ZECCHILLO==Come fini il racket della lirica

Ma la battaglia che hanno sostenuto non deve

16/set/2004 18.33.31 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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Nostro Giornale Luglio-Agosto 1987
Organo di Stampa Ufficiale degli Artisti Lirici


Come finì il racket della lirica
È merito di un coraggioso gruppo di artisti se oggi Pavarotti e molti altri bigs sono miliardari





La storia degli artisti lirici non annovera solo successi e trionfi, ma anche capitoli penosi, dai retroscena talvolta ­squallidi. Uno di questi capitoli si uso non molti anni fa per merito di un piccolo ma coraggioso gruppo di cantanti, i cui nomi sono tuttora sconosciuti alla maggior parte del mondo.
Ma la battaglia che hanno sostenuto non deve essere dimenticata.
Per una secolare consuetudine, artisti lirici e agenti teatrali hanno costitui­to un binomio inscindibile, basato ap­parentemente su una reciproca utilità. L’agente si teneva in contatto con le scuole di canto e segnalava ai teatri i talenti artistici più promettenti, poi - ovviamente - diveniva l’intermedia­rio di tutta la loro carriera. Questo si­stema aveva i suoi vantaggi, sia per il cantante che per l’agente, ma aveva an­che risvolti pesantemente negativi.
Nella fase ascensionale della car­riera del cantante, l’agente si arricchi­va; quando la voce e la fortuna comin­ciavano a calare, l’agente abbandona­va completamente la miniera ormai sfruttata e il cantante - per quanto brillante fosse stata la sua stella e famoso il suo nome - finiva poverissi­mo e ignorato.
Sembra impossibile, eppure questa è realtà: sono ancora vivi alcuni di co­loro che possono testimoniare per averla vissuta, come ha fatto il grande ­baritono Giuseppe Manacchini da queste stesse pagine.
Era possibile, perché quando piovevano ­i contratti, le abbondanti somme guadagnate dall’artista finivano quasi tutte nelle tasche del suo agente; l’arti­sta non aveva margine per provvedere al domani e, con l’età, sopravveniva la miseria, l’avvilimento, l’elemosinare da un agente all’altro. E l’agente che ave­va carpito tutto, allora umiliava, scac­ciava, negava persino la pietà. Le bio­grafie degli artisti lirici del passato ab­bondano di episodi del genere, di tristissimi epiloghi. Io stesso ne sono stato spettatore e non riesco ancora a dimen­ticare quell’esperienza angosciante.
Eppure i cantanti accettavano questo sistema come fosse ineluttabile e mai pensavano di potervisi sottrarre, per­ché ad esso era legata la loro possibi­lità di lavorare. Così gli agenti diven­nero sempre più esosi.
Si arrivò - è storia abbastanza recente- ai cosiddetti «contratti-capestro». Erano stipulati per 5 anni, ma auto­maticamente si rinnovavano, perché il cantante, se avesse osato rifiutarli, era finito. Non lavorava più.
Il «contratto-capestro» dava facoltà all’agente di riscuotere e trattenere tutti i cachet degli artisti della sua «scude­ria» in cambio. - - di uno stracciatissi­mo stipendio mensile. Vale a dire che l’agente spingeva la sua rapacità fino a trattenere il 70, l’80 e, in certi casi, anche il 9007o dei guadagni degli arti­sti lirici. Era un vero e proprio racket. La vecchiaia e la malattia erano pro­spettive terribili e spaventose per i can­tanti a quel tempo. Come giustamen­te qualcuno ha detto, chi puntava la propria vita sulla voce, si giocava tut­to l’avvenire per una breve partita di ap­plausi. Finché, maturando una co­scienza sociale, sorse quel piccolo gruppo di coraggiosi, disposti a giocar­si tutto per farsi giustizia, per ripulire il mondo della lirica dallo sfruttamen­to. Fu la denuncia e duri anni di sacri­fici per ottenere testimonianze e pro­ve; furono odiati da tutti, persino dai colleghi, che non si esponevano ma che temevano, senza un agente in stretto rapporto
con i teatri, di non potersi più procurare il lavoro. Ma infine, dopo un lungo processo, gli agenti sfruttatori vennero condannati e la mediazione del lavoro proibita dalla legge.
Oggi gli artisti possono disporre, e giu­stamente, di tutto quello che guada­gnano, che è frutto dei loro talenti, stu­di e professionalità. Oggi, i grandi no­mi, i bigs della lirica, possono essere anche miliardari e c’è qualcuno che, per non pagare neppure le tasse, chiede la cittadinanza del Principato di Monaco. Eppure, alcuni di questi bigs, non a ca­so faccio il nome di Pavarotti, rimpro­verano a quei colleghi che hanno af­frontato e debellato il racket in Italia, di aver eliminato, insieme agli agenti teatrali, anche quello che di positivo c’era nel loro operato. Pavarotti cita l’e­sempio di quegli agenti che aiutava­no i cantanti agli esordi, scoprendo nuovi talenti, convincendo i dirigenti teatrali a farli debuttare, arrivando, in qualche caso, ad anticipare le spese per il perfezionamento di quei giovani do­tati di voci eccezionali. Sì, e vero, ce n’e­rano di questi che investivano nella li­rica, ma poi non si limitavano a trar­ne un giusto reddito; vi speculavano s
enza scrupoli, sfruttando fino all’os­so e gettando via il limone spremuto. Pavarotti cita solo l’esempio positivo, ma si dimentica dell’altra faccia della medaglia. Si dimentica e con lui tanti altri, come Carroli, Bruson, Luchetti ecc. che se non fosse stato per quei po­chi colleghi audaci e dignitosi, oggi egli non godrebbe gli agi della ricchezza e domani, non avendo potuto mettere da parte neppure una lira, sarebbe costret­to forse anche a pietire davanti ai suoi sedicenti benefattori. Finirebbe, dopo aver lavorato tutta la vita, miseramente come i suoi antichi e vecchi colleghi. Quel piccolo gruppo di coraggiosi è an­cora sulla breccia per evitare che il rac­ket - sia pure in forme diverse, ma for­se anche peggiori - si riproduca e pro­liferi sulla pelle e sul lavoro degli arti­sti lirici. Anche gli artisti, come ogni altro professionista, devono avere sicu­rezza e dignità durature. Oggi è inac­cettabile che l’arte debba essere solo una stagione luminosissima, ma socia
l­mente effimera e fatale. Ecco perché si deve rifiutare la restaurazione del mo­nopolio degli agenti teatrali.
Giuseppe Zecchillo



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