ZECCHILLO= La scarsa produzione non è qualità.

03/lug/2005 21.34.01 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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Alibi che non regge
LA SCARSA PRODUZIONE NON È QUALITÀ
Abbiamo difeso questa verità, ora la stampa ci è solidale



Uno slogan caro a certi sovrintendenti dalle idee confuse è: «Produ­ciamo poco per salvare la qualità». Se questi sovrintendenti fossero in buona fede si vergognerebbero di coniare frasi ad effetto ma contrarie all’evidenza. L’evidenza dimostra che un’opera o è valida e ben rea­lizzata, o non lo è; nel primo caso la qualità non esiste e le cinque o sei recite programmate vanno deserte; nel secondo caso, la gente si affolla al botteghino... ma non trova posto perché le recite sono sem­pre pochissime. Così cade l’alibi delle frasi fatte; la qualità non è stata né difesa né fruita come avrebbe dovuto. Entriamo nel merito della questione: le sovvenzioni sono quelle che sono: spendere questo de­naro dei cittadini per produrre «Fetonte», «Lodoiska», «Maometto II» ecc, è comunque uno spreco perché ai cittadini non interessano e non ne fruiscono; spendere, per allestire un’opera, tanto denaro che baste­rebbe a realizzarne tre, è malversazione, perché deruba i cittadini di opportunità cultura
li che loro spettano;ma fare solo sette, nove recite di opere del grande repertorio tradizionale, che è il meglio della qua­lità, dimostra incapacità gestionale, perché depriva il pubblico della fruizione che lo interessa e le casse del teatro di entrare considerevoli. Allora di quale «qualità» vanno blaterando certi sovrintendenti? Forse degli allestimenti miliardari con cui condire qualche opera abbando­nata negli archivi per la sua scarsa validità, o con cui trasformare qualche altra più popolare in modo da renderla irriconoscibile. Che specie di «qualità» è quella che, invece di attirare l’amore del pubbli­co per una forma d’arte, lo respinge e lo disgusta?
Questo tipo di operazioni non hanno niente a che vedere con la cultu­ra musicale, ma semmai con gli appalti scenografici. Operazioni che, gettando il denaro in fasto inutile e in abusi sospettabili, assottigliano i cartelloni, tengono i teatri chiusi e disabituano il pubblico alla lirica. Dice bene un noto critico che, come molti altri, comincia a scoprire i motivi di una crisi teatrale voluta, colpevole e parassitaria: «produ­cendo un’opera al mese si riduce la prospettiva culturale a episodi sporadici, non tutti importanti. La pretesa «qualità» non è una regola, ma un’eccezione, come il tacchino ripieno al pranzo di Natale. Negli altri giorni ci si deve contentare di quel che passa il convento». E il M.o Muti ha detto a «L’unità» (11/7/95): «Questo paese lascia troppo spazio ai ciarlatani. In una situazione così drammatica ci sono solo due strade possibili, o andarsene o cercare di combattere. Io ho scelto la seconda». Noi abbiamo scelto questa strada più di 20 anni fa e non abbiam
o mai avuto ripensamenti. Ma Muti, e molti altri, che ora de­nunciano gli errori, non ci hanno mai dato una mano.
IL NOSTRO GIORNALE


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