ZECCHILLO==Un feroce potere musicale i cui boss stanno all'estero

alcuni anni a questa par­te, ha dato uno sguardo ai cartel­loni delle

16/set/2004 19.26.16 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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Nostro Giornale Marzo-Aprile 1987        
Organo di Stampa Ufficiale degli Artisti Lirici
 
 
LA MAFIA DELLA LIRICA
UN FEROCE POTERE MUSICALE I CUI BOSS STANNO ALL'ESTERO
La legge che tutela gli artisti italiani viene calpestata e il Ministero
Spettacolo, cui spetta di vigilare, non è mai intervenuto
 



Chi, da alcuni anni a questa par­te, ha dato uno sguardo ai cartel­loni delle programmazioni liriche e concertistiche dei teatri d'opera italiani si sarà accorto che la par­te del leone è stata riservata, nei ruoli primari, ad artisti lirici stra­nieri; non soltanto a quelli che brillano, nel firmamento interna­zionale, di rara luminosità, ma an­che a quelli dotati di luci più o me­no fioche. Se per i primi non vi sono contestazioni da promuovere, la presenza degli altri è meno com­prensibile e meno giustificabile, dato che esuberante è l'offerta de­gli artisti nostrani. Legittima è quindi la protesta di questi che ve­dono in patria frustrate le loro aspirazioni, costretti a segnare il passo, in attesa di sporadiche scrit­ture.
La legge 800 ha, in qualche mo­do, provveduto a tutelare con al­cuni suoi articoli, i diritti degli ar­tisti lirici italiani. Infatti dispone che gli enti lirici si possono servi­re nei ruoli primari, soltanto di un terzo di artisti stranieri, mentre per i teatri di tradizione (che una attuale proposta di legge inopina­tamente ignora) l'autorizzazione, per l'impiego di cantanti stranie­ri, è ridotta ad un quarto, sempre che sulla piazza italiana non si tro­vassero contanti di uguale stazza. Ma, siccome in Italia, assai spes­so, fatta la legge si trova il modo di ingannarla, queste regole non sono state che parzialmente rispet­tate, eluse dai soliti «escamota­ges» favorite da contraddittorie disposizioni, nel disinteresse dei «vigilantes». Così si rileva da re­soconti giornalistici, riportanti ri­sultati di indagini statistiche che, mentre nei teatri stranieri la pre­senza dei cantanti nostrani è con­tenuta in piccole percentuali, gli stranieri compaiono sui palcosce­nici ital
 iani per interpretare ruoli primari, in percentuali che supe­rano il settanta per cento. Come mai sta accadendo tutto questo? Per rigurgiti esterofili, a cui facil­mente l'italiano s'inchina, dispo­sto a considerare migliore l'erba sue cresce nei campi d'Oltralpe e .2 'Oltreoceano?
Può darsi che in parte c'entri an­che l'esterofilia, ma c'è dell'altro, che nasce da consistenti giri d'af­fari, legati agli interessi delle mul­tinazionali del disco, alla prepon­derante forza e influenza delle agenzie straniere, che in Italia non trovano concorrenza, poichè più non esistono, sparite, forse per de­generazione di comportamento, ma non sostituite da altri organi­smi pubblici o parapubblici, ne­cessari per far fronte all'invaden­za straniera, nell'ambito di una sti­mo/ante concorrenza, allo scopo di valorizzare i/patrimonio degli artisti lirici italiani che, tuttora, non è meno ricco d'un tempo di ugole valenti. Si è andato, in tal modo, formando uno star-system, una specie di hortus conclusus, dove entrano bravi e mediocri da valorizzare sui palcoscenici italia­ni. Uno star-system non più ispi­rato ai principi meritocratici, ma alla filosofia del business.
Scrive Giorgio Gualerzi, critico at­tento e documentato: «Lo star­system non solo c'è, ma anzi ap­pare come una delle cose terribil­mente serie che esistono, domina­to da regole precise che ne assicu­rano il corretto funzionamento e non ammettono (<sgarri»: un fer­reo e per certi aspetti «feroce» si­stema internazionale di governo della pratica musicale, le cui leve stanno saldamente all'estero. Ciò spiega chiaramente, al di là delle clausole previste dalla normativa Cee, la crescente e ingiustificata invasione, sia nei nostri teatri sia nei «cast» discografici delle ope­re italiane, di cantanti stranieri che, a parità di valore (o non va­lore), tolgono lavoro ai nostri». Di fronte a questo andazzo che mortifica e ghettizza le nostre ugo­le, poco si è fatto per far rispetta­re le norme che già esistono e per produrre una nuova legge, da tem­po annunciata, che ordini i/settore dello spettacolo, razionalizzi il sistema dell'ingaggio dei cantanti, dando la precedenza ai nostri,
 dis­solvendo le nebbie del sospetto e dei giudizi temerari.
Nando Avanzini
(dalla «Gazzetta di Parma»)
 

Lo SNAAL - organizzazione sindacale degli artisti lirici - è più volte intervenuta in Com­missione Centrale Musica, alla presenza dei ministri che si so­no succeduti in questi ultimi sei anni, sollecitando la vigilanza del Ministero, in base all'art. 5 della Legge 800/67, sulle inadempienze di legge operate dai dirigenti in favore dei cantanti stranieri.
Solo invocando l'intervento del­lo stesso Presidente del Con­siglio dei Ministri, Bettino Cra­xi, lo SNAAL ha ottenuto, per una stagione, che le per­centuali di legge fossero rispet­tate.
Per il resto, i dirigenti teatrali, politicizzati e aderenti alla po­tente organizzazione AGIS, han­no sempre avuto buon gioco presso i precedenti Ministri, che non si sono mai degnati di vigilare sulle gestioni.
La reazione degli artisti italiani di fronte al potere delle multina­zionali del disco, che impongo­no cantanti stranieri anche non qualificati e debuttanti, e di fronte ai dirigenti, protetti dal­la ("longa manus" dell'AGIS, deve essere compatta, cosciente e irriducibile.
Vogliamo una nuova normati­va ben precisa, che non ammet­ta scappatoie e che penalizzi i responsabili di inadempienza.
LA LEGGE NON DEVE FA­VORIRE I GRUPPI DI PO­TERE, MA TUTELARE LA TOTALITÀ DEI LAVORA­TORI.
G.Z.


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