LA SCALA STA MORENDO

12/mag/2006 15.17.00 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

Questo comunicato è stato pubblicato più di 1 anno fa. Le informazioni su questa pagina potrebbero non essere attendibili.
LA SCALA STA MORENDO


La Scala sta morendo. Come un corpo esanime abbandonato a se stesso, si sta dissanguando.

Di questo progressivo esaurimento tutti stanno prendendo coscienza, meno certi dirigenti della Scala stessa.

Se vuole sopravvivere e mettersi in sintonia con i teatri d’Europa, la Scala deve cambiare la sua politica.

Infatti, un teatro di tali tradizioni e dimensioni, e che, inoltre, usufruisce del contributo dello Stato e degli Enti Locali, non può fare una politica culturale rivolta ad un esigua élite.

La Scala deve essere accessibile a tutti i cittadini in quanto contribuenti.

Attualmente, invece, si può dire che coloro che non mettono mai piede alla Scala (il 98%) pagano coloro che la frequentano (il 2%).

I teatri di livello internazionale fanno spettacoli fino a un massimo di 330, 360 serate l’anno; la Scala, meno della metà.

Nel cartellone della Scala figuravano, fino alla fine degli anni ’60, circa 25 opere; oggi si arriva appena a 98, perché gli allestimenti faraonici e inutili, ma costosissimo, assorbono il denaro destinato alla musica.

Fra le 8 opere, inoltre,m ve ne sono di quelle che non interessano assolutamente a nessuno; opere minori, accantonate dal gusto e spesso dal loro stesso autore, oppure contemporanee, noiose all’ascolto.

La Scala le mette in scena con grande dispendio, davanti a platee vuote, solo per accontentare la vanità personale di certi direttori d’orchestra, sostenuti da qualche Casa discografica per interessi speculativi.

Ricordiamo sempre che questi capricci e queste speculazioni sono pagati con il denaro della gente.

I teatri europei sono aperti tutti le sere - e spesso due volte al giorno con le matinée - offrendo un repertorio gradito alla stragrande maggioranza del pubblico, il quale chiede musica e accorre anche se gli allestimenti sono economici, le scene tradizionali, dipinte sulla tela, senza marchingegni e costruzioni architettoniche, le quali, oltre che costose, si sono ultimamente rivelate pericolose per l’incolumità dei cantanti.

Non è da escludere che, dietro questo assurdo dispendio, sui muovano glia appalti sospetti e intrallazzi vari.

Il punto di vista di un teatro che viene mantenuto con il denaro pubblico, deve essere quello di aprire al pubblico, dono di tenerlo lontano con lo snobismo e le astruserie sceniche e registiche.

Quando non solo i milanesi di via Montenapoleone, ma anche quelli di Quarto Oggiaro, Sesto San Giovanni e Lorenteggio verranno a teatro, solo allora di potrà dire che la Scala ha assolto la sua funzione istituzionale.

Anche i cittadini periferici pagano le tasse per la cultura e hanno diritto a una contropartita.

Coloro che vogliono un teatro solo per l’èlite sofisticata e radical-chic, se lo paghino privatamente, con i propri soldi.

L’ente lirico pubblico è un servizio culturale come la scuola, perciò deve essere accessibile a tutti.

L’art.1 della legge 800/67, che ha istituito gli enti lirici, recita testualmente: “Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale”.

Come si può favorire tale formazione un ente che vuole tenere a distanza la collettività?

Insisto su questo concetto: un teatro che fa poche opere, con poche recite,con molte serate vuote, cioè in riposo, e molte disertate dal pubblico, deve necessariamente tenere il costo del biglietto molto alto. Ecco perché molti cittadini, fra i quali moltissimi giovani, non possono accedere alla Scala neanche quando lo spettacolo li attirerebbe.

È vero che il teatro offre talvolta i biglietti a metà prezzo, ma solo per quelle opere che nessuno vuol vedere, perché non interessano, non piacciono e segnano paurosi deficit al bilancio.

Il 30% del personale è in eccedenza non per qualifiche professionali, ma per clientelismo dei partiti che hanno gestito l’ente con la lottizzazione; tanto è vero che le sovvenzioni, oggi, vengono quasi tutte assorbite dagli stipendi dei dipendenti.

Cosa misteriosa: più aumenta il personale, più si danno scenografie e costumi in appalto.

Da ciò si deduce che il personale non lavora o non sa lavorare.

I sovrintendenti, che hanno governato la Scala in precedenza, non si sono accorti che al situazione stava precipitando?

Perché, invece di dare un taglio alle assunzioni, le hanno moltiplicate con stipendi d’oro, riempiendo gli uffici di lottizzati incapaci e incompetenti?

Se un’industria aumenta esageratamente gli organici e diminuisce la produzione e le vendite, corre inevitabilmente al fallimento.

Ora bisogna dire basta.

Basta alla lottizzazione, all’incompetenza, al velleitarismo, alla faciloneria; basta agli intrallazzi e al malcostume dei privilegi e delle clientele.

Milano era un simbolo, in Italia, per la precisione e la funzionalità degli uffici, delle amministrazioni, delle istituzioni.

Ma, a questa immagine così ammirata e invidiata corrispondeva la responsabilità non l’impunità; la legalità - diritti e doveri - non i privilegi di pochi e la frustrazione di molti.

La Scala, che non è la massima istituzione milanese per la sua immagine, deve ritrovare il consenso della gente - essere non apparire - investire nella cultura, non sprecare i miliardi inutilmente.

Siamo stati i primi, 20 anni fa, a denunciare la lottizzazione dei partiti come origine di tanti guasti negli enti lirici. E per 20 anni siamo stati discriminati dal potere, derisi dai suoi portaborse, calunniati da chi aveva la coda di paglia.

Mi avevano affibbiato l’appellativo di “contestatore” in senso spregiativo, come colui che protesta solo per disturbare. Nel migliore dei casi mi davano del “Don Chisciotte”, che scambia dei mulini a vento per terribili giganti.

Non ero né l’uno né l’altro, ma solo un sindacalista che cercava di fare il proprio dovere denunciando le disfunzioni sociali, che si ripercuotono ingiustamente su chi non ha protezioni arroganti, ma solo la propria professionalità e il diritto di vivere dignitosamente.

Le colpe del sistema sono finalmente venute alla luce; il merito è di coloro che hanno lottato e lottano per la pulizia morale della società e delle sue istituzioni. Persone coraggiose e quasi sempre, purtroppo, sole.

Pur con in nostri mezzi modesti e nella solitudine, anche noi abbiamo combattuto contro un tipo di potere che oggi e sotto inchiesta.

Abbiamo visto più in là di certi nostri denigratori.

È difficile che l’impegno, la costanza, la buona fede non ripaghino con grandi soddisfazioni morali, prima fra tutte quella di aver contribuito ad una società migliore.

I nostri sacrifici e le fatiche non sono stati vani.

Il tempo ci sta dando ragione.

Noi continueremo ad essere vigili; il nostro impegno non cesserà mai, perché ai cittadini vengano riconosciuti i propri diritti e non vengano più discriminati.

Giuseppe Zecchillo


La Scala sta morendo. Come un corpo esanime abbandonato a se stesso, si sta dissanguando.

Di questo progressivo esaurimento tutti stanno prendendo coscienza, meno certi dirigenti della Scala stessa.

Se vuole sopravvivere e mettersi in sintonia con i teatri d’Europa, la Scala deve cambiare la sua politica.

Infatti, un teatro di tali tradizioni e dimensioni, e che, inoltre, usufruisce del contributo dello Stato e degli Enti Locali, non può fare una politica culturale rivolta ad un esigua élite.

La Scala deve essere accessibile a tutti i cittadini in quanto contribuenti.

Attualmente, invece, si può dire che coloro che non mettono mai piede alla Scala (il 98%) pagano coloro che la frequentano (il 2%).

I teatri di livello internazionale fanno spettacoli fino a un massimo di 330, 360 serate l’anno; la Scala, meno della metà.

Nel cartellone della Scala figuravano, fino alla fine degli anni ’60, circa 25 opere; oggi si arriva appena a 98, perché gli allestimenti faraonici e inutili, ma costosissimo, assorbono il denaro destinato alla musica.

Fra le 8 opere, inoltre,m ve ne sono di quelle che non interessano assolutamente a nessuno; opere minori, accantonate dal gusto e spesso dal loro stesso autore, oppure contemporanee, noiose all’ascolto.

La Scala le mette in scena con grande dispendio, davanti a platee vuote, solo per accontentare la vanità personale di certi direttori d’orchestra, sostenuti da qualche Casa discografica per interessi speculativi.

Ricordiamo sempre che questi capricci e queste speculazioni sono pagati con il denaro della gente.

I teatri europei sono aperti tutti le sere - e spesso due volte al giorno con le matinée - offrendo un repertorio gradito alla stragrande maggioranza del pubblico, il quale chiede musica e accorre anche se gli allestimenti sono economici, le scene tradizionali, dipinte sulla tela, senza marchingegni e costruzioni architettoniche, le quali, oltre che costose, si sono ultimamente rivelate pericolose per l’incolumità dei cantanti.

Non è da escludere che, dietro questo assurdo dispendio, sui muovano glia appalti sospetti e intrallazzi vari.

Il punto di vista di un teatro che viene mantenuto con il denaro pubblico, deve essere quello di aprire al pubblico, dono di tenerlo lontano con lo snobismo e le astruserie sceniche e registiche.

Quando non solo i milanesi di via Montenapoleone, ma anche quelli di Quarto Oggiaro, Sesto San Giovanni e Lorenteggio verranno a teatro, solo allora di potrà dire che la Scala ha assolto la sua funzione istituzionale.

Anche i cittadini periferici pagano le tasse per la cultura e hanno diritto a una contropartita.

Coloro che vogliono un teatro solo per l’èlite sofisticata e radical-chic, se lo paghino privatamente, con i propri soldi.

L’ente lirico pubblico è un servizio culturale come la scuola, perciò deve essere accessibile a tutti.

L’art.1 della legge 800/67, che ha istituito gli enti lirici, recita testualmente: “Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale”.

Come si può favorire tale formazione un ente che vuole tenere a distanza la collettività?

Insisto su questo concetto: un teatro che fa poche opere, con poche recite,con molte serate vuote, cioè in riposo, e molte disertate dal pubblico, deve necessariamente tenere il costo del biglietto molto alto. Ecco perché molti cittadini, fra i quali moltissimi giovani, non possono accedere alla Scala neanche quando lo spettacolo li attirerebbe.

È vero che il teatro offre talvolta i biglietti a metà prezzo, ma solo per quelle opere che nessuno vuol vedere, perché non interessano, non piacciono e segnano paurosi deficit al bilancio.

Il 30% del personale è in eccedenza non per qualifiche professionali, ma per clientelismo dei partiti che hanno gestito l’ente con la lottizzazione; tanto è vero che le sovvenzioni, oggi, vengono quasi tutte assorbite dagli stipendi dei dipendenti.

Cosa misteriosa: più aumenta il personale, più si danno scenografie e costumi in appalto.

Da ciò si deduce che il personale non lavora o non sa lavorare.

I sovrintendenti, che hanno governato la Scala in precedenza, non si sono accorti che al situazione stava precipitando?

Perché, invece di dare un taglio alle assunzioni, le hanno moltiplicate con stipendi d’oro, riempiendo gli uffici di lottizzati incapaci e incompetenti?

Se un’industria aumenta esageratamente gli organici e diminuisce la produzione e le vendite, corre inevitabilmente al fallimento.

Ora bisogna dire basta.

Basta alla lottizzazione, all’incompetenza, al velleitarismo, alla faciloneria; basta agli intrallazzi e al malcostume dei privilegi e delle clientele.

Milano era un simbolo, in Italia, per la precisione e la funzionalità degli uffici, delle amministrazioni, delle istituzioni.

Ma, a questa immagine così ammirata e invidiata corrispondeva la responsabilità non l’impunità; la legalità - diritti e doveri - non i privilegi di pochi e la frustrazione di molti.

La Scala, che non è la massima istituzione milanese per la sua immagine, deve ritrovare il consenso della gente - essere non apparire - investire nella cultura, non sprecare i miliardi inutilmente.

Siamo stati i primi, 20 anni fa, a denunciare la lottizzazione dei partiti come origine di tanti guasti negli enti lirici. E per 20 anni siamo stati discriminati dal potere, derisi dai suoi portaborse, calunniati da chi aveva la coda di paglia.

Mi avevano affibbiato l’appellativo di “contestatore” in senso spregiativo, come colui che protesta solo per disturbare. Nel migliore dei casi mi davano del “Don Chisciotte”, che scambia dei mulini a vento per terribili giganti.

Non ero né l’uno né l’altro, ma solo un sindacalista che cercava di fare il proprio dovere denunciando le disfunzioni sociali, che si ripercuotono ingiustamente su chi non ha protezioni arroganti, ma solo la propria professionalità e il diritto di vivere dignitosamente.

Le colpe del sistema sono finalmente venute alla luce; il merito è di coloro che hanno lottato e lottano per la pulizia morale della società e delle sue istituzioni. Persone coraggiose e quasi sempre, purtroppo, sole.

Pur con in nostri mezzi modesti e nella solitudine, anche noi abbiamo combattuto contro un tipo di potere che oggi e sotto inchiesta.

Abbiamo visto più in là di certi nostri denigratori.

È difficile che l’impegno, la costanza, la buona fede non ripaghino con grandi soddisfazioni morali, prima fra tutte quella di aver contribuito ad una società migliore.

I nostri sacrifici e le fatiche non sono stati vani.

Il tempo ci sta dando ragione.

Noi continueremo ad essere vigili; il nostro impegno non cesserà mai, perché ai cittadini vengano riconosciuti i propri diritti e non vengano più discriminati.

Giuseppe Zecchillo
blog comments powered by Disqus
Comunicati.net è un servizio offerto da Factotum Srl