il pubblico chiede opere popolari

04/dic/2005 11.16.04 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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Da: Zecchillo (Messaggio originale) Inviato: 03/12/2005 18.42
IL PUBBLICO CHIEDE OPERE POPOLARI
Per il repertorio tradizionale non occorrono allestimenti stile bokassa, né rivisitazioni o concezioni bislacche: solo musica, belle voci ed elementi indispensabili alla scena.



LETTERA AI SOVRINTENDENTI
Un tema è oggi molto sentito da­gli appassionati di lirica e dai giovani.
Sia gli uni che gli altri, sia pure per motivi diversi, palesano un vivo disappunto per la carenza, nella programmazione degli en­ti lirici, delle opere del grande re­pertorio.
Gli appassionati si rammaricano di non aver potuto ascoltare, da anni, una Traviata, un «Trova­tore», un «Rigoletto» ecc. - i giovani constatano di non aver avuto l’occasione di conoscere queste opere, di averne appreso il titolo per tradizione orale. Tut­to ciò non depone a favore nè della continuazione della nostra tradizione lirico-musicale, né della funzione degli enti lirici. D’altra parte - e il Convegno di Cagliari lo testimonia -c’è ca­renza di pubblico nei teatri lirici i dirigenti cercano un’idea per recuperarlo.
L’alternativa non è nelle realizza­zioni astruse e cervellotiche, con le quali certi registi si divertono a mettersi in mostra, contrab­bandandole per novità.
L’idea è a portata di mano, i di­rigenti hanno la gallina dalle uo­va d’oro e non lo sanno.
Il pubblico sente l’attrazione cul­turale della musica operistica, ma è stato respinto dagli stessi enti che si sono dimenticati i grandi capolavori popolari.
Il cartellone di tutti i teatri più importanti e seri del mondo è costituito da Verdi, Puccini, Mascagni, Giordano, Rossini ecc. al 9°%; da opere antiche oppure moderne il rimanente 10%. Nei nostri teatri avviene il contrario. Gli altri teatri prosperano, i no­stri sono in una crisi irriducibile. Oggi i nostri enti lirici non pro­grammano che per i musicologi o per pochi addetti ai lavori, at­tirando, al massimo, uno sparu­to gruppo affetto da sazietà pa­raculturale, causata da digiuno culturale. Il clamore della pub­blicità può mistificare, ma la ve­rità risulta al botteghino.
Diamo al pubblico Traviata, Bo­héme, Barbiere, Lucia, rilancia­mo - è il caso di usare questa parola - le grandi opere, rispet­tiamole, e in breve tempo i gio­vani e i meno giovani ritroveran­no la strada dei teatri.
Con le sale piene, anche il co­sto del biglietto sarà alla por­tata di tutti e si potrà realiz­zare quella cultura per la collet­tività che sola giustifica i miliar­di spesi dallo Stato in questo campo.
Ci lamentiamo che i cartelloni siano sempre più ridotti, ma in realtà non occorrono molte ope­re, sebbene molte più recite, per­ché il pubblico abbia modo di assistere alla grande opera che lo alletta.
Lo scarso numero delle recite che appare nei programmi è un sintomo evidente del previsto vuoto delle sale. Bisogna sfruttare invece quella gallina dalle uova d’oro: il repertorio tradizionale, per il quale non c’è bisogno degli allestimenti stile Bokassa, di rivisitazioni, di concezioni bislacche, di nomi di registi, di costumi strafirmati. Gli ingredienti indispensabili sono: musica, voci e gli elementi strettamente utili alla scena. Con i bassi costi di produzione dei biglietti alla portata di tutti le recite in numero sufficiente, la musica lirica, finalmente sarebbe ancora patrimonio di tutti. È per lo meno strano lasciar cadere questa opportunità; tenere le uova d’oro in archivio e pagare salatamene quelle di gesso.

Giuseppe Zecchillo



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