Da: Giuseppe_Zecchillo
IL RUOLO DI CANTANTE LIRICO NON MI E' MAI PIACIUTO
L'HO FATTO SOLO PERCHE' MI PAGAVANO MOLTO BENE
Avevo una certa voce, un'intonazione naturalmente corretta, una facile intuizione interpretativa del personaggio e una spontanea abilità scenica; tutto questo immaginavo che avrebbe fatto la mia fortuna... Non immaginavo minimamente però a cosa sarei andato incontro. Dopo che vinsi il concorso dell'ASLICO, i contratti cominciarono ad arrivare, sia dai teatri italiani che esteri più importanti. Alla Scala ho cantato per tantissime stagioni, poi ne divenni consigliere di amministrazione e presidente della commissione artistica.
Tuttavia il mondo del teatro lirico non mi è mai piaciuto, sicché ho continuato a svolgere la mia professione perché rendeva molti, molti soldi. E basta.
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Le ragioni per cui non ho mai amato il ruolo del cantante, sono le seguenti: !) la mancanza di libertà, che si deve subire e che mi ha provocato sofferenza e solitudine; 2) l'obbedienza cieca che si deve a persone e personaggi, cui è abbligatorio sottostare.
Appena il cantante entra in un teatro, è soggetto all'AVVISATORE, il quale avvisa quando la prova ha inizio, e controlla che il cantante non indugi. Quando inizia la prova, ecco un altro despota: il REGISTA, che ignorando e calpestando la personalità del cantante, lo obbliga a fare quello che gli si comanda. I suoi ordini sarebbero plausibili, se - molto spesso - il regista non provenisse dal teatro di prosa, o dal cinema, o...dalle raccomandazioni polituche, senza sapere nulla della lirica né, peggio ancora, delle esigenze della voce, per cui sovente mette in difficoltà i cantanti. Per non parlare poi dei registi privi di idee, che ricorrono a espedienti di infima qualità per farsi notare: come costringere a cantare su un'altalena in movimento, o correndo su esigui ponticelli sospesi, e altre scemenze del genere che mettono a repentaglio l'esecuzione canora e spesso l'incolumità del cantante. Infine arrivano le prove con l'orchestra e qui si incontra il dittatore assoluto: !
il DIRETTORE D'ORCHESTRA. Non v'ingannino i sorrisini che questo signore distribuisce al pubblico e ai "fans". Il direttore, oltre che maltrattare e umiliare i cantanti, lanciando spesso improperi e battutacce volgari per sfogarsi, ha anche il potere di "protestare", cioé di fare licenziare i cantanti già scritturati. Perciò bisogna ubbidirgli a trecentosessanta gradi e ingoiare le offese. Anche quando ti accorgi che è impreparato, che non conosce ancora lo spartito, mentre il cast di canto lo sa a memoria, avendolo eseguito numerose volte, ti conviene obbedire supinamente agli sbagli di uno zotico ignorante.
Quando poi l'opera va in scena, il cantante deve ancora fare i conti con i LOGGIONISTI. Non tutti sono intenditori di musica e di canto, né amanti dell'opera lirica; alcuni di essi sono così sprovveduti che applaudono a casaccio, fuori luogo, mentre l'orchestra suona ancora; ci sono anche fanatici presuntuosi che, all'ombra dell'anonimato, si divertono a insultare i cantanti con parole irripetibili. Alla fine della recita il cantante è sfinito, ma - ciliegina sulla torta - deve ancora sopportare "il giro" del SOVRINTENDENTE, che di solito va giù nei camerini a fare i complimenti agli artisti: parole smozzicate, banali, di circostanza. Bisogna sorridere e ringraziare servilmente; guai se il sovrintendente intuisse che il cantante non lo stima perché la sovrintendenza è una poltrona "politica", per cui chi la occupa è molto spesso totalmente digiuno di musica e di cose teatrali. Anzi, il cantante deve elogiarlo, asserendo che è il migliore dirigente del mondo, fare il leccapie!
di, altrimenti in quel teatro non ci torna mai più. Se poi quel teatro è la Scala, gli elogi non bastano, l'adulazione è appena sufficiente; il culto della personalità, l'adorazione è quel che occorre.
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La Scala: olimpo della megalomania. Chi lavora, o ha lavorato, nel più noto teatro milanese, pronuncia "Scala" come una parola magica e immagina se stesso come un miracolato-miracoloso. Tutti, dalla più alta carica all'ultimo fattorino, sembrano annoverarsi fra le divinità. A questo proposito, un episodio mi colpì fra i tanti. C'era un poveretto senza arte né parte, che si era inventato il mestiere di guardare le auto in via Filodrammatici, dove parcheggiava chi andava alla Scala. L'ometto si inchinava e si scappellava tenendo le portiere per ottenere la mancia. Un giorno individuò il tenore Di Stefano fra i suoi "clienti". Cominciò a tampinarlo insistentemente, pregandolo e implorandolo di fargli avere un posto alla Scala. Di Stefano era un generoso, si impietosì e gli fece avere un posto di portiere. Indossata la divisa della Scala, l'ometto si rizzò, naso in aria, si mise a guardare tutti dall'alto in basso, non salutò più nessuno, nemmeno Di Stefano che l'aveva beneficat!
o. Se un modesto portiere analfabeta si atteggia a grand'uomo appena sente di appartenere alla Scala, è facile capire come, su su per la scala gerarchica, tutti gli altri si sentano semidei e superdei.
Ovviamente anch'io amavo la Scala, e la amo, ma - per i suddetti motivi - coloro che ci vivono, dal portiere al sovrintendente, mi fanno semplicemente schifo.
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Ma ci sono altri motivi, del tutto personali,per i quali ho preso a detestare il mondo del teatro lirico. Mi sono reso conto, da subito, che il cantante non è un artista nel vero senso della parola, perché non può creare né inventare nulla; è un esecutore, un mediatore fra l'autore e il pubblico. Quando il cantante esegua "La traviata", l'artista è Verdi; quando esegue "Wozzech", l'artista è Schoemberg. L'esecutore può essere dotato di talento, tecnicamente perfetto, ma l'opera non è un suo prodotto. Forse per questo, quando finivo di cantare, mi sentivo svuotato, una nullità.
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Un altro fattore che - specialmente nei teatri italiani - mi indignava, era la mania snobistica di costosissime messe-in-scena per 5-6 recite, cioé per un pubblico assai limitato. Quando lessi in una statistica che solo il 2% del Milanesi fruiva della Scala in ogni stagione, allibii. Miliardi e miliardi, sacrificio dei cittadini contribuenti, buttati via per uno sfarzo fatuo e inutile, per il divertimento di un piccolo gruppo di persone! Così aprii gli occhi sugli sprechi, gli appalti, il clientelismo, i ladrocini, in nome di una cultura musicale...inavvicinabile. E le inaugurazioni, poi! politici, segretari, portaborse, amici, amici degli amici, tutti gratis. Mondanità dei ricchi, signore ingioiellate e impellicciate, uomini d'affari, gente a cui preme mostrarsi, ma a cui della lirica non gliene frega proprio niente.
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Dopo le "prime" teatrali, le famiglie più in vista invitavano i cantanti di successo a cena nei loro sontuosi palazzi. Non li invitavano per onorare l'arte, ma per esibirli ai loro amici come costosi soprammobili, E' successo più di una volta che, in tali occasioni, qualche cafone danaroso chiedesse ad alta voce:" Su, ci faccia sentire qualche bella canzonetta!" senza sapere che non si studia 7 anni, fra Conservatorio e Accademia di perfezionamento, per cantare canzonette. E' la peggiore offesa che si possa fare a un cantante lirico. Io, dopo le prime esperienze, rifiutavo questi inviti; preferivo andare a Brera e finire la serata in compagnia dei miei amici pittoi, bohèmiens, squattrinati, ma intelligenti e simpatici.
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Purtroppo anche i miei COLLEGHI tante volte mi hanno deluso. A loro bastava il successo, l'applauso, il portafogli pieno. Erano convinti, perché cantanti d'opera, di far parte del mondo della cultura, ma non ho mai incontrato uno di loro in una libreria, né tantomeno con un libro in mano. Alla lunga, la loro presunzione li segnalava per ignoranza e ottusità. Il loro impegno non sfiorava nemmeno i problemi sociali; era limitato all'egoismo e all'opportunismo. In queste due faccende molti eccellevano. Poi, quando arrivavano a una certa età, diventavano patetici: si tingevano i capelli, alcuni si truccavano per sembrare più giovani e tenevano duro fino all'impossibile, non solo perché non accettavano l'ora del tramonto, ma per la smania di guadagno e soprattutto per non lasciare spazio ad altri, anche a costo di fare figuracce ed essere fischiati dal pubblico.
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Ora che sono in pensione,mi sento felice: posso realizzare il mio vecchio sogno di fare il pittore. Da giovane dovetti pormi un'alternativa: la pittura o la musica. Come pittore avrei stentato la vita, come cantante avrei guadagnato bene. Feci la mia scelta e, per coerenza, mi dedicai totalmente alla lirica con serietà e disciplina. Ma non mi sentivo realizzato. Ora, dipingendo, non devo ubbidire a nessuno, creo liberamente, decido io i soggetti e le composizioni, sono padrone di me stesso, nessuno mi può forzare a fare ciò che non mi va. Non ho più avvisatori, registi, direttori d'orchestra, che mi condizionano e mi impongono ogni gesto come a un burattino. Quello del cantante lirico è un mestiere di merda, come direbbe Piero Manzoni; io aggiungo "Di merda sì, ma non d'artista". Più sali nella carriera, anche alla somma vetta della celebrità, più la caduta sarebbe rovinosa, perciò devi essere più servile e opportunista, anche vigliacco. Avendo resistito così tanto tempo in !
quello squallido ambientaccio, un po' vigliacco mi sento anch'io. Meglio un quadro, bello o brutto, ma fatto a piacer mio, che una cantata sul palcoscenico, ma condizionato da altri.
Giuseppe Zecchillo