FESTIVAL VERDI A PARMA

12/mag/2005 19.16.47 Daniele Rubboli Contatta l'autore

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da Daniele Rubboli
presidente Isea Arts
direttore artistico Laboratorio Lirico Europeo di Milano
 
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Al Festival di Parma
IL CORO E IL TENORE
FANNO GRANDE
L'ERNANI DI VERDI
Un grande coro. Con questa idea comune si sfolla dal Teatro Regio di Parma dove è in corso il Festival Verdiano 2005 e, sulla scena, "Ernani".
Martino Faggiani ha portato gli artisti del coro, che in questa opera è protagonista alla pari dei solisti, a livelli di trionfi storici, rievocando magari il nome di Romano Gandolfi.
Alla pari del coro altrettanto sugli scudi il tenore Marco Berti, squillo folgorante ma soprattutto grande fraseggio sia musicale sia sillabico, assieme ad una vocalità fresca e con la giusta dose di esuberanza.
Il pubblico non lo ha premiato per quello che meritava, forse perchè a Parma servirebbe essere, specialmente nel primo atto, un po' piu' plateali e regalare qualche atletismo, ma ad evitarli ha probabilmente concorso anche il rigore del direttore d'orchestra, il milanese Antonello Allemandi che ha reso giustizia al vigore delle energie musicali del giovane Giuseppe Verdi che scrisse quest'opera quando aveva 31 anni (1844), ben assecondato dall'orchestra del Regio.
Pier'Alli firma lo spettacolo e ci convince nella regia, con movimenti coreografici di buon gusto, e nei costumi molto eleganti, ma ci lascia perplessi nelle scene così tetre, anche se stanno lì a testimoniare una fatale tragica incombenza del destino e con lui della morte, e quindi hanno una precisa giustificazione.
Dal resto del cast esce con bella professionalità solo il basso Giacomo Prestia (de Silva), e con lui i comprimari Nicoletta Zanni, Samuele Simoncini e Alessandro Svab.
L'Elvira di Susan Neves è inesistente come personaggio: goffa come antichi soprani di storica memoria, assente nel registro medio basso a volte così fioco da non arrivare alla platea, in grado solo di sfoggiare luminosi acuti che nel suo canto non trovano però significato drammatico: è come una lampadina spenta, molto grossa, che a tratti si accende con lampi folgoranti.
Il Don Carlo di Carlo Guelfi sarebbe da dimenticare, ma lo si ricorderà per la inadeguatezza dei suoi mezzi vocali alla nobiltà del ruolo e al canto verdiano in particolare. Gli va dato atto di tanta buona volontà e di impegno nella ricerca di possibili soluzioni che gli consentono di cantare a fior di labbra, con buon effetto, "Vieni meco, sol di rose" nel secondo atto.
La celebre romanza "Oh de' verd'anni miei" passa senza un solo applauso nè un tentativo di farlo, e non perchè la regia lo fa uscire subito di scena, ma perchè l'interpretazione è anonima e difficoltosa.
Quando la cantavano Bruson e Cappuccilli si fermava lo spettacolo per l'ovazione di tutti.
Ma sono convinto che se l'avesse intonata uno dei giovani oggi emergenti come Carlo Maria Cantoni o il già scaligero Massimo Cavalletti, sarebbe accaduto altrettanto.
 
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