BUONAFEDE O MALAFEDE?
UNA CLAMOROSA GAFFE DI CELANT
Nutrivo una grande stima per Germano Celant, fin dal 1975, senza ancora conoscerlo personalmente. Lo avevo sentito al telefono, una sola volta, nel '73 o '74, quando mi chiese le foto dei quadri di Piero Manzoni di mia proprietà per pubblicarli nel catalogo che aveva in preparazione. Uscito che fu quel catalogo, mi interessai al suo autore; riuscii a procurarmi il suo articolo per la Biennale di Venezia (1969) dove parlava di Piero Manzoni; trovai anche la sua presentazione per la mostra antologica di Manzoni al Museo d'Arte Moderna di Roma (1971) e divorai quanto scriveva su Manzoni nel suo catalogo del '75. Come studioso lo rispettavo, anche se la sua catalogazione aveva destato molte perplessità, non solo in me, ma anche nel mondo dell'arte, a quanto mi risultò. Poi lo incontrai più volte ed ebbi l'impressione di trovarmi di fronte a una persona seria. Sicché gli scrissi ripetutamente, pregandolo di visionare i quadri di Manzoni di mia proprietà poiché desideravo un suo g!
iudizio su di essi. Non mi rispose mai, finché gli telefonai a Genova - la sua città - ed egli mi disse testualmente che non si occupava più di Piero Manzoni. Rimasi di stucco e pensai a qualche divergenza con gli eredi dell'artista, ma non insistetti. Quando seppi che l'Archivio Opera Manzoni avrebbe affidato a lui la compilazione di un nuovo catalogo (lo seppi in anteprima, nel 1997) ne fui strafelice, poiché la stima per la sua professionalità era ancora intatta. Dovetti purtroppo cambiare opinione alla luce di gravissimi fatti.
L'Archivio Manzoni si serviva di un consulente, Flaminio Gualdoni, e fu lui (non Celant) che sottoscrisse delle expertises negative per ben 39 delle 49 opere di mia proprietà, che avevo presentato all'Archivio stesso. Scrissi diverse volte al Celant, pregandolo e scongiurandolo di vedere quei quadri, ma la risposta fu silenzio assoluto. Cercai di comprendere la sua delicata situazione: il nuovo catalogo (come il precedente) per essere accettato dai musei, aste, gallerie e operatori commerciali aveva bisogno dell'approvazione e autorizzazione degli eredi Manzoni, quindi Celant aveva le mani legate, nel senso che non era libero di contraddire, o contrastare il volere e il potere degli eredi, a rischio di mandare all'aria il catalogo stesso.
Le expertises di Gualdoni furono portate in tribunale dagli eredi Manzoni, come prova della loro strabiliante accusa che, possedendo tanti quadri falsi, io non potevo che essere un falsario e/o un commerciante di falsi. Strabiliante davvero: quale mercante di quadri falsi non cerca di venderne neppure uno in 40 anni? quale falsario si tiene i quadri falsi per 40 anni, invece di sbolognarli al più presto? quale falsario spende decine di milioni per comprare quadri alle aste? A queste domande dovrà rispondere il giudice.
Ma torniamo al Gualdoni. Quando lessi le sue sedicenti expertises non credevo ai miei occhi; la superficialità e il pressappochismo andavano di pari passo con l'immancabile citazione "cifrario Celant '75". Il che vuol dire che Gualdoni aveva paragonato quadri materialmente reali con le fotografie pubblicate da Celant nel suo catalogo del '75. Sarebbe come se io, per capire se mio figlio sta bene o è ammalato, non guardassi lui, ma la fotografia di un suo cugino che gli somiglia. E qui entra in ballo Celant. Interrogato come "persona informata dei fatti", Celant, come fosse preso alla sprovvista e non avesse mai visto quei 39 quadri in vita sua, dichiarò le cose più strane. Senza rendersene conto cadde in contraddizioni plateali. Siccome sono tante, ne citerò solo una per ora. Le altre le conservo per animare la prossima puntata. Celant, guardando dei "Pacchi in carta di giornale", dichiarò che sicuramente non li aveva fatti Piero Manzoni per il semplice motivo che le pagine !
adoperate per avvolgere i pacchi recavano stampate delle figure ( i giornali spesso pubblicano foto di eventi, o di moda, o di pubblicità ecc.) mentre invece l'arte di Piero Manzoni era "aniconica". Celant disse questo per ben 7 volte, e per tutto quel tempo ignorò che lui stesso, nel suo fatidico catalogo, stava pubblicando, in centro pagina e a colori, due "Pacchi in carta di giornale" con grandi figure stampate. Uno di questi acchi" risulta essere a New York e l'altro presso un privato collezionista.
Ma come? la stessa tipologia, la stessa tecnica, gli stessi materiali...se appartengono ai quadri di Zecchillo sono grossolane contraffazioni, se appartengono a chiunque altro sono oro colato, l'autenticità più vera.
Immagino cosa dirà Celant per giustificare la sua gaffe, ma ve lo risparmio. Ne sentiremo ancora delle belle.
fine della I puntata
Giuseppe Zecchillo - Presidente dell'Associazione collezionisti di arte contemporanea