INTERVENTO DI GIUSEPPE ZECCHILLO NEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONEDEL TEATRO ALL

14/lug/2006 15.11.00 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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INTERVENTO DI GIUSEPPE ZECCHILLO NEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DEL TEATRO ALLA SCALA.

La Scala che metteva in cartellone una ventina di opere - dando più lavoro agli artisti e più cultura ai cittadini - è finita con l’avvento di Paolo Grassi e della lottizzazione politica.

Per risalire questa china, che ha trasformato l’ente in un dinosauro enorme dallo scarso cervello (mi riferisco alle 8 opere in programma per il 93/94) la mia risposta è di arrivare almeno a 14 titoli.

Come? Evitando gli sprechi: alla Scala, quando serve un paio di scarpe, un libro, u attrezzo qualsiasi, richiesto dal regista o dallo scenografo, si va subito a comprarlo senza nemmeno informarsi se ci sia in casa.

Nei magazzini ci sono decine di migliaia di scarpe, scaffali di libri, attrezzerie di tutti i tipi, stili e generi.

Può sembrare un episodio marginale, ma ripetuto innumerevoli volte per ogni opera costituisce uno spreco di centinaia di milioni.

Inoltre, anche l’affitto dei magazzini costa centinaia di milioni e diventa uno spreco se tutto ciò che viene conservato è concepito come materiale ormai inutilizzabile.

Circa gli allestimenti, ne abbiamo un grandissimo quantitativo, ancora in ottimo stato, in giacenza nei capannoni e nei magazzini. Allestimenti completi, alcuni famosi, che hanno contribuito al prestigio della Scala.

Costumi, parrucche, arredi scenici, fondali, che sono stati ideati da scenografi di grande talento, responsabili nelle scelte e dotati di intelligenza teatrale.

Tarli allestimenti, oltre ad essere graditi al pubblico, hanno il vantaggio di poter essere montati e smontati in poche ore.

Essi costituiscono un patrimonio da sfruttare e un risparmio da attuare.

Il calendario consentirebbe l’ampliamento del cartellone, qualora fosse opportunamente organizzato.

Siamo ancora in tempo. Se c’è un pizzico di buona volontà a cambiare, come lo esige il movimento rinnovatore intorno a noi, fra una “prima” e l’altra si potrebbe inserire qualche opera di repertorio, facilmente realizzabile, unitamente a dei recitals di cantanti e concertisti.

Se non si volessero inserire opere popolari nel cartellone ufficiale, le si potrebbero presentare, al limite, fuori cartellone, magari con compagnie di giovani, ispirandosi all’inserimento positivo della “Traviata” voluta da Riccardo Muti.

Ciò servirebbe a vari scopi: incassare tutte le sere, dare un servizio alla gente, che paga le tasse per la cultura e ha diritto a una contropartita, secondo il presupposto dell’art. 1 della legge 800/67, che recita: “Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale”.

Se tutto ciò non si potrà fare perché abbiamo direttori d’orchestra capricciosi, perché le masse sono state indotte a ritmi di scarsa efficienza, il problema non è del Consiglio di amministrazione, ma di tutto lo staff dirigenziale, il quale deve attivarsi, responsabilizzarsi, dimostrando, quando occorre, coraggio e rigore nel pretendere che ognuno faccia la sua parte e non ciò che gli pare e piace. Ognuno è utile, nessuno indispensabile.

Consideriamo un attimo gli 8 titoli in programma per il 93/94 e vediamo subito che la Scala manca di una politica e di una coscienza culturale.

Il cartellone sembra fatto per accontentare questo e quello, in basa a forze speculative e a i capricci di questo e quel direttore d’orchestra.

Un cartellone squilibrato, con due opere brillanti che si equivalgono - Don Pasquale e Il ratto nel serraglio - altre due di modesta risonanza, come Maometto II e La rondine, mentre c’è una sola opera - Rigoletto - del grande repertorio, che è molto richiesto dal pubblico.

Fare nuovi allestimenti miliardari per opere minori è un’incongruenza, di cui mi sfugge il senso pratico e teatrale.

Non credo che davvero che la gente comune sarà mossa da grande entusiasmo per questo programma; ma neanche gli intenditori sopraffini faranno salti di gioia. Forse solo qualche intellettuale radical-chic sarà in festa per l’Elettra rimanipolata da Ronconi. Già sappiamo cosa fa questo regista alle opere e come sia noto per il suo enorme dispendio.

E qui mi fermo per non infierire.

Fra l’andata in scena di una “prima” e l’altra, il teatro resta chiuso per 10-15 giorni.

Si deve preparare l’opera, è vero; ma falso che sia necessario fermare il teatro per questo motivo.

Non è credibile la buona fede di queste giustificazioni.

Non esiste, non solo in Europa ma in tutto il mondo, un teatro lirico che, in piena stagione, rimanga chiuso ripetutamente, perché tante giornate vuote in piena stagione, sono una follia distruttiva.

Se ciò avviene alla sCala per carenze di organizzazione, denota incapacità, se per favorire gruppi e gruppuscoli orchestrali, che se ne vanno in giro per l’Italia a fare concerti e concertini a scopo di lucro personale, mentre godono contemporaneamente di uno stipendio; se per dare spazio alla Filarmonica, organo avendo scopo di lucro, che opera all’interno e all’esterno della Scala in concorrenza con esso, allora ciò che apre la strada a sospetti peggiori, che non intaccano solo la professionalità, ma la moralità degli amministratori. Cosa, a mio avviso, molto grave.

Sia ben chiaro che di questa abnorme situazione non ha colpa Fontana, il quale si è trovato questa patata bollente in mano; ma ciò non è un buon motivo perché il consiglio faccia finta di niente.

Durante la riunione della Commissione artistica, il Segretario generale, dott. Rispoli, persona che stimo per la sua competenza, si è detto mollo preoccupato, poiché 7 allestimenti nuovi, su 8 opere, sono troppi e quindi - inevitabilmente una gran parte si dovrà dare in appalto.

Con i tempi che corrono,partiamo già con il piede sbagliato.

Guardiamo al passato della ricca tradizione scaligera, ispiriamoci a quei concetti che abbiamo ereditato e ai quali va un sentimento di gratitudine.

La Scala, in questi ultimi vent’anni ha abbandonato tutti i pregi e le virtù della grande, gloriosa tradizione, sviluppando e amplificando tutti i difetti.

Se continueremo in questo andazzo, i titoli in cartellone diminuiranno ancora e la tradizione culturale si andrà impoverendo e dissipando con il nostro benestare; un giorno dovremo rispondere anzitutto alla nostra coscienza, oltre che all’opinione pubblica e al contribuente.

Su tutti questi punti non potrò dare la mia approvazione e annuncio fin d’ora che se non vedrò la buona volontà di un cambiamento, non mi assumerò alcuna responsabilità e darò parere negativo alla programmazione.

Giuseppe zecchillo





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