ZECCHILLO== Ai furbi del teatro lirico

16/set/2004 17.38.17 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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Il Nostro Giornale Maggio-Giugno 1987
Organo di Stampa Ufficiale degli Artisti Lirici


AI «FURBI» DEL TEATRO
mirando unicamente al proprio tornaconto si danneggia se stessi



Tante volte, parlando con i cantan­ti problemi generali - quali la crisi occupazionale della catego­ria. o l’arroganza del potere tea­trale che dilapida somme ingenti senza produrre una cultura musicale soddisfacente per qualità e quantità, oppure la lottizzazione delle cariche teatrali che pone ai vertici gente impreparata e perico­losa per le nostre istituzioni mu­sicali ecc. - si conclude spesso esaminando la posizione degli ar­tisti lirici di fronte a questi problemi. Essendo noi sindacalisti, si sollecita l’unione di tutte le cate­gorie professionistiche per condi­zionare, impedire, rimediare a tan­te carenze. A questo punto, molti cantanti, che pure hanno parteci­pato emotivamente alla disanima della situazione, si trasformano. Prendono improvvisamente le di­stanze da ogni problematica, ch­e non li riguardasse più e senza alcun pudore, anzi con soddisfa­zione, ostentano la loro “furberia”, che così si esprime: “Io pen­so ai miei contatti e al mio lavoro! Io penso per me
, non per gli altri! Cosa mi hanno dato gli al­tri? Io non ho mai avuto niente da nessuno e non devo niente a nessuno. ­Cosa mi ha mai dato il tea­tro perché io debba difenderlo?” Questi sono i cantanti che si riten­gono furbi. Dobbiamo confessa­re che, di fronte a tanta superficia­lità e grossolanità, restiamo per­plessi. Ma è chiaro che non pos­siamo lasciar correre.
Forse la «furberia» consiste nel­l’approfittare dell’occasione per agguantare qualcosa; forse è quel­l’istinto che suggerisce all’anima­le in difficoltà una via di scampo. Si tratta di tipi differenti di furbe­ria, ma raggiungono un vantaggio immediato. Sono dettati dal sen­so pratico, non da pensieri e con­siderazioni logiche. Finiscono lì: non hanno mire che di immedia­ta sopravvivenza, non eliminano i pericoli per il futuro, né ripro­pongono le occasioni vantaggio-se. Tuttavia la persona superficia­le dà loro un’importanza fonda­mentale ed è capace di regolare sulla «furberia» la propria vita. Così, senza accorgersene, si dan­neggia.
Che furberia può essere, nell’at­tuale situazione del teatro lirico, pensare solo a se stessi e ai propri contratti? Forse arrovellarsi perché non ne arrivano abbastanza e fa­re a gomitate, genuflettersi e peg­gio, per ottenerne uno. Riducen­dosi poi ad inveire sterilmente quando non arriva neppure quel­l’unico. Che furberia è non riflet­tere neppure per un momento sul­le cause della situazione e trarne le logiche conseguenze? I contratti sono pochi perché le recite e le opere programmate sono sempre più poche e diventeranno ancora meno; le opere e le recite sono in diminuzione perché i fondi desti­nati alla cultura musicale e al la­voro degli artisti vengono sperpe­rati in una programmazione falli­mentare, costosa, sfarzosa e in una gestione teatrale irresponsabile che nulla hanno a che spartire con la cultura vera e propria; lo sper­pero e la follia gestionale sono at­tuate perché i dirigenti non sanno amministrare, spesso non cono­scono la materia su cui sono chia­mati a d
are direttive e a fare scelte. In questo stato di cose il teatro è condannato alla fine, a una fine ingloriosa perché contrassegnata da una lenta decadenza, da un di­sfacimento miserabile.
Che cosa pensano di poter fare questi cantanti tanto «furbi» se il teatro lirico non esisterà pratica­mente più?
Tutto fuorché vivere di teatro.
Allora, in conclusione, se questi cantanti fossero più furbi - o me­glio, più intelligenti - cerchereb­bero con tutte le loro forze - fin­ché ne sono in tempo - di difen­dere il teatro da una genia che lo sta rovinando.
Chiederebbero un rinnovamento della politica teatrale, si schiere­rebbero per la professionalità e la meritocrazia delle cariche dirigen­ziali, si unirebbero per costituire una forza, una potenza - come hanno fatto da tempo altri lavo­ratori dello spettacolo - e soster­rebbero un’organizzazione sinda­cale che prende delle iniziative per promuovere la soluzione dei pro­blemi che li interessano.
Il sindacato, fondato da pochi ma intelligenti artisti, c’è già: ha lot­tato misconosciuto, fra l’indiffe­renza e spesso l’inimicizia di mol­ti, ha conquistato delle posizioni per gli artisti. Le offre a tutti gli artisti. Non rimane che approfit­tarne, cogliere quest’occasione per pensare seriamente al proprio do­mani.
Chi ostenta una «furbizia» che non porta a soluzioni durature, si­cure, riconosciute, non solo è uno sciocco ma un nemico di se stesso.
Giuseppe Zecchillo



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