COME FINI' IL RACKET DELLA LIRICA

COME FINI' IL RACKET DELLA LIRICACOME FINI' IL RACKET DELLA LIRICAÈ merito di un coraggioso gruppo di artisti se oggi Pavarotti e molti altri bigs sono miliardari La storia degli artisti lirici non annovera solo successi e trionfi, ma anche capitoli penosi, dai retroscena talvolta - squallidi.

22/nov/2006 15.20.00 Baritono Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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COME FINI' IL RACKET DELLA LIRICA

È merito di un coraggioso gruppo di artisti se oggi Pavarotti e molti altri bigs sono miliardari


La storia degli artisti lirici non annovera solo successi e trionfi, ma anche capitoli penosi, dai retroscena talvolta ­ squallidi. Uno di questi capitoli si uso non molti anni fa per merito di un piccolo ma coraggioso gruppo di cantanti, i cui nomi sono tuttora sconosciuti alla maggior parte del mondo.
Ma la battaglia che hanno sostenuto non deve essere dimenticata.
Per una secolare consuetudine, artisti lirici e agenti teatrali hanno costituito un binomio inscindibile, basato apparentemente su una reciproca utilità. L’agente si teneva in contatto con le scuole di canto e segnalava ai teatri i talenti artistici più promettenti, poi - ovviamente - diveniva l’intermediario di tutta la loro carriera. Questo sistema aveva i suoi vantaggi, sia per il cantante che per l’agente, ma aveva anche risvolti pesantemente negativi.
Nella fase ascensionale della carriera del cantante, l’agente si arricchiva; quando la voce e la fortuna cominciavano a calare, l’agente abbandonava completamente la miniera ormai sfruttata e il cantante - per quanto brillante fosse stata la sua stella e famoso il suo nome - finiva poverissimo e ignorato.
Sembra impossibile, eppure questa è realtà: sono ancora vivi alcuni di coloro che possono testimoniare per averla vissuta, come ha fatto il grande baritono Giuseppe Manacchini da queste stesse pagine.
Era possibile, perché quando piovevano i contratti, le abbondanti somme guadagnate dall’artista finivano quasi tutte nelle tasche del suo agente; l’artista non aveva margine per provvedere al domani e, con l’età, sopravveniva la miseria, l’avvilimento, l’elemosinare da un agente all’altro. E l’agente che aveva carpito tutto, allora umiliava, scacciava, negava persino la pietà. Le biografie degli artisti lirici del passato abbondano di episodi del genere, di tristissimi epiloghi. Io stesso ne sono stato spettatore e non riesco ancora a dimenticare quell’esperienza angosciante.
Eppure i cantanti accettavano questo sistema come fosse ineluttabile e mai pensavano di potervisi sottrarre, perché ad esso era legata la loro possibilità di lavorare. Così gli agenti divennero sempre più esosi.
Si arrivò - è storia abbastanza recente - ai cosiddetti «contratti-capestro». Erano stipulati per 5 anni, ma automaticamente si rinnovavano, perché il cantante, se avesse osato rifiutarli, era finito. Non lavorava più.
Il «contratto-capestro» dava facoltà all’agente di riscuotere e trattenere tutti i cachet degli artisti della sua «scuderia» in cambio. - - di uno stracciatissimo stipendio mensile. Vale a dire che l’agente spingeva la sua rapacità fino a trattenere il 70, l’80 e, in certi casi, anche il 9007o dei guadagni degli artisti lirici. Era un vero e proprio racket. La vecchiaia e la malattia erano prospettive terribili e spaventose per i cantanti a quel tempo. Come giustamente qualcuno ha detto, chi puntava la propria vita sulla voce, si giocava tutto l’avvenire per una breve partita di applausi. Finché, maturando una coscienza sociale, sorse quel piccolo gruppo di coraggiosi, disposti a giocarsi tutto per farsi giustizia, per ripulire il mondo della lirica dallo sfruttamento. Fu la denuncia e duri anni di sacrifici per ottenere testimonianze e prove; furono odiati da tutti, persino dai colleghi, che non si esponevano ma che temevano, senza un agente in stretto rapporto con i teatri!
, di non potersi più procurare il lavoro. Ma infine, dopo un lungo processo, gli agenti sfruttatori vennero condannati e la mediazione del lavoro proibita dalla legge.
Oggi gli artisti possono disporre, e giustamente, di tutto quello che guadagnano, che è frutto dei loro talenti, studi e professionalità. Oggi, i grandi nomi, i bigs della lirica, possono essere anche miliardari e c’è qualcuno che, per non pagare neppure le tasse, chiede la cittadinanza del Principato di Monaco. Eppure, alcuni di questi bigs, non a caso faccio il nome di Pavarotti, rimproverano a quei colleghi che hanno affrontato e debellato il racket in Italia, di aver eliminato, insieme agli agenti teatrali, anche quello che di positivo c’era nel loro operato. Pavarotti cita l’esempio di quegli agenti che aiutavano i cantanti agli esordi, scoprendo nuovi talenti, convincendo i dirigenti teatrali a farli debuttare, arrivando, in qualche caso, ad anticipare le spese per il perfezionamento di quei giovani dotati di voci eccezionali. Sì, e vero, ce n’erano di questi che investivano nella lirica, ma poi non si limitavano a trarne un giusto reddito; vi speculavano senza scrupol!
i, sfruttando fino all’osso e gettando via il limone spremuto. Pavarotti cita solo l’esempio positivo, ma si dimentica dell’altra faccia della medaglia. Si dimentica e con lui tanti altri, come Carroli, Bruson, Luchetti ecc. che se non fosse stato per quei pochi colleghi audaci e dignitosi, oggi egli non godrebbe gli agi della ricchezza e domani, non avendo potuto mettere da parte neppure una lira, sarebbe costretto forse anche a pietire davanti ai suoi sedicenti benefattori. Finirebbe, dopo aver lavorato tutta la vita, miseramente come i suoi antichi e vecchi colleghi. Quel piccolo gruppo di coraggiosi è ancora sulla breccia per evitare che il racket - sia pure in forme diverse, ma forse anche peggiori - si riproduca e proliferi sulla pelle e sul lavoro degli artisti lirici. Anche gli artisti, come ogni altro professionista, devono avere sicurezza e dignità durature. Oggi è inaccettabile che l’arte debba essere solo una stagione luminosissima, ma socialmente effimera e fat!
ale. Ecco perché si deve rifiutare la restaurazione del monopolio degl
i agenti teatrali.

Giuseppe Zecchillo
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