Una Traviata molto per bene - Regio di Parma

magia e lascia cadere a terra le carte della vita.

26/dic/2003 09.51.43 Ernani Contatta l'autore

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Un mio amico, figlio di gente di teatro, dice che, quando era bambino, suo padre gli raccontava le trame d’opera modificando i finali tragici per non spaventarlo. Come questa ragazzina degli anni ’50, che entra ed esce dalle scene della Traviata, sfiorando con infantile meraviglia la più bella signora della festa, - perché ora è così sola e infelice? -.
Annina la prende per mano e la porta via, la morte non è spettacolo per fanciulli. La morte è un cupo prestigiatore che, dopo aver costruito illusioni durante le sontuose feste parigine, sbaglia l’ultima magia e lascia cadere a terra le carte della vita. E’ la fine: la bella cornice che aveva racchiuso il breve sogno d’amore è rotta. Con fatica, respiro dopo respiro, l’anima arranca sugli ultimi brandelli di vita e scivola via.
La regia di Giuseppe Bertolucci, ripresa dopo il debutto del Verdi Festival 2001, racconta, con pochi simboli forti, la vicenda dell’inganno e del disinganno, di un sogno di felicità appena sfiorato, ma bisogna svegliarsi in fretta, non è questa la vita.
Contrasti che pare aver cercato, in modo molto meno leggibile, la direzione musicale di Renato Palumbo, vivacemente contestata dal loggione in apertura del terzo atto. Scelte poco chiare e incoerenti che hanno in effetti creato non poco sconcerto, non aiutando sicuramente a costruire la sottile e indefinibile alchimia che caratterizza uno spettacolo ben riuscito. Non basta uno dei migliori cast che sia possibile mettere insieme di questi tempi, a far decollare una serata che termina con frettolosi applausi e poca soddisfazione: nemmeno una chiamata dopo la chiusura del sipario. Poteva andare meglio. Si parla delle singole prestazioni e si scopre che l’unica sorpresa è l’ottimo Germont di Vladimir Stoyanov che ha disegnato un personaggio di altissimo profilo, conducendo il duetto del secondo atto con fermezza e senza compromessi: significativo il gesto evidente che allontana Violetta in “qual figlia mi abbracciate forte”: l’ipocrita pietà di superficie che la inganna, per un attimo, non smentisce le crudeli certezze della morale piccolo borghese. Ovazioni per Mariella Devia alla fine del primo atto, interpretato con la sicurezza di mezzi e la bravura belcantistica che sempre contraddistinguono le sue prestazioni: mai sentita questa scena cantata con tanta perfezione. Poi però è mancato il pathos, e se una certa “perfettina” freddezza di accenti ha contribuito a rendere più formale e crudo il duetto con Germont, che l’asciutto stile interpretativo e l’allestimento rendevano attualissimo, - come non pensare alla volontà di Verdi di ambientare la vicenda in epoca contemporanea -, non ha giovato più oltre, quando Violetta comincia a rinunciare e a morire.
Marcelo Alvarez parte con cautela e sembra leggermente sotto tono; del resto si sa che il primo atto è tutto di Violetta, e con tale Violetta c’è poco da fare. Dal secondo in poi il bel timbro caldo e l’interpretazione tutta sul filo delle emozioni hanno la meglio sulla perfezione della sua algida innamorata. Pronunciando con rabbia il fatidico “che qui pagata io l’ho” si permette, con coraggio, un focoso finale alla Di Stefano che provoca applausi. Finalmente una emozione.
Ottimo, come al solito, il contributo del coro, anche se i tempi blandi staccati da Palumbo gli hanno sottratto un po’ della consueta incisività. Non troppo brillante la Flora di Tiziana Tramonti, mentre perfetti, nelle rispettive parti, sono l’Annina di Milena Storti, il Visconte di Emanuele Giannino e il Marchese del disinvolto Andrea Patucelli. Una perla rara il Dottor Grenvil del basso Franco Federici, bel canto legato trasudante umana pietà. Sono poche frasi, non è facile lasciare un segno, ma quando c’è classe e professionalità vera possono bastare.

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