Fu Zecchillo a lanciare i volantini alla Scala e non mario Capanna

se non c è il pubblico, se la sala è vuota, l'artista non si sente motivato;

19/ago/2004 19.29.52 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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MI IRRITA CHE I GIORNALISTI RICORDINO LE UOVA MARCE DI CAPANNA E MAI I VOLANTINI DI ZECCHILLO ALLA SCALA



Quella sera che gli studenti-contestatori. capeggiati da Mario Capanna, lanciarono delle uova marce sul pubblico elegante, che entrava alla inaugurazione della Scala, io e un gruppo di artisti lirici lanciammo dei volantini dal loggione del teatro: contro gli sprechi, contro la cultura d’élite e per l’aumento della produzione, a vantaggio dei cittadini come degli artisti stessi. A mio avviso, il contenuto del mio volantino era più serio e meno generico della trovata studentesca, ma la stampa dell’epoca - evidentemente affetta da provincialismo -cercava il folklore non i contenuti; per cui dedicò ampio spazio agli studenti e pochissimo agli artisti. Il lancio dei volantini sollevò un tale scalpore fra gli spettatori, che il M.o Gavazzeni dovette sospendere l’esecuzione: si volse verso il loggione, dove stavo io con gli altri miei colleghi. gridandoci degli improperi, il più benevolo dei quali era “aborti”!
Alcuni giorni dopo, partecipai a un’assemblea di studenti all’Università statale (che in quel periodo era “occupata”) e presi la parola con veemenza per significare che non ero assolutamente d’accordo con il gesto di buttare del marciume sulla gente, perché ciò non aveva niente a che fare con le carenze della Scala e della sua gestione, ma era una strumentalizzazione dell’evento scaligero più importante, come la serata inaugurate, a fini politici.
Irridere al pubblico - dissi - equivale a distruggere il teatro , poiché il teatro è un fenomeno di evoluzione sociologica, nato dall’esigenza di esternare, di comunicare, e si realizza in un rapporto psicologico intenso tra gli artisti e gli spettatori. Il pubblico quindi, è parte integrante del teatro. L’artista è l’interprete di un messaggio, di una comunicazione, tanto è vero che se non c è il pubblico, se la sala è vuota, l’artista non si sente motivato; mentre, invece, con la sala piena. l’artista concepisce la sua autentica funzione e dà il meglio del proprio talento. Il mio intervento non era politico e non fu capito: io intendevo spiegare che aggredire, spaventare il pubblico era un atteggiamento sbagliato: bisognava protestare, invece, contro la gestione del teatro, che aveva fatto della Scala un giocattolo per ricchi. Appena gli studenti percepirono le mie critiche a Capanna -che allora era il loro leader - mi diedero del “fascista”; lo stesso Capanna mi urlò che n
on capivo niente e che era meglio smettessi di parlare. I più facinorosi mi minacciarono e mi costrinsero ad uscire. Molti di quegli studenti erano “figli di papà”, che si divertivano a giocare alla rivoluzione come diversivo; addirittura alcuni avevano indirizzato le uova marce sui propri genitori. Oggi. quegli ex - sessantottini sono seduti in Parlamento, oppure a capo di network, o di grandi industrie, chi nelle vesti di padrone, chi di manager.
La contestazione seria fu quella degli studenti come Jan Palach. che affrontarono i carri-armati sovietici; i nostri “rivoluzionari” si sono preoccupati di far carriera. I giovani contestatori, in Turchia, furono mandanti al patibolo; in Italia furono mandati al potere.
Io non mi voglio certamente paragonare a un eroe, ma la mia contestazione non era esaltazione minatoria né calcolo opportunista; tant’è vero che non me ne sono servito per fare carriera, o per dare la scalata a un seggio di deputato né di senatore.
Tuttora la stampa, ricordando l’exploit di Capanna e dei suoi compagni all’ ingresso della Scala, sembra considerarlo un gesto non solo trasgressivo, ma addirittura compromettente. Capanna. però. dopo aver lanciato le uova, se ne andò allegramente per i fatti SL1OI. forse nei locali a ridere e sbevazzare con i suoi amici.
Io, invece, fui arrestato, interrogato per ore e trattenuto in una cella della Questura per tutta la notte, con un congruo addebito di reati: interruzione di spettacolo, resistenza alla forza pubblica, e altri minori conseguenti al caso. Avrei potuto subito un processo, molto pesante per me; fortunatamente mi salvò l’amnistia.
Comunque ci rimisi due contratti che avevo già firmato con la Scala per L’assassinio nella cattedrale” e “Turandot”. L’allora sovrintendente Ghiringhelli, con il beneplacito della CGIL-CISL-UIL, mi licenziò su due piedi. Sicché, a conti fatti, Capanna ci guadagnò la notorietà delle prime pagine e cominciò a costruirsi la carriera politica; io ci perdetti il lavoro e rischiai la carriera teatrale, avviata dopo anni di studi e un concorso vinto.
Ecco perché mi dà fastidio che il mio gesto sia stato (volutamente, forse) ignorato, e la pagliacciata di Capanna sia rimasta memorabile.
Forse nel nostro Paese è un errore prendere qualcosa sul serio: si diventa impopolari. Le sceneggiate, invece, sono sempre un successo.
Segretario Snaal


Legal Copyright © 2003-2004 Giuseppe Zecchillo [GZ]



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