Dal CONSERVATORIO ALLA CONTESTAZIONE

Gallerie, dove abitualmente si incontravano - a quei tempi - impresari in cerca

21/ott/2004 21.50.11 Giuseppe Zecchillo Contatta l'autore

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Perché DAL CONSERVATORIO ALLA CONTESTAZIONE: I giovani devono sapere



La mia grande vocazione è nata dall'episodio scioccante che ho vissuto con il grande baritono Carlo Galeffi

Di Giuseppe Zecchillo

L'idea di battermi per la condizione ottimale degli artisti lirici - un lavoro autonomo, sereno e dignitoso - mi è venuta tanti anni fa , quando ero agli inizi della carriera. Allora non avevo altra preoccupazione che affermarmi. Appena uscito da dal Conservatorio con un bel diploma, cominciai a fare il giro delle agenzie. In ognuna mi chiedevano se avessi già debuttato e, alla mia risposta negativa, mi dicevano: "Devi prima debuttare. Poi torna qua". Ma come, dove, fare questo indispensabile debutto? Un anziano tenore mi consigliò di frequentare la Gallerie, dove abitualmente si incontravano - a quei tempi - impresari in cerca di cantanti e viceversa. La Galleria Vittorio Emanuele, come tutti sanno, si estende fra piazza Duomo e piazza la Scala. Sotto le sue imponenti arcate si aggiravano, per lunga tradizione, impresari d'infima categoria e cantanti senza lavoro. Quegli impresari non guardavano tanto per il sottile pur di imbastire uno spettacolo nei paesi del circondario,
in sale spesso di risulta, generalmente dei cinema, senza luci adatte, senza scene, con costumi arraffazzonati. Lo spettacolo faceva comunque leva su un nome conosciuto, che attirasse al gente. Si trattava sempre di cantanti del passato, ormai in declino. Bazzicando quella specie di impresari fui presentato a Carlo Galeffi. Nell'udire il suo nome, quasi svenni dall'emozione. Era il nome di un grande, da me venerato. Guardavo a lui come a un maestro, una celebrità, un artista glorioso. Galeffi si accorse del mio turbamento e, per sollevarmi dall'imbarazzo, mi invitò a passeggiare con lui. Da allora le passeggiate, avanti e indietro per al Galleria, si ripeterono quotidianamente per mesi, durante i quali ebbi modo di rendermi conto che il mitico nome di Galeffi era uno di quelli che serviva agli impresariucoli di provincia per strombazzarlo su manifesti e locandine allo scopo di fare accorrere il pubblico paesano agli spettacoli più modesti. Galeffi aveva, all'epoca, 70 anni.

Pura avendo mietuto successi nei maggiori teatri internazionali, era giunto alla vecchiaia in gravi difficoltà economiche e si adattava oramai a lavorare anche nei teatri più sperduti per tirare avanti. Il suo nome bastava ancora a riempire le sale, ma per lui diventava sempre più difficile ottenere una scrittura. Quella specie di Via Crucis in Galleria durò parecchio, finché io vinsi il Concorso ASLICO, debuttai in "Traviata" nel ruolo di Germont, accanto a Renata Scotto, anch'essa esordiente.

Fui quindi accolto dall'agenzia di Liduino Bonari, che praticamente deteneva il monopolio del teatro lirico. La grande anticamera dell'agenzia era arredata con una sfilza di panche, sulle quali i cantati si sedevano ad attendere l'eventuale chiamata, o lo sperato colloquio con il potente mediatore, arbitro di creare e di distruggere. Liduino, per un disturbo senile, aveva spesso bisogno di andare in bagno, che si trovava in fondo all'anticamera. Uscendo dal suo ufficio, era costretto quindi ad attraversare l'intera stanza. Ogni volta che la porta dell'ufficio si apriva e l'agente appariva fra gli astanti, un vocio di saluti ossequiosi si levava; alcuni artisti, più suggestionati dagli altri, si rizzavano addirittura in piedi sperando di farsi notare, ma tutti seguivano con il capo il passaggio di Liduino, anelando un suo sguardo, un segnale impercettibile, un cenno di benevolenza.

Era il ripetersi di una scena patetica e miserevole insieme, che non riuscivo ad accettare. Poi accadde un fatto che mi fece molto riflettere. Un giorno, mentre salivo le scale dell'agenzia, che era la più introdotta presso i teatri, udii Liduino inveire all'indirizzo di Galeffi, trattandolo come un fallito, con parole arroganti e offensive. Stavo per entrare, quando l'uscio si aprì e ne uscì il vecchio artista con il viso sconvolto; mi riconobbe e mi gettò le braccia al collo scoppiando in lacrime. Lo accompagnai fuori e insistetti per sapere cosa fosse successo. L'anticamera di Liduino, che mi era apparsa come un luogo di lamentele e di umiliazioni, era però anche un luogo di grandi incontri: i direttori artistici di tutto il mondo vi approdavano per organizzare i cartelloni dei loro teatri. Quando questi importanti dirigenti vedevano il celebre Galeffi fare anticamera con glia altri, si stupivano, gli andavano incontro, lo abbracciavano. e Liduino si adombrava. Non poteva
rivelare ai dirigenti che ne domandavano, che il baritono Galeffi, già trionfatore nel mondo, era in umile attesa di un'occasione per sfamarsi perché il suo agente, cioè Liduino stesso, lo aveva sfruttato portandogli via tutti i suoi guadagni e lasciandogli delle briciole. Ecco perché si era risolto a cacciarlo: non gli serviva più per le sue speculazioni e, in più, gli guastava l'immagine della sua grande agenzia. La faccia di Galeffi era quella del suo rimorso, da rimuovere ad ogni modo.

In quel momento decisi che, non appena avessi avuto i mezzi e gli strumenti adatti, mi sarei dedicato alla difesa della dignità professionale dell'artista lirico, contro qualunque prevaricazione, sfruttamento, emarginazione. Anzitutto rifiutai un "contratto-capestro" che Liduino tentò di far firmare anche a me.

Con quel tipo di contratto, il cantante cedeva all'agente tutti i propri cachet di un modesto stipendio mensile. Il contratto, formalmente, durava 5 anni, ma doveva intendersi tacitamente rinnovabile, perché il cantante che voleva romperlo, veniva letteralmente messo fuori dal giro.

Il mio lavoro prese allora a diminuire. Me la cavavo ugualmente perché erano i direttori d'orchestra e gli autori delle opere contemporanee a richiedermi. Rimanevo comunque fermo nel mio proposito di non fare la fine di Galeffi e di tanti altri, che erano stati spremuti dagli agenti nel periodo migliore e poi, per sopravvivere in vecchiaia, si erano ridotti a mendicare una recituccia. Covavo l'idea di oppormi alla realtà di cantanti che, lavorando, diventavano sempre più poveri, mentre gli agenti, standosene ben pasciuti nei loro uffici, diventavano sempre più ricchi e arroganti.

E fu così che, raccolte alcune prove dei loro reati, di denunciai nel 1964. vinsi la causa: glia genti furono condannati a tre mesi di galera, oltre che diffidati a ripetere il reato. Ma io non ero soddisfatto. Sentivo che il pericolo era sempre dietro l'angolo. Perciò fondai lo SNAAL, per dedicare tutto me stesso ai diritti degli artisti lirici, primo fra tutti il lavoro. Nel prosieguo di tempo, quando gli agenti si ripresentarono alla ribalta, camuffati da "rappresentanti", e cominciarono, a poco a poco, a dimostrarsi lupi sotto la pelle d'agnello, lo SNAAL ripresentò una serie di denunce che impedirono, se non altro, il ripetersi di "contratti-capestro". Se non ci fosse stato lo SNAAL, oggi Pavarotti, i Bruson, i Raimondi, le Cossotto e le Kabaiwanska sarebbero in miseria. Se non ci fosse lo SNAAL, sarebbero nuovamente in vigore i contratti capestro più spietati che mai.



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