LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO-Sostegno al Referendum Brasiliano-SI per l'abolizione del commercio delle armi

11/set/2005 14.00.02 assgentedel2000 Contatta l'autore

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LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO
SOSTEGNO al REFERENDUM  Brasiliano :"Si per l'abolizione del commercio delle armi "

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Numero 1050 dell'11 settembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Aldo Capitini: La nostra marcia
2. Disarmare gli assassini. Si', si puo'
3. Normanna Albertini: Si'
4. Luciano Benini: Si'
5. Roberto Del Bianco: Si'
6. Agnese Ginocchio: Si'
7. Riccardo Orioles: Si'
8. Jean-Marie Muller: Terrorismo
9. Monica Lanfranco colloquia con Maria G. Di Rienzo sulle donne e il potere
10. Cinque meditazioni di Luca Sassetti
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. MAESTRI. ALDO CAPITINI: LA NOSTRA MARCIA
[Da Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, pp.
212-213. Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e
perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative
per la nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu'
grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo
Capitini: la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo
e vari collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977
(che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche'
integrale - ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche
dell'epoca - bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato
ripubblicato il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano
1989; una raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione,
Linea d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti Le
ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di
"Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta@sis.it, sito:
www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi
ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i
fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di
tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di
opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi,
Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo
Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle
singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998,
2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico
de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Federica
Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella,
Assisi 2004; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps@libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni@libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
e-mail: azionenonviolenta@sis.it]

Inoltre una marcia non e' un congresso, dove pochi parlano e molti ascoltano
e non tutti capiscono; in una marcia si e' tutti uguali, il contadino e
l'intellettuale, la donna lavoratrice e la studentessa...
In modo particolare nella nostra marcia abbiamo alzato la parola della
nonviolenza.

2. EDITORIALE. DISARMARE GLI ASSASSINI. SI', SI PUO'

Il modo piu' semplice per disarmare gli assassini e' cessare di mettere a
loro disposizione le armi. Basta cessare di metterle in circolazione, basta
cessare di produrle.
Il 23 ottobre in Brasile uno storico referendum chiedera' all'intera
popolazione di decidere se cessare di mettere armi a disposizione degli
assassini. Di decidere se salvare la vita a innumerevoli persone. Votando
si' il popolo brasiliano puo' salvare subito molte vite, e puo' dare immensa
una lezione e una speranza al mondo intero: che sia possibile un mondo in
cui la vita umana valga piu' dei profitti dei mercanti di morte, che sia
possibile un'umanita' che sceglie la vita, la convivenza, la gestione
nonviolenta dei conflitti, la pace, anziche' la guerra, il terrore,
l'uccidersi.
Vinca l'umanita' oggi in Brasile, e domani ovunque. Aiutiamo le sorelle e i
fratelli che in Brasile si stanno impegnando perche' l'esito del referendum
sia il si' all'umana vita, il si' al disarmo, il si' alla civile convivenza,
il si' alla solidarieta' tra tutti gli esseri umani.
Chiediamo ancora a chi ci legge di promuovere anche qui in Italia
informazione e sensibilizzazione, e di sostenere moralmente e materialmente
le sorelle e i fratelli brasiliani impegnati per il si' al referendum. E
ricordiamo ancora che per promuovere iniziative in Italia per sostenere la
campagna per il "si'" al referendum brasiliano per vietare il commercio
delle armi, si puo' contattare Francesco Comina in Italia (e-mail:
f.comina@ladige.it) e padre Ermanno Allegri in Brasile (e-mail:
ermanno@adital.com.br, sito: www.adital.com.br); che molte utili
informazioni sono reperibili nel sito www.referendosim.com.br; che il nostro
foglio in queste settimane ospitera' le dichiarazioni di sostegno al si' al
referendum brasiliano delle persone di volonta' buona che vorranno
intervenire per esprimere una persuasa ed attiva solidarieta'.

3. 23 OTTOBRE. NORMANNA ALBERTINI: SI'
[Ringraziamo Normanna Albertini (per contatti: normanna.a@libero.it) per
questo intervento. Normanna Albertini e' nata a Canossa nel 1956, insegnante
nella scuola elementare, vive e lavora a Castelnovo ne' Monti; e' impegnata
nel gruppo di Felina (Reggio Emilia) della Rete Radie' Resch, e quindi in
varie iniziative di solidarieta', di pace, per i diritti umani e per la
nonviolenza; scrive da anni su "Tuttomontagna", mensile dell'Appennino
reggiano. Opere di Normanna Albertini: Shemal, Chimienti Editore,
Taranto-Milano 2004]

Consideravo in televisione, in questi giorni, il diluvio biblico di New
Orleans. C'era un morto sulla strada, militari in giro, armi, carrarmati;
qualcuno dei superstiti che brindava su un balcone, a pochi metri dal
cadavere. Indifferenza. O peggio: non c'era tempo per raccattare i morti,
spiegava un soldato, si doveva provvedere ai vivi.
Ho avuto davanti, all'improvviso, l'immagine del disfacimento di ogni senso
etico, l'evidenza dolorosa della totale disumanizzazione della societa' che
dovrebbe esportare la democrazia nel resto del mondo.
Ho pensato a cio' che avevo udito dai vecchi alpini reduci dalla Russia, o
dagli scampati ai campi di concentramento, alle loro storie di solidarieta',
di sacrificio per aiutarsi l'un l'altro e sopravvivere. Al loro ripudio
assoluto delle armi. Al loro pianto: "Non si riesce a far capire quello che
abbiamo vissuto...". Al loro rammarico, perche' al tramonto della vita
vedevano nel mondo sempre piu' violenza, sempre piu' indifferenza al dolore
dell'altro. Erri De Luca, in "Alzaia", afferma che "indifferenza" non e'
infischiarsene del mondo, ma e' un disturbo della percezione per cui non si
riesce a distinguere la "differenza" tra realta' e messinscena. Si assiste
inerti ad una violenza perche' ci si sente semplici spettatori. E conclude
dicendo che l'indifferenza e' un torto contro il creato, non contro la
societa', perche' inceppa il lavoro della creazione, che non si e' esaurita
in sette giorni. Credo che rimanere fuori, insensibili alla miseria fisica e
morale (quanto e' paurosa e devastante la miseria interiore che permea il
nostro "ricco" mondo, dove buoni padri di famiglia vanno sui viali a cercare
dodicenni ucraine?) che noi stessi produciamo e poi sparare su chi ci
minaccia faccia sempre parte della stessa "indifferenza".
*
Negli stessi giorni, leggevo un manuale della Pastorale di strada dei
vescovi brasiliani e, intanto, dal Brasile mi arrivava la notizia (tra le
altre dei problemi di Lula con i corrotti del suo governo) del referendum
contro il commercio delle armi da fuoco e munizioni che si terra' il 23
ottobre.
Come non collegare l'uso delle armi da parte di comuni cittadini con la
creazione di quella "massa esuberante" di emarginati - che non e' un
"effetto collaterale" del capitalismo, ma e', visti i numeri, "l'effetto"
conclusivo del capitalismo - e che, a New Orleans, non ha avuto possibilita'
di fuga?
Recita il libretto dei vescovi "Vida e Missao", scritto ad uso degli
operatori tra gli homeless: "Gli abitanti della strada sono stati e sempre
saranno gli esclusi dal sistema, che nessuno vuole vedere, che scomodano
l'estetica della citta' e che, con le loro figure barcollanti e sporche,
denunciano che viviamo in una societa' che non e' quella sognata da Dio.
Frutto del sistema capitalista, storicamente sono stati considerati "massa
eccedente" in conseguenza dell'esodo rurale. La sua presenza, necessaria
allo sviluppo del Paese, ha permesso la realizzazione di costruzioni
faraoniche. Migravano dalla campagna e si offrivano come manodopera a buon
mercato alle grandi imprese. Oggi, il fenomeno "popolazione della strada" si
presenta come conseguenza del rigonfiamento delle citta' che, costruite da
loro, gia' non gli appartengono piu'. Nei paesaggi della citta', il popolo
della strada si presenta come un disegno vivo di una realta' che ci
interroga e ci disturba. Infinite volte siamo rimasti perplessi davanti ai
preconcetti e alle azioni che governi e societa' pianificano per nascondere
la loro verita'. Ricordiamo storie di "mendicanti che sono stati buttati nel
fiume"; di "mendicanti che sono stati presi con la forza e trasportati in
altre citta'"; di "mendicanti che sono morti bruciati vivi". Parallelamente
a questi abusi sociali e governativi, altre soluzioni "meno violente" sono
state create per rispondere all'esclusione. Sfortunatamente, nella loro
maggioranza, hanno carattere di politica di compensazione. Si consumano
milioni semplicemente per nascondere questo popolo, allontanandolo verso le
periferie o verso altri comuni, quasi sempre con l'intento di liberarsi di
loro".
*
Marcelo Barros, monaco benedettino e Priore del Monastero Anunciacao do
Senhor nella citta' di Goias, chiede, in una lettera, di "disarmare il cuore
per disarmare la nazione".
In sostanza, egli afferma che la maggior parte dei crimini perpetrati con
armi da fuoco accadono in famiglia o nel vicinato. Ci sono si' i morti
dovuti ad assalti o sequestri, ma, secondo le statistiche, pochissime volte
il fatto che il cittadino sia armato lo salva. Di solito, davanti ad
un'arma, un bandito, piu' esperto, spara per primo. Le industrie di armi
propongono che si disarmi il bandito, non il cittadino, ma che senso ha, se
la maggioranza delle vittime non sono dovute ad assalti o rapine, ma ad
episodi di violenza in ambito familiare, tra vicini di casa, colleghi di
lavoro o ex innamorati?
Inoltre, padre Marcelo se la prende con la stampa che bombarda continuamente
i cittadini con notizie di crimini terribili, trascurando le informazioni
positive, quelle che riguardano la costruzione, ogni giorno, della pace e
della solidarieta'. Molti giornali parlano della violenza quotidiana come di
una guerra civile non dichiarata. Cio' non e' corretto. Questo tipo di
violenza e' incidentale e non schiera in battaglia un popolo contro un
altro, una classe sociale o una razza in guerra per eliminarne un'altra. Chi
paragona la violenza nelle citta' brasiliane ad una guerra dovrebbe
ascoltare le testimonianze delle persone che vivono a Baghdad, nel Sudan, a
Bogota'. Legittima poi rimedi eccezionali affermare che si vive in una
situazione di guerra, legittima restrizioni delle liberta' democratiche e
maggiore repressione della polizia, attentando ai diritti umani e, in
pratica, non eliminando la violenza.
Conclude, Marcelo Barros, ricordando una citazione di Origene, teologo del
III secolo: "Quando Gesu', catturato dai suoi nemici, comando' a Pietro di
rimettere la spada nel fodero, ordino' a tutti i cristiani di bandire per
sempre qualsiasi forma di arma".
*
Anche i vescovi del Brasile sono intervenuti, il 15 agosto scorso, con una
nota a favore del referendum.
Scrivono, tra l'altro: "La Campagna di Fraternita' Ecumenica del 2005, sul
tema Solidarieta' e Pace, ha incentivato le Chiese nel Brasile ad unirsi
nella preghiera e nella promozione della cultura della pace. Un gesto
concreto suggerito per la Campagna e' la partecipazione al Referendum del
prossimo 23 ottobre, quando il popolo e' convocato a pronunciarsi sopra la
proibizione del commercio di armi da fuoco e munizioni in tutto il
territorio nazionale. Con il Referendum, siamo chiamati a contribuire
attivamente nel consolidamento delle istituzioni democratiche. Sara'
un'occasione storica per l'esercizio della sovranita' popolare attraverso il
voto. Come vescovi della Chiesa Cattolica e cittadini, ci schieriamo a
favore della proibizione del commercio delle armi da fuoco e munizioni.
Invitiamo i cristiani e tutte le persone di buona volonta' a votare si' in
questo referendum. Proibire il commercio e l'uso delle armi da fuoco e' un
passo decisivo, ma non sufficiente. Siamo contrari ad ogni forma di
violenza. Piu' che potenziare la Sicurezza Pubblica, e' indispensabile
educare alla pace e alla difesa della vita, attraverso pratiche di
nonviolenza attiva".
*
Nonostante le cattive notizie sul governo di Lula, la speranza viene
comunque dal Brasile? Una piccola luce, che rincuora, dopo l'orrore e il
degrado umano rivelati dal diluvio biblico di New Orleans: parola fine
all'"american dream", se ancora qualcuno ci credeva! Dice ancora Erri De
Luca che il vocabolo ebraico per "speranza" e' "tikva'", che significa anche
"corda": una corda (speranza) accompagna in esilio i deportati d'Israele e
una corda li riportera' a casa, riavvolgendosi senza spezzarsi. "Nella
parola tikva' c'e' il senso di essere legato a qualcuno e qualcosa che non
lascia soli. Non sempre la speranza mostra la sua fibra di canapo ritorto,
resistente. Pero' e' bello sapere che essa ha quella tenacia d'origine". Amo
pensare che chi spera e cammina su vie di giustizia sia legato e col-legato
da questa corda, una corda che ci unisce tutti e che ci trae, a forza, fuori
dall'indifferenza

4. 23 OTTOBRE. LUCIANO BENINI: SI'
[Ringraziamo Luciano Benini (per contatti: luciano.benini@tin.it) per questo
intervento. Luciano Benini, gia' presidente del Movimento Internazionale
della Riconciliazione (Mir-Ifor), da sempre impegnato in molte attivita' e
iniziative di pace e di solidarieta', e' una delle persone piu' prestigiose
dei movimenti nonviolenti in Italia]

Se fossi brasiliano, voterei a favore del referendum per proibire il
commercio delle armi da fuoco.
Sento gia' le obiezioni: le armi non sparano da sole, cio' che conta e'
cambiare il cuore; oppure, non si puo' negare il diritto alla legittima
difesa; e ancora, tanti lavoratori finirebbero senza lavoro, e cosi' via.
No, le armi e il loro commercio vanno abolite, spostando progressivamente il
diritto/dovere di dirimere e controllare i conflitti all'autorita' pubblica
e all'Onu. Ogni arma in mano ai privati legittima il tentativo di difendere
con la forza posizioni di privilegio, ruberie, situazioni di palese
ingiustizia.
Certo, occorre cambiare il cuore delle persone, certo, occorre eradicare le
situazioni di ingiustizia che generano violenza, certo, occorre dare
dignita' a chi non ce l'ha: ma non con la forza delle armi, ma con le leggi,
con la condivisione della vita, con la giusta distribuzione delle risorse.
So bene che Abele e' stato ucciso con una pietra, o forse con le mani nude,
ma oggi le armi distruggono vite umane a migliaia, possono far saltare
governi, possono consentire stragi e distruzioni.
Dire no al commercio delle armi e' una scelta culturale, e' dire no alla
soluzione violenta dei conflitti, e' aprire alla speranza della nonviolenza.
Dal giorno dopo del referendum, che ogni brasiliano senta questo come una
scelta di vita, personale e collettiva.

5. 23 OTTOBRE. ROBERTO DEL BIANCO: SI'
[Ringraziamo Roberto Del Bianco (per contatti: delbia@casamia.org) per
questo intervento. Roberto Del Bianco e' impegnato nell'esperienza di
Peacelink ed in molte inziative di pace e di solidarieta']

Quanto vale una vita?
Proviamo a immaginare una morte.
Gli occhi della propria coscienza che si spengono in un colpo, e fili di
anni e anni di storia del se' che svaniscono all'improvviso.
Un uomo che non e' piu'.
*
Quanto vale una vita, nei tempi della cronaca spicciola delle morti sempre
ripetute, banalizzate, e poi disperse dalle cellule della memoria oramai
incapace a fissare nel proprio cuore quei frammenti di sentimento che pure
erano e sono ancora dell'uomo?
Quanto vale...
*
Ed ecco un passo al contrario pero', sussurro dai meandri dei media
globalizzati. Una notizia non-notizia che si fa notizia vera, e vera di
speranza.
Si', quando la morte e' da altri voluta, vita assassinata dalle protesi di
morte, inventate dall'uomo-caino fin dai primordi dei secoli dei secoli. Le
armi che aiutano ad uccidere. Eppure...
Eppure queste protesi di morte, eccola la notizia, vietate, regolamentate
con maggiore efficacia, una "Campagna per il disarmo" in un Paese che non e'
di quelli sulla bocca di tutti, eppure...
Una notizia non-notizia che si fa notizia vera, e vera di speranza.
E le statistiche in un sussulto, numeri in crescita di vite risparmiate.
*
Globalizziamone il contenuto, diffondiamone lo spirito.
Dal Brasile, Sud America; terre di speranza di un'umanita' diversa dai
binari dritti del solito qualunque Occidente banalizzato.
Una notizia di speranza, chissa'...

6. 23 OTTOBRE. AGNESE GINOCCHIO: SI'
[Ringraziamo Agnese Ginocchio (per contatti: e-mail:
agnese.musica@katamail.com, sito: www.agneseginocchio.it) per questo
intervento. Agnese Ginocchio, "cantautrice per la pace, la nonviolenza,
contro tutte le guerre e le mafie", e' generosamente impegnata in molte
iniziative di pace, di solidarieta', per i diritti umani e la nonviolenza]

Come artista e come donna che cammina e lavora dal basso per la promozione
di una cultura di pace e nonviolenza e per la difesa dei diritti di ogni
essere umano, particolarmente degli ultimi, dei poveri e dei meno
considerati, offro il mio sostegno a favore del prossimo referendum in
Brasile per la proibizione del commercio delle armi da fuoco e di ogni
munizione, in quanto chiama in causa prima di tutto il sacro valore della
vita stessa.
Ogni arma da fuoco e' un ordigno micidiale inventato non per la difesa della
vita, bensi' per la morte.
Chi si attiva per la pace e la nonviolenza ogni giorno con i propri mezzi
deve fare il possibile e l'impossibile, con l'aiuto della Provvidenza, per
eliminare ogni radice velenosa che genera indifferenza e morte, e sostituire
a questa piaga la cultura della vita, dell'amore e dei diritti di ogni
persona.
Le parole non bastano piu'...
Ogni arma e' pura follia, stoltezza e illusione.
Ogni arma e' conseguenza dell'odio, e' negazione della vita, e' ribellione
verso Colui che della vita e di tutto il creato e' il sommo Fattore...
Mettiamo al bando la guerra e le armi. Mettiamo al bando la miseria e la
poverta'. Non c'e' tempo da perdere. Pace e sviluppo per una solidarieta'
globale e una nuova umanita'.
Mai piu' commercio di armi, ed invece sostegno a progetti di giustizia,
pace, solidarieta', sviluppo per le popolazioni povere.
Diamo voce, ali, speranza e canto alla pace.
Dunque forza e sostegno al referendum in Brasile.
Il mio concerto per la pace, la mia voce, la mia chitarra, stasera e il
prossimo 21 settembre ad Assisi sara' dedicato anche a favore di questa
campagna di solidarieta'.

7. 23 OTTOBRE. RICCARDO ORIOLES: SI'
[Ringraziamo Riccardo Orioles (per contatti: riccardoorioles@sanlibero.it)
per questo intervento. Riccardo Orioles e' giornalista eccellente ed esempio
pressoche' unico di rigore morale e intellettuale (e quindi di limpido
impegno civile); militante antimafia tra i piu' lucidi e coraggiosi, ha
preso parte con Pippo Fava all'esperienza de "I Siciliani", poi e' stato tra
i fondatori del settimanale "Avvenimenti", cura attualmente in rete "Tanto
per abbaiare - La Catena di San Libero", un eccellente notiziario che puo'
essere richiesto gratuitamente scrivendo al suo indirizzo di posta
elettronica; ha formato al giornalismo d'inchiesta e d'impegno civile
moltissimi giovani. Per gli utenti della rete telematica vi e' anche la
possibilita' di leggere una raccolta dei suoi scritti (curata dallo stesso
autore) nel libro elettronico Allonsanfan. Storie di un'altra sinistra.
Sempre in rete e' possibile leggere una sua raccolta di traduzioni di lirici
greci, ed altri suoi lavori di analisi (e lotta) politica e culturale,
giornalistici e letterari. Due ampi profili di Riccardo Orioles sono in due
libri di Nando Dalla Chiesa, Storie (Einaudi, Torino 1990), e Storie
eretiche di cittadini perbene (Einaudi, Torino 1999)]

Armi. Per la prima volta sono diminuiti i morti per armi da  fuoco in
Brasile: 3.234 in meno fra il 2004 e il 2003. Il merito e' della campagna di
"desarmamento" portata avanti dalle associazioni della societa' civile. Che
adesso festeggiano nelle piazze di San Paolo, Rio e delle altre citta'
brasiliane sventolando bandierine bianche (il simbolo della campagna) e
disponendosi in folla a formare il numero magico - 3.234 - delle vite umane
risparmiate.
Il Brasile non e' il piu' maschilista ne' il piu' "pistolero" fra i Paesi
americani. Qui il potere dell'arma non e' diventato adorazione (come in
Colombia o negli Stati Uniti) ma e' qualcosa di correlato alla miseria, alla
violenza, alla lotta di giungla e di favela. I piu' violenti, nelle citta',
probabilmente sono proprio i poliziotti; nelle campagne i "pistoleros" dei
latifondi, che corrispondono piu' o meno ai nostri vecchi "gabelloti" (che
poi si svilupparono in mafiosi). Preti, suore, sindacalisti, contadini
vengonno uccisi spesso, anche ai nostri giorni, da costoro.
Non c'e' mai stato un Far West, qui, nel mito: la "frontiera", in Brasile,
ha una storia relativamente pacifica, con molti episodi di fraternizzazione
con gli indios (questa e' una societa' multietnica) e coi "cattivi"
rappresentati quasi solo dai "mamelucos" (mammalucchi: il soprannome fa
capire cosa la gente ne pensava) mandati periodicamente dai proprietari e
dal governo ad attaccare gli insediamenti liberi e a razziare schiavi.
Mancano gli eroi "virili" e sputafuoco  (sceriffi, rapinatori, giudici,
vaccari) che hanno sedimentato invece la mitologia d'altri Paesi.
Alcune favelas del Brasile - e molte zone rurali - sono quasi un inferno
permanente. Dove tuttavia le atrocita' della Lousiana non si verificano, o
si verificano piu' raramente.
La cultura brasiliana, povera, magica e musicale, non e' infatti - nel suo
strato profondo - una cultura armata. E ora sta cominciando decisamente a
muoversi nella direzione del disarmarsi, del "non e' figo ammazzare".
Adesso c'e' il referendum - sempre della Campanha de Desarmamento - per
proibire il commercio delle armi da fuoco, cosa che potrebbe danneggiare i
nostri pacifici pacifici operai e padroni del Bresciano (la Beretta fa
pistole bellissime, e ne vende sempre piu' dappertutto) ma sarebbe una buona
cosa per tutti quei brasiliani che, destinati a diventare cadaveri dentro un
sacco, avranno qualche probabilita' in piu' di restare invece uomini, donne
e bambini vivi.
Bookmark: www.referendosim.com.br

8. RIFLESSIONE. JEAN-MARIE MULLER: TERRORISMO
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey@libero.it) per averci
messo a disposizione nella sua traduzione il seguente brano estratto dal
nuovo libro di Jean-Marie Muller, Dictionnaire de la non-violence, Les
Editions du Relie', Gordes (France) 2005, pp. 413, euro 12.
Jean-Marie Muller, filosofo francese, nato nel 1939 a Vesoul, docente,
ricercatore, e' tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle
alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento. E'
direttore degli studi presso l'Institut de Recherche sur la Resolution
non-violente des Conflits (Irnc). In gioventu' ufficiale della riserva, fece
obiezione di coscienza dopo avere studiato Gandhi. Ha condotto azioni
nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari
francesi. Nel 1971 fondo' il Man (Mouvement pour une Alternative
Non-violente). Nel 1987 convinse i principali leader dell'opposizione
democratica polacca che un potere totalitario, perfettamente armato per
schiacciare ogni rivolta violenta, si trova largamente spiazzato nel far
fronte alla resistenza nonviolenta di tutto un popolo che si sia liberato
dalla paura. Tra le opere di Jean-Marie Muller: Strategia della nonviolenza,
Marsilio, Venezia 1975; Il vangelo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977;
Significato della nonviolenza, Movimento Nonviolento, Torino 1980; Momenti e
metodi dell'azione nonviolenta, Movimento Nonviolento, Perugia 1981; Lessico
della nonviolenza, Satyagraha, Torino 1992; Simone Weil. L'esigenza della
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Desobeir a' Vichy, Presses
Universitaires de Nancy, Nancy 1994; Vincere la guerra, Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1999; Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004; Dictionnaire
de la non-violence, Les Editions du Relie', Gordes 2005]

Il terrorismo, nel suo significato etimologico, e' sia un metodo di governo,
sia un tipo di azione diretta a generare "il terrore", cioe' a creare un
clima di paura, di spavento e di panico improvviso in una popolazione.
Correntemente, il termine terrorismo designa una tecnica di azione violenta
utilizzata contro dei civili da un gruppo clandestino, per far valere delle
rivendicazioni politiche. La caratteristica della strategia terroristica e'
che consente, con i piu' semplici mezzi tecnici, di aggirare e mettere in
scacco le dissuasioni militari dotate dei mezzi tecnici piu' sofisticati.
Mentre le grandi potenze industriali pretendono di avere armi che rendono
inviolabile il loro santuario nazionale, l'arma dei terroristi arriva a
portare paura, violenza e morte nel cuore stesso delle loro citta'. Il
terrorismo prende completamente alle spalle la difesa delle societa'
moderne, cosicche' le armi piu' potenti si rivelano inutili e nulle nelle
mani dei decisori politici e militari.
*
Il terrorismo non merita alcuna indulgenza. I suoi metodi sono criminali.
Per meglio condannarlo, l'opinione dominante vuole isolare la violenza
terroristica dalle altre forme di violenza: l'azione terroristica e'
denunciata come il crimine della pura violenza, la cui illegittimita' non
deve essere discussa, mentre, nello stesso tempo, ci si adatta ben
volentieri alle altre violenze che si dicono legittime. Di fronte al
terrorismo, tanto gli Stati quanto le opinioni pubbliche danno prova di una
indignazione selettiva, che tende a banalizzare le altre forme di violenza.
Certo, il terrorismo uccide degli innocenti, ma la guerra uccide forse solo
dei colpevoli? Certo, il terrorismo e' "fuori legge", ma non e' forse del
tutto illusoria la pretesa di sottomettere la violenza alle esigenze del
diritto? In definitiva, dal punto di vista della nonviolenza, il giudizio
etico sul terrorismo deve essere guidato dagli stessi criteri fondamentali
usati per giudicare ogni forma di violenza omicida. E' importante
delegittimare e decostruire le dottrine ideologiche che giustificano il
terrorismo, specialmente gli integralismi religiosi. Ma il discorso che
condanna il terrorismo perdera' tanta forza e coerenza se giustifica per
altro verso altre forme di azione violenta che non sono meno mortifere e che
possono essere ugualmente criminali. Cosi', esiste un "terrorismo di Stato"
che non merita alcuna indulgenza, non piu' dell'altro.
*
La retorica contro il terrorismo afferma con forza che il terrorismo rinnega
i valori superiori della civilta', che esigono il rispetto della vita umana.
Certo. Ma, per essere precisi, difendere questi valori e' anzitutto
rispettarli nella scelta dei mezzi messi in atto per difenderli. Vincere il
terrorismo e' agire con la massima prudenza stando attenti a non rinnegare
noi stessi le esigenze che fondano il rispetto della vita. Vincere il
terrorismo e' anzitutto rifiutare di entrare nella sua stessa logica di
violenza omicida. Il vettore principale del terrorismo e' l'ideologia della
violenza, che giustifica il dare la morte. Difendere la civilta' e'
anzitutto rifiutare di lasciarsi contaminare da questa ideologia. E cio'
esige la rinuncia alle operazioni militari che implicherebbero
inevitabilmente l'uccisione di innocenti, poiche', altrimenti, le democrazie
rischierebbero molto di rendersi colpevoli degli stessi delitti che
rimproverano ai terroristi e non farebbero altro che fertilizzare il terreno
in cui si alimenta e si sviluppa il terrorismo. Dal momento che questo sfida
le democrazie mirando a destabilizzarle, esse devono combatterlo con una
strategia coerente con le loro esigenze e le loro regole, senza imitare in
nulla le contraddizioni dei terroristi. Le democrazie devono difendersi
ponendosi risolutamente sul terreno che e' il loro, quello del diritto, e
devono rifiutare di lasciarsi trascinare sul terreno dell'arbitrio che nega
il diritto.
*
Il terrorismo non e' la guerra. Al contrario, la sua strategia pone come
postulato il rifiuto della guerra. Cio' che caratterizza la guerra e' la
reciprocita' delle azioni decise e intraprese da ciascuno dei due avversari.
Ora, per la precisione, di fronte all'azione dei terroristi, nessuna azione
reciproca puo' venire intrapresa dai decisori avversi. Questi si trovano
effettivamente nella incapacita' di rispondere colpo su colpo a un
avversario senza volto che si nasconde. Certamente, le societa' democratiche
hanno non solo il diritto, ma il dovere di difendersi con la massima
fermezza contro il terrorismo. Pero', riconosciuto questo diritto e dovere
di legittima difesa, la vera questione e' sapere quali sono i mezzi
legittimi ed efficaci per questa difesa. La natura stessa del terrorismo
esige che lo si combatta non con atti di guerra, ma con misure di polizia.
Queste devono essere attuate evitando ogni deriva poliziesca e quindi
rispettando scrupolosamente le regole del diritto. Entro il quadro stretto
della legge, tutto deve essere fatto per scoprire le reti e smantellarle.
Percio', non sono gli eserciti che devono essere mobilitati, ma i servizi
segreti. I membri di quelle reti, una volta che siano chiaramente
identificati, devono essere arrestati e giudicati.
*
Ma per vincere il terrorismo conviene sforzarsi di comprenderne le cause e
gli obiettivi. L'indignazione contro quel metodo non dispensa
dall'analizzare le ragioni di quell'azione, col pretesto sbagliato che
cercare di comprendere il terrorismo sarebbe gia' cominciare a
giustificarlo. I fatti dimostrano che l'indignazione non e' operante. Essa
non permette di capire perche' degli uomini, sacrificando la loro vita,
decidono di andare fino all'estremo della violenza distruttiva e omicida.
Per sradicare e svellere il terrorismo, bisogna sforzarsi di capire quali
sono le radici storiche, sociologiche, ideologiche e politiche che lo
alimentano. Certo, il terrorismo puo' essere irrazionale e condannarsi da
se' a non essere altro che un atto nichilista, animato dalla volonta' di
distruggere e dalla voglia di uccidere. In questo caso, il terrorismo vuol
essere essenzialmente una trasgressione compiuta nell'ignoranza del bene e
del male. Pero', ci si ingannerebbe  se si volesse fare del nichilismo la
caratteristica di ogni atto terroristico.
*
In realta', come ogni strategia violenta, il terrorismo rivendica il piu'
delle volte dei motivi razionali. Se il terrorismo non e' la guerra, vuole
pero' essere ugualmente un mezzo che continua la politica (come e' stato
detto della guerra). Esso allora possiede una sua coerenza ideologica, una
sua logica strategica, e una sua razionalita' politica. Non serve a nulla
negare questo con l'evidenziare la sua immoralita' intrinseca. Dopo che
sara' riconosciuta la dimensione politica del terrorismo, diventera'
possibile cercare la soluzione politica necessaria contro di esso. Il modo
piu' efficace di combattere il terrorismo consiste nel togliere ai suoi
autori le ragioni politiche che essi invocano per giustificarlo. Cosi' sara'
possibile indebolire durevolmente la base popolare di cui il terrorismo ha
il piu' grande bisogno. Spesso il terrorismo mette radici in un terreno
fertilizzato dall'ingiustizia, l'umiliazione, la frustrazione, la miseria e
la disperazione. Il solo modo per far cessare gli atti terroristici e'
togliere ai loro autori le ragioni politiche invocate per giustificarlo.
Dunque, per vincere il terrorismo, non e' la guerra che bisogna fare:
bisogna costruire la giustizia.
*
Quando il terrorismo si inscrive in un conflitto politico i cui obiettivi
sono chiaramente identificabili, sara' probabilmente necessario negoziare
con i terroristi. Il discorso retorico dominante afferma che non si negozia
con i terroristi. Ma al di la' delle parole ci sono i fatti. Ci ricordiamo
quante volte i governi hanno dovuto contraddire le loro parole per
riconoscere i fatti, e quindi mettere a tacere la loro indignazione per
accettare la negoziazione?

9. RIFLESSIONE. MONICA LANFRANCO COLLOQUIA CON MARIA G. DI RIENZO SULLE
DONNE E IL POTERE
[Ringraziamo Monica Lanfranco (per contatti: mochena@village.it) per averci
messo a disposizione questo suo colloquio con Maria G. Di Rienzo gia'
apparso sul quotidiano "Liberazione" il 7 settembre 2005.
Monica Lanfranco, giornalista professionista, nata a Genova il 19 marzo
1959, vive a Genova; collabora con le testate delle donne "DWpress" e "Il
paese delle donne"; ha fondato il trimestrale "Marea"; dirige il semestrale
di formazione e cultura "IT - Interpretazioni tendenziose"; dal 1988 al 1994
ha curato l'Agendaottomarzo, libro/agenda che veniva accluso in edicola con
il quotidiano "l'Unita'"; collabora con il quotidiano "Liberazione", i
mensili "Il Gambero Rosso" e "Cucina e Salute"; e'' socia fondatrice della
societa' di formazione Chance. Nel 1988 ha scritto per l'editore PromoA
Donne di sport; nel 1994 ha scritto per l'editore Solfanelli Parole per
giovani donne - 18 femministe parlano alle ragazze d'oggi, ristampato in due
edizioni. Per Solfanelli cura una collana di autrici di fantasy e
fantascienza. Ha curato dal 1990 al 1996 l'ufficio stampa per il network
europeo di donne "Women in decision making". Nel 1995 ha curato il libro
Valvarenna: nonne madri figlie: un matriarcato imperfetto nelle foto di fine
secolo (Microarts). Nel 1996 ha scritto con Silvia Neonato, Lotte da orbi:
1970 una rivolta (Erga): si tratta del primo testo di storia sociale e
politica scritto anche in braille e disponibile in floppy disk utilizzabile
anche dai non vedenti e rintracciabile anche in Internet. Nel 1996 ha
scritto Storie di nascita: il segreto della partoriente (La Clessidra). E'
stato pubblicato recentemente il suo libro, scritto insieme a Maria G. Di
Rienzo, Donne disarmanti, Intra Moenia, Napoli 2003. Cura e conduce corsi di
formazione per gruppi di donne strutturati (politici, sindacali, scolastici)
sulla storia del movimento delle donne e sulla comunicazione.
Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) e' una delle
principali collaboratrici di questo foglio; prestigiosa intellettuale
femminista, saggista, giornalista, regista teatrale e commediografa,
formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per
conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di Sidney
(Australia); e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput,
in esperienze di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per la pace e
la nonviolenza; e' coautrice dell'importante libro: Monica Lanfranco, Maria
G. Di Rienzo (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli
2003]

In una citta' difficile come Treviso una quindicina di anni fa ha fondato,
nell'indifferenza generale e non senza qualche pericolo, una associazione
dal nome curioso: la panchina. Il riferimento era proprio all'oggetto in
questione: le panchine di legno e ferro, sollievo nelle attese e raro spazio
gratuito per la sosta e la socializzazione nelle immediate vicinanze della
stazione ferroviaria di una delle cittadine del nord est tra le piu'
razziste. Le panchine che l'allora sindaco Gentilini aveva fatto sradicare
dal suolo perche' vi si sedevano gli extracomunitari: lo stesso primo
cittadino che avrebbe, piu' tardi, ordinato lo sgombero con la forza degli
emigrati che dormivano nel duomo, perche' secondo lui a Treviso nessuno
avrebbe dovuto affittare una abitazione alle persone non italiane.
La fondatrice dunque della panchina, Maria Giuseppina di Rienzo detta Giusi,
da Treviso non se ne e' mai andata, nonostante tutto, e da li' lavora come
formatrice sui temi della nonviolenza, sulla differenza di genere, e
collabora stabilmente con la newsletter quotidiana "La nonviolenza e' in
cammino" e con il sito femminista "Awakenedwomen", dove tra le altre scrive
anche Starhawk, la pacifista di San Francisco che venne al G8 di Genova per
insegnare ai gruppi femministi la danza con la quale le migliaia di giovani
e donne da piazza Manin scesero ai muri di ferro della zona rossa. Spesso in
rovente polemica anche con i movimenti su temi fondamentali come la coerenza
tra fini e mezzi anche per lei, che per prima in Italia ha fatto conoscere
il lavoro della Lord attraverso il libro Donne disarmanti, l'intervista si
apre con l'affermazione sui mezzi e i fini.
*
- Monica Lanfranco: Non possiamo smantellare la casa del padrone con i suoi
attrezzi: sei d'accordo?
- Maria G. Di Rienzo: Si', totalmente. E credo ci risparmieremmo un bel po'
di fatica, di spreco di tempo e di frustrazioni se lo tenessimo sempre
presente quando progettiamo ed agiamo cambiamenti socio-politici. C'e'
sempre una giustificazione per la violenza: se la usano "i nostri" e' meno
grave, inevitabile, dettata dalla sofferenza o dalla giusta indignazione,
sempre minore rispetto a quella subita, o addirittura non paragonabile e
appartenente ad una diversa scala di valutazione. Puo' darsi che noi si sia
proclamato di rigettarla, un impegno che ci terra' in cammino per il resto
della vita, ma poi ci sono coloro che chiamiamo, chissa' perche', alleati ed
amici che non intendono minimamente farlo, e con costoro "si media". Non e'
forse la nonviolenza anche arte di composizione dei conflitti? Sono
un'arrogante ambiziosa: voglio vincere un mondo decente che basi il suo
agire sui diritti umani e sulle responsabilita' umane, voglio vincere
relazioni equilibrate e giuste fra donne e uomini, fra comunita' e nazioni.
La violenza di qualsiasi tipo non puo' darmi questo, sono oltre 6.000 anni
che e' alla prova e non c'e' riuscita, perche' non puo' riuscirci. I suoi
discorsi ed i suoi metodi producono invariabilmente guerra, non pace.
*
- Monica Lanfranco: Pur con alcune eccezioni sembra che anche le donne con
le migliori intenzioni, una volta arrivate ai vertici del potere, si
uniformino ad esso, diventando una fotocopia dell'agire maschile. Dove sta
il problema: nella politica o nelle donne?
- Maria G. Di Rienzo: In entrambe. Nella politica, tutta, che rifiuta il
mainstreaming (le istanze di genere come criterio d'analisi ovunque) e la
condivisione del potere, e persiste nel considerare la meta' dell'umanita'
di volta in volta "categoria speciale", "risorsa", "area di interesse". E in
quelle donne che piuttosto di identificarsi anche (e sottolineo l'anche)
come tali si farebbero squartare e mi parlano dell'oscuramento del loro
genere come "servizio" al movimento o al partito, oppure della non
necessita' di nominarsi in quanto donne (femminismo? Ah si', quella roba che
facevamo/facevate negli anni '70...): infatti, lottano disperatamente per
essere considerate "uno dei ragazzi" e sentirsi dire che nonostante siano
donne sono proprio brave e che si', nonostante siano donne si puo' votarle
come segretarie, referenti, presidenti.
*
- Monica Lanfranco: Se sei stata attiva nella politica istituzionale (o in
gruppi di donne extraistituzioni) a qualunque livello puoi raccontare i
punti di forza e quelli di debolezza della tua esperienza?
- Maria G. Di Rienzo: Nelle mie esperienze la forza della relazione tra
donne, che si trattasse di gruppi extraistituzionali o di partiti era
evidente e innegabile: stare insieme, in un gruppo di donne, liberava
energie e riflessioni non rintracciabili nei gruppi misti. Le debolezze
riguardavano l'identificazione del gruppo (sezione di partito composta da
sole donne, forum delle donne, associazione di attiviste, eccetera) in
rapporto alle altre appartenenze. Ad un certo punto la liberta' diventava
paura: di urtare il marito segretario provinciale del partito, di urtare il
compagno di vita che era anche compagno di partito, di alienarsi altre
relazioni se si continuava a considerare fondante quella tra donne, e cosi'
via. Le pressioni nei confronti dell'appartenenza al gruppo di donne erano
reali, continue, da parte di chi stava all'esterno di esso: che fai li', non
combinate niente, siete separatiste, dovete unirvi, secondo me state a
parlare male degli uomini, eccetera eccetera. Allora spuntavano nei discorsi
delle donne dei "distinguo" e delle prese di posizione su cui non si poteva
piu' discutere in gruppo, non del loro "merito", non della loro concretezza:
erano assunti ideologici che mascheravano la trasformazione della liberta'
in paura: la responsabilita' era entrata in gioco, e a molte donne mancava
ancora la capacita' non di essere responsabili "per gli altri" (in questo
veniamo addestrate dall'infanzia e siamo persino abilissime) ma di essere
responsabili dell'affermazione di se' che trovavano nella relazione con le
altre.
*
- Monica Lanfranco: Quali possono essere gli alleati, e quali invece i
peggiori ostacoli alla realizzazione di una diversa qualita' della politica
per le donne?
- Maria G. Di Rienzo: Credo ancora che le donne condividano un linguaggio e
uno sguardo comune che si basa sul posizionamento di genere, che e' alle
fondamenta della nostra identita' come persone, e credo che le donne
impegnate in politica, soprattutto istituzionale, abbiamo oggi grande
necessita' di ascolto da parte delle altre donne. Intendo proprio il cercare
occasioni d'incontro per dialogare, piuttosto che per presentare un'agenda a
cui la donna politica aderisca o no, o per chiedere il voto. I percorsi
politici sono cambiati: molte donne (e uomini) vengono catapultate in sedi
istituzionali perche' hanno un "nome" in una professione o sono note al
grande pubblico grazie alla presenza televisiva. La loro candidatura si basa
sulla loro "eccellenza" personale, ma non si tratta di un'eccellenza
"politica", la quale esiste solo nella relazione con altri/e. Il percorso
politico nel partito o nel gruppo, che forniva competenze, strumenti di
comprensione della cosa pubblica, capacita' di agire e maneggiare i
conflitti, nonche' cornici e chiavi di lettura (giuste e adeguate o no si
rivelassero poi alla prova dei fatti), queste persone non lo fanno. Spesso
le donne in politica assumono posizioni "trasversali", contrarie ai diktat
del gruppo/partito di appartenenza, proprio in relazione alla liberta'
femminile: questo e' un punto di forza che possiamo usare.
*
- Monica Lanfranco: Sei arrivata ad una posizione di primo piano nella
politica, e puoi scegliere cosa fare: le tue cinque prime azioni da
realizzare subito.
- Maria G. Di Rienzo: Bene, facciamo della fantascienza, anzi della
fantapolitica. Diciamo che sono a capo del governo? La Premier, sostenuta da
coalizione, ong, societa' civile, associazioni femministe, associazioni per
i diritti umani, con cui ha dialogato proficuamente in campagna elettorale,
vara il programma politico-culturale "eticita' ed eguaglianza nella
politica, garanzie per la liberta' di tutte e tutti". Prima azione: convoco
la Ministra Pari Opportunita' e le associazioni di donne e stabiliamo
programmi per il mainstreaming in tutte le istituzioni. Seconda azione: via
tutte le leggi ad personam varate dalla destra in questi anni. Terza azione:
misure per la lotta all'evasione fiscale (senza soldi, diceva mia nonna, non
si cantano messe). Quarta azione: misure per il riordino del mercato del
lavoro. Gli imprenditori vogliono sgravi, eccetera? Possiamo discuterne, se
ci dicono cosa daranno in cambio ai lavoratori, al territorio ed alla
comunita', perche' sono questi soggetti a permettere la loro esistenza come
imprenditori, ed e' con questi soggetti che il patto sociale dev'essere
sottoscritto. Quinta azione: misure per il riassesto idrogeologico della
penisola, leggi di tutela ambientale, sottrazione al mercato dei beni comuni
come l'acqua. Sesta azione: accidenti, me ne hai date solo cinque, non avevo
mica finito...

10. SPIRITUALITA'. CINQUE MEDITAZIONI DI LUCA SASSETTI
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey@libero.it) per averci
messo a  disposizione i seguenti testi. Luca Sassetti e' storica firma del
bel mensile di alcuni cristiani torinesi "il foglio" (www.ilfoglio.org) su
cui sovente appaiono suoi contributi in versi]

Canzone dell'Epifania

Una stella gli apparve in oriente
perche' in oriente cercavano stelle
ed andarono in terra lontana
perche' gia' erano pronti ad andare
e raggiunser la Casa del Pane
perche' tennero fede al cammino
e la luce era solo un bambino
perche' l'immenso si cela nel piccolo
e ne ebbero gioia grandissima
perche' era un bimbo l'attesa risposta
e gli diedero doni profetici
perche' la gioia intende il mistero
e tornarono al loro paese
perche' la' dove vivi e' il cammino
e non tennero fede al potente
perche' la forza spegne le stelle.

*

Voi che dormite ad occhi aperti
cari antemorti
e ci guardate vivere

so bene che portate con voi
ricordi che non abbiamo accolto
segrete tristezze
offese perdonate
umili cadute e tacite preghiere

so che liberaste il mondo
da pesi che avete tenuto
tutti per voi
cercando di lasciarci soltanto
speranza e coraggio

so quanta vita
e' nella vostra morte

cari antenati
guardate a noi che viviamo
e vi portiamo in cuore

che possiamo esser degni
della vita.

*

Manda una voce

Taci, o Dio, e' tuo diritto, sul mondo che ti disgusta
nascondi la tua luce che abbiamo rifiutato
ma trattieni il diluvio sulla terra corrotta e piena di violenza
ma non tradire del tutto l'umanita' che hai fatto
a immagine ambigua di te
e l'hai pure amata di passione
nei buoni e nei cattivi, nei poveri e nei superbi,
nei puri e negli impuri, in Abele e in Caino,
fino a perderti per lei
taci duramente, ma manda una voce di profeta
manda una voce a dire parole nude come la verita'.

Ecco, noi cerchiamo invano, allo spasimo,
di estrarre dall'anima abbattuta il nome vero delle cose
la parola che strappi la maschera all'inganno.
Noi non possiamo.

Manda tu una voce che chiami assassino
il potente che governa il mondo brandendo la morte
senza che nessuno l'abbia eletto
che uccide insieme, per arbitrio, vite umane e leggi sagge
che impone disordine e minaccia
anche al suo superbo paese.

Manda una voce che riveli mentitori
i servi fabbricanti di parole unte
per cambiar nome alle infamie del padrone
e chiamar giusto l'ingiusto.

Manda una voce che dichiari sovrani del mondo
gli infiniti poveri a cui l'economia succhia la vita
ma li avverta di una sorte peggiore della fame mortale:
l'invidia del malvagio, la servitu' volontaria
la cattura nelle spire del ricco.

Manda una voce che tolga ai buoni la pace interiore
fino alla pace di tutti.

Manda una voce che dica disperati piu' di tutti i ribelli violenti
perche' imitatori del padrone assassino e suoi piccoli cloni
e dona loro la tua ribellione
alla legge padronale della violenza.

Manda una voce che dimostri falsi eroi
quelli capaci di morire per uccidere
che trattano persone come numeri da sottrarre
e distruggono insieme le vite e l'umana parola.

Manda una voce che in liberta' denunci i tiranni minori
calpestatori dei poveri loro affidati
sgabello prestato al tiranno maggiore
fino al giorno che lui li condanna
giocatori del suo gioco nel ruolo del nemico necessario.

Manda una voce che ammonisca i governanti gregari:
l'impero vi comanda di prostituirvi
nel ruolo di kapo' contro i vostri fratelli.

Manda tu finalmente una voce a noi che soffriamo
il vomito orrendo dell'inferno e lo scandalo sommo
che minaccia il cuore: la violenza regnante al tuo posto.
Una voce che avverta: tenera e tiepida e' la lava di fuoco
carezzevole il terremoto che improvviso abbatte
piu' del potere che vi comanda
e vi vuole associare con blandizie e minacce
nel servizio imperiale.
Negate obbedienza e rispetto, negate fino alla fine
bevete tutta la disperazione per ritrovare speranza.
Piuttosto morite disubbidendo
che uccidere ubbidendo.

Manda, o Dio di tutte le fedi,
o Dio di chi dispera in te,
Dio che non devi piu' assentarti
se no tradisci te stesso,
manda, manda, manda una voce.

*

Dio Onnipotente
si', tu sei onnipotente
non come noi crediamo
non come ti vorremmo
che' della nostra micidiale potenza
sei tu il piu' povero
il piu' libero.
Tu sei potente
nel dare e ridare respiro alla vita
nell'amare chi non ama
nel perdonare in sovrabbondanza
nel ri/cordare gli scomparsi e dimenticati
nel pregare chi non ti prega
nel rimanere a fianco
di condannati e dannati
nell'abitare ogni solitudine
pur se ignorato
nel far emergere la verita'
dalla negazione allo splendore
nel riscattare la vittima
senza fare altre vittime
nel persuadere i cuori
di cui sciogli la pietra in sensibile carne
nell'ascoltare i muti
nel farti occhio dei ciechi
ali degli storpi
e speranza dei disperati
perche' dove noi ci facciamo potenti
tu sei l'impotente
e quando siamo deboli
ci ricordiamo di te
perche' ti somigliamo
e perche' la tua debolezza
e' piu' forte di ogni nostra potenza.

*

Quando passa un aereo da guerra
io lo maledico.
Il pilota no, che fa il mestiere
piu' infelice del mondo
peggio di pubblicani e prostitute.
Vorrei che gli nascessero due ali
d'angelo o di gabbiano
e scendesse sorridendo
nel giardino di casa sua
o nel cortile della scuola
per far ridere i bimbi.
Ma l'aereo
scheletro di mostro antidiluviano
che si schianti presto
sulle rocce piu' brulle del mondo
senza uccidere nemmeno
una lucertola.
E l'ingegnere che l'aveva pensato
si metta a fabbricare caffettiere
macchine da cucire, arnesi da falegname
o, se preferisce, giostre e ottovolanti.

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta@sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir@peacelink.it,
luciano.benini@tin.it, sudest@iol.it, paolocand@inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info@peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Numero 1050 dell'11 settembre 2005

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