ZECCHILLO. scorrettezza e dilettantismo di molti dirigenti teatrali

La crisi c'è, esiste in maniera anche bru-tale, ma è racchiusa nell'ambito delle mura stesse dei teatri e si chiama: carenze di strutture, carenze di specializ-zati, clientelismo apertura ad un certo tipo di mafia politica ed intellettuale, disponibilità delle direzioni sollecitate da fonti le più varie, a creare nuovi quadri nei teatri con persone che mancano completamente di talento e addirittura delle più piccole nozioni professionali.

01/set/2006 16.42.00 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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SCORRETTEZZA
E DILETTANTISMO
DI MOLTI DIRIGENTI

Da che ho memoria sento parlare di crisi degli Enti lirici e altrettanto tempo le elucubrazioni dei cosiddetti esperti - in. Italia sono considerati esperti tutti, tranne gli uomini di teatro - hanno sentenziato che le caute tono da ricercarsi in quattro precisi motivi:
1) una scarsa e inefficiente politica teatrale (ormai ne parlano anche numerosi e misconoscenti dilettanti. giubilati dai milioni regionali);
2) la carenza di artisti di primo piano punto sul quale non siamo as­solutamente d’accor­do);
3) la mancanza di pub­blico interesse allo spet­tacolo melodrammatico (e questo non è vero);
4) ed infine che la liri­ca è un tipo di spettaco­lo ormai superato (ed i fatti -fortunatamente- smentiscono queste gra­tuite affermazioni).
La crisi c’è, esiste in maniera anche bru­tale, ma è racchiusa nell’ambito delle mura stesse dei teatri e si chiama: carenze di strutture, carenze di specializ­zati, clientelismo apertura ad un certo tipo di mafia politica ed intellettuale, disponibilità delle direzioni sollecitate da fonti le più varie, a creare nuovi quadri nei teatri con persone che mancano completamente di talento e addirittura delle più piccole nozioni professionali.
Basta osservare le genuflessioni di alcuni dirigenti al cospetto di personaggi il cui merito consiste nell’essere apparsi più di una volta in Tv o nell’aver sprecato qualche centinaio di milioni in spettacoli stravaganti, per avere un’idea di quali capacità professione) i dirigenziali essi siano provvisti.Ma non basta.
Adoperando poi il denaro pubblico senza alcuna discrezione, si scambiano inviti, visite, banchetti, soggiorni in alberghi ed altri esotismi, senza alcun vantaggio per i teatri che rappresenta­no.
So di un regista cinematografico che in­vitato a mettere in scena in un teatro lirico La fanciulla del West ha risposto: No grazie, non A materia mia, non riuscirei a concludere nulla.
Se solo la metà dei dirigenti italiani avesse ri­sposto tosi prima di accettare incarico, ci trove­remmo oggi con tanti miliardi in meno di disavanzo ed un po’ di decoro in più.
Scomparsa o quasi la figura del vecchio impresario che conosceva a menadito il teatro in
ogni suo più piccolo ingranaggio. -se ne avvantag­giano ancora poche strutture in Italia quali il Regio di Torino e Arena di Verona e qualche altro ente,- ecco infiltrarti nei posti chiave delle mag­giori istituzioni musicali le espressioni più deleterie di un imprevidente e scorretta politica. Con quali risultati?
Basti osservare l’andazzo instauratosi in certi enti per avere una chiara dimensione dello scandaloso bailamme in cui ci si dibatte. Bailamme imposto da scorretti dipendenti che nascondono dietro le sigle di organizzazioni sindacali confede­rali la loro cronica avversione al lavoro.
Indossare un costume costa un canto, suonare in palcoscenico invece che in buca, costa un’altro tanto, cantare in venti invece che in ottanta richiede una spettanza da solista, ballare io sala e io palcoscenico, fa differenza di paga, essere mac­chinisti o attrezzisti o elettricisti o operatori di scenografia, significa svolgere mansioni nel senso più ristretto delle singole qualifiche, lavorando in turni che hanno determinato il completo collasso di quanto ancora restava di valido nei teatri italiani.
Interlocutrice di questo nuovo tipo di dipen­za, è una classe dirigente completamente allo oscuro dei problemi del teatro e che si limita a blandire in maniera puttanesca i più facino­rosi, inabile com’è a controbattere le loro asserzioni.
­Un esperto mu­sicologo inglese che amava l’Italia, Char­les Burney, autore di una monumentale Storia della Musica, così scriveva sul finire del 1700 dopo un lungo viaggio attraverso tutta
l’Europa: “La mu­sica è attualmente considerata come una necessità do­vunque in Europa: e, poichè deve esi­stere, perchè non dovrebbe essere eccellente?”
Lo è stata e lo è ancora in alcuni po­sti, ma lo scadimento professionale appare sempre più evidente in una nazione come l’Italia dove i Conservatori, gli Enti Lirici e le Società di Concer­ti, non riescono più ad esprimere le loro funzioni istituzionali.
C’è voluta la passione di alcuni amateurs, spesso profondissimi conoscitori dell’arte musicale, per portare allo scoperto quello che stava accaden­do in Italia.
Allarmi che lo SNAAL fece suoi e che con­dusse, unico, fino sui tavoli della magistratura.
Allestimenti di lavoro che prendono forma in uno stato di tale degradazione da far rim­piangere anche il più modesto spettacolo di varietà: musicisti non in grado di assolvere il loro compito; programmi arraffazzonati e spesso stilati senza un criterio d’arte; confusione, indisciplina. Il tutto sotto l’occhio tollerante di una dirigenza occupata solo di non aver grane.
E al pubblico che paga? Qualche buon spettacolo, quello inaugurale e qualche altro al massimo. La diffusa pratica di utilizzare il diritto allo sciopero in maniera scriteriata ed a volte addirittura criminosa, esponendo gli spettatori a continui rinvii, è ormai un’endemica e diffusa maniera di gestire il lavoro, in questi traballanti carrozzoni, il cui costo annuale, compresi gli interessi passivi, supera i trecento miliardi.
Interessi che le improvvide leggi dello stato elargiscono a piane mani alle banche, insaziabili mignatte di un certo tipo di struttura della società italiana. Il grottesco trasformista che continua a liberarsi dagli abiti, esibendone sempre uno disceso sotto l’altro, ricorda certi artisti del coro il cui saio di sacerdote dell’Aida lascia intravedere il pantalone del vestito da strada.

C’è tutto perché questo grande pastiche vada in malora. Ma ci vada dunque. Decisamente sarebbe la soluzione migliore. È tempo che il teatro ritorni alla sua più giusta funzione, prima di spettacolo poi di educazione e che i suo affossatori, piccolo e grandi, responsabili dello stato in cui versa, vengano processati.

Ma non da una giuria inabile e corrotta come loro.

ALDO MASELLA, Regista









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