanze d'opera e soprattutto ricami di pagine di Tosti  come "L'ultima canzone" , e ancora "Visione veneziana" di Brogi.
Concluse il concerto, al Carani, con uno scherzo musicale napoletano, senza autore, che era molto in voga tra gli emigrati italiani in America ai primi del '900. Helmut Lotti ci ha incastrato parole sue. Un bis che si portava in tasca da sempre per divertirsi e divertire.
                                                                                                                                                                     Daniele Rubboli  (direttore Laboratorio Lirico Europeo di Milano - tel 337299585)
 
(per i piu' curiosi:
TIRITOMBA

Sera jette sera jette a la marina,
pe trovà na nnamorata,
janca e rossa, janca e rossa aggraziata,
fatta proprio pe scialà.
Tiritomba, tiritomba, tiritomba tiritomba
all'aria va,
tiritomba, tiritomba tiritomba all'aria va.

Spassianno spassianno pe llà ttuorno
sento fa no sordeglino;
mme ne accosto, mme ne accosto chiù bicino
pe poterla smiccà.
Tiritomba, tiritomba, tiritomba tiritomba
all'aria va,
tiritomba, tiritomba, tiritomba all'aria va.

Era bella, era bella chiù che bella,
parea stella de l'ammore;
era chiuovo, era chiuovo che le core
te sa dinto spertusà.
Tiritomba, tiritomba, tiritomba tiritomba
all'aria va,
tiritomba, tiritomba, tiritomba all'aria va.

Io la guardo, io la guardo ed essa ride;
io la parlo, essa risponne ...
E già steva e già steva miezo all'onne
de l'ammore p'affonnà.
Tiritomba, tiritomba, tiritomba tiritomba
all'aria va,
tiritomba, tiritomba tiritomba all'aria va.

Quanno veco, quanno veco 'nnitto nfatto
assommarme Tata 'nnante
co na mazza faudiante
mme voleva dissossà.
Tiritomba, tiritomba, tiritomba tiritomba
all'aria va,
tiritomba, tiritomba tiritomba all'aria va.

De carrera dè carrera scappo e sferro
accossì da chelle botte ...
Ma la bella ma la bella juorno e notte
sempe ncore me starrà.
Tiritomba, tiritomba, tiritomba tiritomba
all'aria va,
tiritomba, tiritomba tiritomba all'aria va. )
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PS
In punto di "addii" è anche sfuggito ai piu' tra l'assurdo tripudio delle vuvurzela, la scomparsa del tenore di colore Siphiwo Ntshebe. Lo ha stroncato un furioso attacco di meningite. Siphiwo Ntshebe aveva, 34 anni, ed era il tenore scelto da Mandela per aprire l’evento dei Mondiali di Calcio in Sudafrica. Il cantante avrebbe dovuto esibirsi con un brano inedito (“Hope”) durante la cerimonia di inaugurazione dell’11 giugno a Johannesburg.                                                                La notizia è riportata sul sito della Bbc e confermata dal boss della sua etichetta discografica, Nick Raphael. “Aveva una voce davvero meravigliosa e la sua musica era unica nelle melodie e nei messaggi di speranza e di compassione di cui era portatrice”, ha ricordato il capo della Epic Record.                                  Probabilmente il brano e l’album saranno comunque diffusi al pubblico per volere della famiglia.                                                                                                              Ntshebe aveva studiato al Royal College of Music di Londra dal 2004 al 2007 ed ha lavorato in tutta Europa. Mandela aveva definito nei mesi scorsi il tenore come “un giovane sudafricano con tanto talento che, nonostante le difficili sfide affrontate in passato, ha scelto di lavorare sodo per avere un futuro migliore”. D.R.
 
 
 
 
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