Quelle comode alternative degli Arcimoboldi (intervista a Zecchillo)

Era giocoforza che mi si escludesse dal piano artistico.

02/mar/2004 16.27.00 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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Giuseppe Zecchillo
ZECCHILLO. QUELLE COMODE ALTERNATIVE DEGLI ARCIMBOLDI

  

ZECCHILLO. QUELLE COMODE ALTERNATIVE DEGLI ARCIMBOLDI

 

Il superbusiness della Scala miete le prime vittime: i melomani. Parla il baritono Giusepe Zecchillo, la “voce” più inascoltata. di Gianluca Barezzi

 

Quarantasette milioni seicentotrentunmila seicentosettantasette euro e 53 centesimi. Novantadue miliardi e rotti di lire, mica un bruscolino. I milanesi stanno pagando 67 000 lire a testa i lavori di sola ristrutturazione del teatro alla Scala. E fuori dal conto restano l’acquisto dei terreni dell’area di Greco e l’edificazione del Teatro degli Arcimboldi, un’altra assurda valanga di miliardi. Era poi inevitabile tutto questo? Il calo imbarazzante di spettatori dimostra il contrario. Da qualche mese il pubblico latita e già si parla di disaffezione verso il teatro più rappresentativo dello stivale. Giriamo la questione a Giuseppe Zecchillo, baritono dal 1953, una vita spesa tra il Bel Canto e le lotte sindacali contro la corruzione dilagante nel mondo lirico.

Un sindacalista atipico: non è di sinistra.

 

D: Zecchillo, non ce la venga a raccontare. Un sindacalista tira sempre un po’ a sinistra…

 

R: “Non racconto niente, sono liberale e laico. E voltairiano”.

 

D: Voltairiano in che senso?

 

R: “Voltaire disse: ‘Non approvo le tue idee ma sono pronto a morire perché vengano rispettate’. Fu un eroe del libero pensiero. Io non sono che uno che ama ripetere oggi quella frase. Credendoci fino in fondo però”.

 

D: Da trentacinque anni è la voce sindacale del mondo dell’opera. Qualche nemico tra gli enti lirici se lo sarà fatto.

 

R: “Per anni sono stato nel consiglio di amministrazione della Scala. Ne ho viste - e denunciate - di tutti i colori,. Era giocoforza che mi si escludesse dal piano artistico. Ma continuo a cantare. Anzi, il mio “canto” vola oggi sullo sconcio dell’Arcimboldi. Ho squillato trombe più forti di quelle dell’Aida, ma nessuno mi ha dato retta. Il risultato è li da vedere”.

 

D: Cioè?

 

R: “La Scala è un’istituzione dei milanesi, ma sembra proprietà privata di chi la gestisce, non c’era alcun bisogno del Teatro degli Arcimboldi. Come non c’era bisogno di ribaltare la Scala per fare lavori inutili. Hanno voluto fortemente ‘rivalutare un’area depressa’ costruendo un surrogato del più celebre teatro del mondo in un quartiere fuori mano, su terreni acquistati da un’azienda il cui presidente è oggi incredibilmente nel consiglio di amministrazione della Scala. Non le sembra strano tutto questo? E poi c’è l’aspetto pratico: lei farebbe un viaggio di un’ora in pullman, partendo da Piazza della Scala, per andare a vedere alle 20 e 30 un’opera in una zona di Milano evitata dai cittadini di giorno?”.

 

D: Parole grosse ma non propositive.

 

R: “ho cominciato a proporre alternative a quello scempio quando il progetto era ancora solo sul tavolo del sindaco. Era e resta impensabile ristrutturare a suon di decine di miliardi un palcoscenico che ha retto alle prove più dure, dagli elefanti dell’Aida alla violenza di certi allestimenti di Ronconi. Con qualche intervento intelligente e mirato si poteva tirare avanti ancora decenni”.

 

D: Invece l’anno fatto. Le alternative?

 

R: “Tanto per cominciare il Teatro Lirico per le opere più impegnative, lasciando invece al Dal Verme, di recente ma efficace ripristino, la rappresentazione delle opere minori (“La serva padrona” di Pergolesi, per intenderci). Oppure una Scala itinerante per i grandi teatri lombardi - il Ponchielli di Cremona, gli Stabili di Brescia, _Bergamo, Varese, ecc. - poteva portare le grandi opere a chi non ne ha mai fruito per la distanza dal centro di Milano. Tenga presente poi che la rappresentazione lirica è sempre un evento: l’affluenza del pubblico fa girare l’economia di tutti i locali presenti sul territorio del  teatro, dai ristoranti ai bar. I commercianti dei dintorni della Scala si lamentano già da tempo per gli affari dimezzati.

“L’idea forte per il cartellone estivo poteva essere invece il Castello Sforzesco. Venne usato nel dopoguerra, quando la Scala era devastata dai bombardamenti. Aveva uno spazio tremendamente accattivante per le grandi rappresentazioni, e il pubblico lo sapeva bene. S’immagini che venne soprannominato ‘Teatro dei 20 000’”.

 

D: Perché nessuno, né il sindaco né, ad esempio, il sovrintendente Fontana ha approvato almeno una di queste idee?

 

R: “Perché le idee buone e che alla pubblica amministrazione non costano nulla o quasi sono bocciate automaticamente quando possono costituire precedenti pericolosi. Dove si guadagna tanto da ripagare le spese, l’amministrazione non può più mungere lo Stato. È una legge ormai consolidata”.

 

D: Lei ha fondato il Sindacato nazionale autonomo degli artisti lirici.perché?

 

R: “L’8 agosto 1967 lo Stato si è impegnato a sovvenzionare,. Con la famosa legge 800, tutti gli enti lirici: da questo nasce anche il grande “amore” per la lirica dei politici. Ho combattuto per una vita il piccolo taglieggio delle agenzie sugli artisti; ma quando in Italia è la politica a muoversi, bisogna quanto meno schierare un sindacato…”

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