ZECCHILLO== E giuntto il momento di pensare a cose serie.

25/set/2004 17.52.26 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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ZECCHILLO== E giunto il momento di pensare a cose serie

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Basta con la lirica come folklore
È GIUNTO IL MOMENTO DI PENSARE A COSE SERIE
Le difficoltà vocali di Pavarotti, la fuga della Sutherland fanno notizia, ma i danni della lirica e della cultura non sono questi e la stampa li elude.



Mi amareggia, devo dirlo, mi fa proprio tristezza constatare il comportamento antigiornalistico di certa stampa italiana (anche di quotidiani o settimanali cosidetti importanti) nei confronti della liri­ca. Perché dico «antigiornalisti­co’~ perché il giornalismo prima di tutto è informazione, cioè veri­tà, chiarezza, fatti e dopo, solo do­po, è «notizia», definendo - com’è d’uso - con questo termine tutto ciò che possa destare curiosità, scalpore e persino scandalo. Inve­ce, per quasi tutta la stampa, al­meno per quanto riguarda la liri­ca, il criterio è invertito: prima vie­ne la «notizia» (nell’ordine: scan­dalo, scalpore, curiosità) e poi... poi non viene più nulla. Il momen­to dell’informazione, stranamen­te, viene eluso. Perché? Sorgono molti dubbi: o I giornalisti non co­noscono a fondo i fatti e quindi si attengono al superficiale; o non si danno pena di conoscerli per evi­tare l’argomento serio e in defini­tiva meno divertente della «noti­zia»; o non vogliono conoscer
e i fatti per non doversi addentrare in acque «pericolose”, dove si ri­schia di «speronare» l’establishe­ment, il potere. A questa stregua, verità e chiarezza non sono nep­pure in campo; restano in naftali­na in qualche angolo scuro, forse nel subconscio di tante riverite fir­me. Non mi si accusi di generaliz­zare, ma sono realmente pochissi­mi i nomi che, quando si tratta di lirica, affrontano il tema con lo stesso illuminato impegno che ri­servano ad altre questioni. Alle volte mi sono domandato se que­sto atteggiamento non abbia radi­ci storico-sociali; come se il tem­po fosse passato invano e non so­lo il pubblico (che, in linea di mas­sima, prende quello che gli si dà)
ma gli stessi operatori dell’infor­mazione siano rimasti ancorati a un’immagine della lirica ancora ottocentesca, quando l’opera era fatta solo da personaggi mitizzati dai «patiti» e dal popolo; perso­naggi ai quali venivano staccati i cavalli dalle carrozze per essere portati, a forza di braccia, in trion­fo per le vie cittadine.
Oggi non è più così: dietro le quin­te, negli uffici, non si svolgono so­lo litigi fra prime donne, capricci e bizze per scavalcare un rivale o per ottenere un carattere tipogra­fico cubitale per il proprio nome sul cartellone. Oggi la scelta del cantante è, quanto meno, secon­daria (errore di cui il pubblico si è accorto da un pezzo e sono anni che quello vero, che sta in loggio­ne, si sgola a fischiare). Oggi, pri­ma di scritturare un cantante o un direttore d’orchestra, di devono fare i conti con la lottizzazione, per distribuire il lavoro ai registi, agli scenografi, ai costumisti di questo o quel colore politico, che diano l’impronta di una certa ideo­logia allo spettacolo. E prima an­cora, si costituiscono gli staff diri­genziali, organizzativi e programmativi, di un teatro, prendendo gli ordini da personaggi politici che «devono» dividersi le zone d’in­fluenza in base a un preciso fra­zionamento.
Possibile che tutto questo i gior­nalisti non lo sappiano ancora?
Eppure, anche quando in un tea­tro importante succedono (non di rado, da qualche anno a questa parte) fiaschi solenni, proteste veementi del pubblico, fischi e ru­more, anche i recensori delle rivi­ste più qualificate quasi mai van­no a vedere cosa c’è dietro quel «finimondo”. Si limitano a com­mentare che i loggionisti sono
«passionali», o «maleducati», o che agiscono per partito preso. Alla fine, molto spesso, i lettori non possono capire se lo spetta­colo sia buono o cattivo, se il cast di canto sia valido o meno, se la cultura sia stata attuata o prevari­cata.
Il pubblico non sa ancora - perché nessuno gliel’ha mai detto - come mai, da qualche tempo, si metta­no in scena opere per le quali è necessario un cast d’importazio­ne, mentre i nostri cantanti dei ruoli protagonistici restano senza lavoro; come mai ci siano degli Enti lirici che, da troppo tempo, hanno tre quarti del cartellone oc­cupato da opere di edizione stra­niera, specialmente dei Paesi dell’Est; come mai alcuni cantanti dei suddetti Paesi, già protestati dal pubblico perché squalificati, continuano ad apparire nei mag­giori Enti lirici; come mai si scel­gano certi protagonisti stranieri a cui manca ogni traccia di dizione italiana e persino di voce adatta ai ruoli, mentre gli artisti italiani qualificati, specialmente i giova­ni, non trovano modo di inserirsi nel mondo del lavoro.
Ma tant’è, per certi recensori - la stragrande maggioranza - la rau­cedine di Pavarotti alla Scala me­rita tre o quattro colonne di stam­pa, Insieme alla fuga di Joan Su­therland dall’Opera di Genova. Giusto e anche necessario, ma a conclusione della cronaca di que­sti incidenti, ci amareggia vedere la solita «uscita» ormai standar­dizzata: le cose nei teatri lirici vanno male perché lo Stato ritar­da l’emissione delle sovvenzioni. Ma chi l’ha detto? da dove viene questa «notizia”? dai responsabili delle tante carenze evidentemen­te, perché sappiamo bene - essendo nella Commissione Centrale Musica del Ministero dello Spetta­colo - che lo Stato emette subito l’80»/o delle sovvenzioni; come sappiamo bene che, ad ogni chiu­sura di bilancio, lo Stato «sana» i deficit astronomici con la solita “legge ponte”..
Ma perché questi spaventosi defi­cit? possibile che a nessun orga­no di stampa venga l’idea di inda­gare? Invece di raccontare solo che Pavarotti è stato fischiato, perché non si indaga seriamente su tante amministrazioni deficita­rie per costume? Perché un’opera deve costare un miliardo e sette­cento milioni? perché l’allesti­mento più «di routine» deve valere dai quattro ai cinquecento milio­ni? Su questi fatti la stampa nor­malmente sorvola, li accenna e scantona, rifugiandosi nel luogo comune.
Così si elude il diritto-dovere di in­formazione e non si rende un ser­vigio nè al pubblico (che è poi an­che il contribuente) nè al teatro li­rico, nè alla cultura. Si dovrebbe avere il coraggio di dire - come qualche giornalista ha già fatto - e di ripetere fino alla saturazione che il tale Ente lirico va male per­ché i responsabili dell’organizza­zione e della programmazione so­no gente digiuna di teatro; che nel tal’altro Ente l’ufficio-stampa ha un bilancio separato e gestito privatisticamente; che qua certe re­gie faraoniche (e di classico in­successo) sono costate un occhio solo per dare spazio a certi nomi legati ai partiti e così pure certe scenografie; che là si dilapidano cifre ragguardevoli in costumi di rinomati stilisti per buttare polve­re negli occhi e nascondere deficienze artistiche; che altrove si spendono miliardi in edizioni im­portate per giri di clientelismo e di rapporti politici. Insomma, perché si paga con i soldi della cultura tutto ciò che cultura
non è.
È tempo, dunque, di disfarsi dell’immagine bozzettistica, folk­loristica e persino macchiettistica della lirica, basata sulle ugole e sulle «defaillances» di pochissi­mi «divi» e cominciare a vedere questa lirica per quello che è: un convoglio culturale al servizio di tutti, che va difeso dal magma dei grossi e spesso grossolani inte­ressi che lo stanno snaturando e alienando.
Giuseppe Zecchillo

BASTA CON LA LIRICA COME FOLKLORE È GIUNTO IL MOMENTO DI PENSARE A COSE



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